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Intervista. Il sociologo Morace tra italian factor, storydoing e responsabilità: "I giovani vogliono lavorare, noi adulti non sappiamo parlarci"

12 Giugno 2026

di Raffaele Vitali

FERMO - Cultura, memoria e identità. Ecco le tre parole chiave individuate da Assocalzaturifici, l’associazione guidata da Giovanna Ceolini che rappresenta il mondo calzaturiero, come perno del percorso che vuole rendere la scarpa un patrimonio immateriale Unesco. E farlo con un obiettivo: dare un futuro alla produzione artigianale. Per farlo, però, serve un cambio di passo. E su questo ha puntato il professor Francesco Morace, sociologo e presidente del Future Concept Lab, durante il suo applaudito intervento.

Professor Morace, qual è il rischio che corre oggi l'Italia?

“Quello di rimanere un Paese-museo: visitato, ammirato e apprezzato, ma incapace di attivare davvero le energie e le intelligenze che possiede. Quando parlo di “Italian Factor” non mi riferisco soltanto al Made in Italy o a un modo di fare le cose. È qualcosa di più: un moltiplicatore di valore, ciò che amplifica le straordinarie capacità del nostro saper vivere, riconosciute in tutto il mondo”.

Che cosa intende per “saper vivere”?

“L'Italia è probabilmente il primo Paese al mondo in questo ambito. Se milioni di persone continuano a venire qui è perché vogliono “portarsi via” un pezzo di quel saper vivere: il modo di mangiare, di vestirsi, di dialogare, di bere un bicchiere di vino senza eccessi, di stare a tavola e magari discutere anche di affari. Per noi è normale, quasi non ce ne accorgiamo, ma all'estero viene percepito come un patrimonio straordinario”.

Lei parla spesso dei giovani. Che cosa manca nel rapporto tra le nuove generazioni e il mondo degli adulti?

“Prima di tutto serve un bagno di onestà. Si sente dire che i ragazzi non accettano più i sacrifici. Non è vero: accettano i sacrifici se ne vale la pena. Dobbiamo imparare a riconoscere il loro valore, perché in alcuni aspetti sono già più avanti di noi. Il tema centrale è quello della traduzione: essere all'altezza della tradizione, ma tradurla nel presente e nel futuro attraverso l'innovazione. E questa innovazione deve essere portata dai giovani. Oggi qui ce ne sono pochi”.

Come si può favorire questo passaggio?

“Nelle aziende e nelle scuole bisogna consentire ai ragazzi di utilizzare i loro strumenti, il loro linguaggio e le loro competenze per completare ciò che noi cerchiamo di insegnare o trasmettere. Se non diamo loro questa possibilità, il sacrificio diventa sterile. Invece serve la sfida. Pensiamo alle lingue straniere: molti giovani le imparano giocando online o utilizzando i videogiochi. Eppure spesso questi strumenti vengono demonizzati o bloccati”.

Che giudizio dà delle nuove generazioni?

“Mai come negli ultimi anni mi sono trovato di fronte a una generazione straordinaria. Il problema è che spesso non riesce a entrare in relazione con noi adulti. Per questo siamo noi che dobbiamo cambiare paradigma. Si parla tanto di rivoluzione culturale, ma la vera rivoluzione dobbiamo compierla noi nei loro confronti. Quando questo accade, i ragazzi dimostrano capacità eccezionali”.

In un mondo dominato dall'intelligenza artificiale, quale può essere il ruolo dell'Italia?

“Abbiamo ottime possibilità. Accanto all'intelligenza artificiale, che dobbiamo utilizzare e sfidare, possediamo un patrimonio unico: l'intelligenza contestuale. È la capacità di osservare, interpretare e comprendere situazioni, persone e bisogni. È quello che raccontava Salvatore Ferragamo quando spiegava come osservare il cliente per capire che ogni piede è diverso e richiede una soluzione su misura. Questa è la forza italiana”.

Quali sono i pilastri dell'Italian Factor?

“Direi tre parole: conoscenza, riconoscimento e consapevolezza. È fondamentale studiare e comprendere ciò che siamo, ma soprattutto riconoscerci reciprocamente, tra cittadini, imprese e istituzioni. Troppo spesso gli elementi che rendono unico il nostro modello vengono raccontati dagli stranieri prima ancora che da noi”.

Quali luoghi rappresentano meglio l'identità italiana?

“Paradossalmente ciò che salva l'Italia sono i bar e le piazze. Sono luoghi informali dove usciamo dalle nostre case e interagiamo. Siamo un popolo interclassista, molto più di altri. In questi spazi si costruiscono relazioni, idee e opportunità”.

L'Italia è il Paese del lusso?

“Io direi piuttosto che è il Paese dell'eccellenza. Il lusso è per pochi e presuppone una distanza sociale che oggi rischia di diventare inaccettabile. È più francese. L'eccellenza italiana, invece, nasce dal basso, dai territori, dalle comunità e dalle competenze diffuse.»

Che ruolo ha il “genius loci”, l'identità dei territori?

“Non va semplicemente difeso, ma espanso. Pensiamo ai pizzaioli o ai cuochi: programmi come MasterChef hanno restituito dignità a professioni che oggi molti giovani guardano con interesse. Dobbiamo essere capaci di raccontare il valore di questi mestieri”.

Serve ancora lo storytelling?

“Più che storytelling serve lo “storydoing”. Non dobbiamo inventare favole, ma raccontare ciò che facciamo davvero. L'Italia ha sempre prodotto qualità, creatività e competenze. Occorre mostrare queste capacità e tradurle nel presente e nel futuro, non limitarci a celebrare la tradizione”.

Come si possono motivare i giovani in una società sempre più anziana?

“Dando loro responsabilità reali. Non possiamo chiedere entusiasmo a chi entra in un sistema che spesso non lo riconosce. Dobbiamo smettere di raccontarci favole e prendere coscienza del fatto che possediamo qualità che tutto il mondo ci invidia, ma che troppo spesso non riusciamo a trasformare in valore. Serve una rivoluzione culturale che parta dalle nostre generazioni, nella consapevolezza che i giovani devono costruire il futuro, non limitarsi a vivere di ciò che abbiamo fatto noi”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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