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Violenze a Porto Sant’Elpidio, il Procuratore Iannella replica al sindaco: “La legge si applica, non si aggira”

30 Ottobre 2026

FERMO – Una replica senza giri di parole, diffusa «per specifiche ragioni di interesse pubblico». La Procura della Repubblica di Fermo, per voce del Procuratore capo Raffaele Iannella, ha risposto oggi al sindaco di Porto Sant’Elpidio, accusandolo di non conoscere le norme e di scaricare sulla magistratura responsabilità che, scrive il procuratore, appartengono alla legge.

All’origine c’è la serie di episodi dei giorni scorsi nel centro della città rivierasca: una rissa, lesioni personali aggravate dall’uso di armi, l’esplosione di petardi tra gruppi di cittadini stranieri e speronamenti volontari tra auto, con il coinvolgimento di cittadini incolpevoli. Il sindaco aveva più volte dichiarato alla stampa che, «per un’assurdità solo italiana», i responsabili continuano a circolare a piede libero, e che se non finiscono in carcere o non vengono rimpatriati si incrinano la coesione sociale e la fiducia nella giustizia. Parole che, per la Procura, attribuiscono «di fatto chiaramente» alla magistratura un mancato adempimento dei propri doveri, pur nell’elogio alle forze dell’ordine.

«Affermazioni infondate». Il procuratore le definisce tali, segno di «una evidente non conoscenza delle norme». E spiega perché.

Arresto e carcere. Per le lesioni aggravate dall’uso di arma l’arresto in flagranza è consentito e viene eseguito ogni volta che ce ne siano i presupposti, ma «l’arresto non equivale a una detenzione in carcere». Quando le lesioni non sono gravi o gravissime, la pena massima prevista non raggiunge la soglia fissata dal codice di procedura penale per chiedere la custodia cautelare in carcere. Restano in astratto gli arresti domiciliari, che però presuppongono un domicilio: quasi tutti i soggetti coinvolti sono privi di fissa dimora, quindi la misura è «in concreto inapplicabile». Nessuna inerzia, dunque: a impedirlo è il quadro normativo, unito alla situazione personale degli indagati.

Espulsioni. Sono provvedimenti di natura prevalentemente amministrativa, disciplinati dal decreto legislativo 286/1998, e non rimessi alla discrezionalità della Procura. Il Testo unico vieta di espellere chi rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani nel Paese di destinazione, chi abbia chiesto protezione internazionale, i minori, chi convive con familiari italiani, le donne in gravidanza e chi versi in condizioni di salute di particolare gravità. A questo si aggiungono le difficoltà di identificazione e la mancanza di documenti di viaggio, oltre al diritto di imputati e parti offese a partecipare ai processi. «Pretendere espulsioni immediate e indiscriminate significa chiedere di violare la legge», scrive il procuratore, assicurando il «massimo impegno» della Questura in collaborazione con la Procura.

Dopo la condanna. Nemmeno l’esito dei processi autorizza aspettative diverse. Con la riforma Cartabia (decreto legislativo 150/2022) le pene detentive brevi possono essere sostituite con lavoro di pubblica utilità fino a tre anni di pena in concreto comminata, detenzione domiciliare fino a quattro anni, pena pecuniaria fino a un anno. «Sono scelte del legislatore, che la magistratura è tenuta ad applicare, non a discutere». Il giudice deve valutare in via preventiva l’accesso a queste pene, e ciò può impedire l’adozione di misure cautelari in carcere richieste dalla Procura.

Il comunicato riconosce che chi ricopre un incarico pubblico ha il diritto di criticare le leggi e di sollecitare il Parlamento a cambiarle, ma osserva che farlo è un compito che può essere svolto «nelle sedi opportune» e non coinvolgendo «ripetutamente la stampa in maniera generica e con chiari fini elettorali». E aggiunge: «Scaricare di fatto sulla magistratura le conseguenze di norme che essa si limita necessariamente ad applicare non è dibattito politico: è disinformazione», che «alimenta nei cittadini una sfiducia verso le istituzioni che nessuno ha interesse a coltivare, tanto meno chi quelle istituzioni rappresenta».

Nella sua conclusione la Procura assicura che proseguirà nell’individuazione e nel perseguimento dei responsabili, in stretta collaborazione con le forze dell’ordine, «sempre nella doverosa osservanza delle norme che reggono questo Stato». Il comunicato punta a garantire alla popolazione che la magistratura lavora «con correttezza e responsabilità, e in doveroso silenzio». Poi la stoccata finale: la Procura resta a disposizione del sindaco «per illustrargli, se lo desidera, il contenuto del codice penale, di procedura penale e del testo unico sull’immigrazione».

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