
FERMO – Nuovo capitolo nella vicenda della possibile decadenza di Saturnino Di Ruscio dal ruolo di consigliere comunale.
L'esponente di "Servire Fermo" ha trasmesso al Comune, attraverso il proprio legale, l'avvocato Paolo Cerolini, le osservazioni alla delibera consiliare n. 65 del 22 ottobre 2026, contestando i presupposti giuridici alla base della procedura.
Al centro della contestazione c'è l'atto di divisione sottoscritto con le sorelle il 23 settembre scorso, con il quale Di Ruscio sostiene di aver ceduto sia i beni interessati dalla controversia sia il credito nei confronti del Comune, riconosciuto dalla sentenza n. 260 del 28 maggio 2026.
Una circostanza che, secondo il consigliere, avrebbe fatto venir meno la situazione di incompatibilità legata alla lite pendente.
Di Ruscio ricostruisce anche i passaggi compiuti per uscire formalmente dal giudizio d'appello promosso dal Comune: dalla costituzione in risposta all'azione dell'ente all'accettazione dell'estromissione da parte delle sorelle, fino alla richiesta di uscita dal processo e di anticipazione dell'udienza.
Quest'ultima è stata fissata dalla Corte d'Appello di Ancona al 9 novembre, con decreto del 22 ottobre. Per il consigliere, a questo punto manca soltanto l'assenso del Comune alla sua estromissione dal giudizio.
"Due pesi e due misure"
Nelle osservazioni Di Ruscio richiama anche due precedenti riguardanti altri consiglieri, per i quali Comune e Giunta avrebbero accettato l'estromissione dai rispettivi giudizi.
Una differenza di trattamento che, a suo avviso, contrasterebbe con il principio di imparzialità della pubblica amministrazione sancito dall'articolo 97 della Costituzione. Il consigliere cita inoltre alcuni orientamenti della Cassazione secondo i quali l'incompatibilità per lite pendente può venir meno quando il conflitto sostanziale è cessato o la controversia assume carattere pretestuoso.
La vicenda, sostiene, rischia di trasformarsi in uno strumento per eliminare un avversario politico, con possibili conseguenze anche sulle spese processuali a carico dell'ente.
"Non è una questione soltanto personale, ma riguarda il ruolo istituzionale di consigliere che mi è stato affidato dagli elettori. Pretendere che un consigliere comunale regolarmente eletto debba pagare per poter esercitare il proprio mandato è un grave affronto al processo democratico e alla Costituzione".
Di Ruscio si dice fiducioso nell'intervento della magistratura qualora la decadenza diventasse definitiva, pur evidenziando che le eventuali spese legali ricadrebbero su di lui, mentre quelle dell'amministrazione sarebbero sostenute dai contribuenti.
Infine, lancia un messaggio ai propri elettori: "Un atto così basso non fermerà la mia attività politica, che continuerò a svolgere come prima e più di prima, in nome della trasparenza, della corretta informazione e della denuncia pubblica dei fatti di rilievo".
