
*Alessandro Teo Del Monte è un politico, ma questa volta parla soprattutto da figlio. E da paziente.
Nel lungo post affidato ai social non c’è il linguaggio della politica, né quello della polemica. Sono parole dolcemente amare.
C’è il racconto di un’esperienza vissuta accanto alla madre, anziana e con diversi problemi di salute, arrivata al Pronto soccorso del Murri di Fermo per essere curata e, prima ancora, accolta.
È un episodio personale che però diventa una riflessione più ampia sulla sanità e, soprattutto, sull’umanizzazione delle cure.
Perché nel racconto di Del Monte non c’è soltanto la denuncia di una prestazione mancata o di un esame clinico non effettuato, anzi.
C’è qualcosa che, a suo giudizio, pesa ancora di più: la sensazione che per un momento sia venuta meno l'attenzione alla persona.
Del Monte convive con un problema fisico che limita la deambulazione e per il quale gli è stato raccomandato di non rimanere troppo a lungo in piedi. Al Pronto soccorso, però, i posti a sedere erano terminati.
Così ha aperto il piccolo sgabello che porta con sé proprio per affrontare situazioni di questo tipo e si è seduto.
Una soluzione semplice, che però non è stata accettata da un operatore.
Gli è stato spiegato che non poteva portarsi autonomamente una seduta all’interno del Pronto soccorso. Probabilmente una regola, forse legata anche alla gestione degli spazi e alla sicurezza. Del Monte lo riconosce e non mette sotto accusa chi stava lavorando.

Ma c'è un elemento che, nel suo racconto, non può essere ignorato: lui non può restare per ore in piedi. E così, alla fine, si è ritrovato seduto per terra. Una soluzione paradossale, perché occupa più spazio dello stesso sgabello e soprattutto non risolve il problema della persona che ha davanti.
È da qui che parte la riflessione di Teo Del Monte. Un post lungo, come spesso sono i suoi, che vale la pena leggere fino in fondo perché va oltre l'episodio personale e pone una domanda che riguarda tutti: quanto siamo davvero capaci di mettere la persona al centro della sanità?
Di umanizzazione delle cure si parla continuamente. Ne parlano i medici, i dirigenti sanitari, le istituzioni, i giornalisti. Ma poi, nel concreto, può bastare una giornata difficile, un Pronto soccorso affollato, pochi operatori, carichi di lavoro pesanti, oppure un'applicazione particolarmente rigida di una regola, per dimenticare che davanti non c'è un codice, ma una persona.
Non un rosso, un giallo, un verde o un bianco. Non un numero da gestire all’interno di una fila. Una persona con le proprie fragilità, le proprie paure e, in alcuni casi, con limiti fisici che non possono essere ignorati.
Proprio sul tema dei codici bianchi si inserisce un'altra riflessione. Nei giorni scorsi l'Ast Fermo ha evidenziato la diminuzione degli accessi con codice bianco al Pronto soccorso del Murri, interpretandola come un segnale di maggiore appropriatezza.
Ma il dato andrebbe letto con attenzione: la diminuzione può certamente essere il risultato di un miglioramento dell'organizzazione e dell'offerta territoriale, ma potrebbe anche nascondere una minore propensione dei cittadini a rivolgersi al Pronto soccorso. E un codice bianco trascurato oggi può diventare un problema più serio domani.
C'è poi un'altra questione, quella della dimensione provinciale del Murri. Il Pronto soccorso di Fermo non serve soltanto una città di circa 36 mila abitanti, ma rappresenta il principale punto di riferimento dell'intero territorio provinciale.
Il PS dell'ospedale di Amandola, peraltro, non ha ancora raggiunto una piena operatività H24 per tutti gli accertamenti diagnostici e questo significa che, in determinate situazioni, i pazienti devono essere trasferiti verso altre strutture.
Il carico sul Murri, dunque, non può essere valutato soltanto in relazione alla popolazione residente a Fermo.
Ma il punto del racconto di Del Monte non è attaccare chi lavora in ospedale. Anzi. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della sua riflessione.
L'operatore che gli ha impedito di utilizzare lo sgabello potrebbe aver semplicemente applicato una regola. Potrebbe averlo fatto in una situazione di grande pressione, con il Pronto soccorso pieno e altri pazienti da seguire.
E allora la questione diventa ancora più complessa: come si può chiedere umanità a chi lavora sotto pressione, senza però rinunciare all'umanità che ogni paziente ha il diritto di ricevere?
È questa la domanda che resta dopo il racconto di Teo Del Monte. Non una condanna degli operatori, ma un campanello d'allarme.
Perché quando la burocrazia, le procedure o la stanchezza prendono il sopravvento, il rischio è che la sanità perda di vista proprio ciò per cui esiste: la persona.
Nel racconto di Del Monte, a perdere non è stato soltanto un paziente costretto a sedersi per terra.A perdere è stata, ancora una volta, la sanità nella sua dimensione più importante: quella umana.
*direttore www.laprovinciadifermo.com
