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Ricostruzione, cosa (non) abbiamo dopo 10 anni

24 Agosto 2026

*Le ricorrenze, come le ‘giornate per’ hanno un merito: far parlare di un tema preciso.

Dieci anni fa, il terremoto ha devastato il centro Italia. Ad agosto ha colpito principalmente il Piceno, Pescara e Arquata del Tronto su tutte, oltre che Amandola con l’ospedale evacuato in piena notte, e il Lazio, con Amatrice e Accumoli. A ottobre ha completato la devastazione con la scossa che ha fatto crollare i paesi del Maceratese e del Fermano.

Dieci anni sono passati. E cosa abbiamo? Di certo non la ricostruzione, altrimenti non ci sarebbe bisogno ancora di avere un commissario straordinario. Abbiamo un avvio di ricostruzione.

Abbiamo scuole nuove, in quasi tutto il cratere, ma non abbiamo bambini e bambine. Abbiamo centri di aggregazione, ma non abbiamo gli adolescenti.

Abbiamo b&b e glamping, ma non abbiamo quel lavoro che fa restare centinaia di persone. Abbiamo valanghe di comunicati stampa, quelli dell’ufficio ricostruzione sono continui durante l’anno, che cercano di raccontare la propria verità o di fare polemiche.

Nelle ricorrenze, tutti ritrovano la parola. Ma quella vera è dei residenti, peccato che in pochi risiedano di novo nella propria casa. Ecco, se c’è una cosa che abbiamo è la lentezza. Ma non quella da turismo lento, che piace tanto agli economisti e ai paesologi, ma da cantiere infinito.

Abbiamo un problema serio con le ditte, che aprono cantieri e non li concludono, che dopo due anni di lavori per costruire una casa di 70 metri quadri, si accorgono che non possono realizzare il cappotto previsto e chiedono agli inermi proprietari, anziani e stanchi di aspettare, se sono disposti a rinunciarci in cambio di una, ipotetica, accelerazione.

Abbiamo un problema con i sindaci, che non sanno spesso scegliere la priorità giusta, basti dire che si costruiscono parchi avventura nelle pinete ma non si è in grado di chiudere buche grandi come crateri nelle strade delle frazioni, in particolare di quelle in cui ci sono persone che ci vivono.

Non abbiamo, ma questo lo scriviamo da dieci anni, una copertura vera per le comunicazioni. Si parla di fibra, ma non prendono i cellulari. E questo non è un elemento che attira persone, le vacanze detox non si fanno dove attorno ci sono gru e macerie.

Abbiamo speranza, quella data dai numeri che il commissario alla ricostruzione Castelli può orgogliosamente mettere in campo: migliaia di cantieri, miliardi di euro stanziati e tanti altri ancora a disposizione.

Perché, se c’è una cosa che non manca, sono i soldi. Manca invece la gente che li trasformi da freddi numeri a concreti progetti e porte che si aprono.

Dieci anni sono tanti, troppi per una ricostruzione che sognava di essere un modello, che aveva convinto anche l’Europa a destinare risorse. Un tempo che ha cancellato una generazione tra i Sibillini di tre province. Perché un 14enne di oggi non ricorda più cosa fossero Montegallo, Visso o Arquata.

Nei suoi occhi ci sono solo macerie, dolore e rabbia. Quella dei genitori, dei nonni, dei vicini, e dei 30enni che uscivano a prendere un gelato, che aspettavano la tombolata, che sognavano la prossima estate per rivedere l’amico lontano. (la casa nella foto è così dal 24 agosto 2016, ndr)

Quella generazione è perduta e presto si perderà anche quella che ama davvero i luoghi, chi ci è cresciuto, chi ci ha lavorato, chi ci ha investito. Quegli over 60, ma per lo più over 80, che sperano ancora di passare un natale davanti al camino, che, come ha scritto Filippo Ceccarelli su Repubblica, s’immaginano lì, non prima di altri dieci anni, 90enni rincoglioniti ma almeno a casa propria.

Ecco, abbiamo tutto questo. E non basta  a nessuno, che si chiami Castelli, Franchi, Altini o Sensi, per citare alcuni sindaci. Perché dopo dieci anni la gru che svetta nello skyline tra Vettore e Sibilla, non ti fa dire ‘che bello, costruiscono’, ma solo ‘che spreco, è tutto fermo’.

Fermo come la crescita dell’ospedale di Amandola, un meraviglioso edificio ancora incompleto, senza servizi h24 e un vero pronto soccorso, con più promesse che sale operatorie.

La gente che ha scelto di vivere nelle aree interne non è ingenua, è solo più paziente perché con la natura ci ha sempre convissuto.

Per cui, cari politici, di ogni colore, non trattatela con supponenza. Se Camerino è l’università numero 1 in Italia tra le piccole, se l’Ite di Amandola è in testa alle classifiche di assunzioni post diploma, significa solo una cosa: il cratere merita rispetto e risposte.

Altrimenti, chi ha perso davvero tutto, vedendo milioni di euro destinati continuamente fuori zona, potrebbe pensare che la ricostruzione sia una vetrina politica e non una missione. E a quel punto non basterebbe neppure affidarsi a Papa Leone e al suo “la fede e la solidarietà continuino a sostenere l'opera di ricostruzione.

*direttore www.laprovinciadifermo.com 

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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