
di Raffaele Vitali
ROMA – Un’assemblea generale che punta sui contenuti, sull’esaltazione del saper fare, sulla ‘nuance’ di intrepretare la realtà in maniera molto diversa da quella che darebbe l’intelligenza artificiale. Che è utile, ma che non deve prendere il sopravvento. È l’introduzione di Nicola Porro, moderatore d’eccezione all’interno del Salone degli Arazzi del ministero del Made in Italy. Della giornata targata Assocalzaturifici. “L’AI non saprebbe cogliere l’eleganza della signora Ferargamo, ce lo assicuro. Per cui, avanti con il lungo percorso”.
Per Giovanna Ceolini, presidente dei calzaturieri e di Confindusrtria Accessori Moda, è un giorno importante: “Non per me, per il mondo della calzatura. Un giorno ni cui viene riconosciuta la grand capacità di produrre, di muovere le mani, l’intelligenza nel risolvere i problemi. I nostri artigiani son ingegneri senza laurea. Il percorso di riconoscimento inizia oggi ed è nato per valorizzare il lavoro di ogni territorio, perché non c’è angolo di Italia in cui non si produca una calzatura”.
Al suo fianco ci sono tre figure, i compagni di viaggio che hanno creato il comitato promotore che sta curando il dossier. Uno è Marco Amato, vicepresidente Museimpresa: “Dobbiamo aprire gli archivi delle imprese, luoghi che la polvere non sanno cosa sia. Per Ferragamo, che oggi è qui, abbiamo una archivio che è diventato asset dell’impresa. Non è conservazione e tutela, è base della produzione. Per anni abbiamo puntato sul saper fare, dimenticando il far sapere. Oggi abbiamo una opportunità nell’AI, ma hanno bisogno di racconti autorevoli, spetta a noi farlo”.
Non teme che questo significhi rischiare di regalare all’AI i contenuti: “E’ un paradosso. Per anni ha dominato il segreto industriale per tutelare conoscenza e patrimonio. Oggi non è più così rilevante. Ci sono componenti di R&S, ma l’archivio deve uscire, proprio per tutelarci da parte di chi acquista marchi sopiti italiani e li rimettono in produzione. Viene acquistato l’heritage, non il sapere delle mani in questi casi. Per noi, quindi è fondamentale che ci siano percorsi che certifichino il vero sapere”.
Politica, memoria, tradizione e innovazione: quattro teste per un comitato che parte da basi diverse ma con lo stesso fine. “Noi insieme vogliamo mantenere l’arte italiana della calzatura alla base di ogni discorso. Capire esattamente cosa inserire nel dossier è la sfida, un percorso lungo e complesso, ma sono convinto che ci arriveremo. Ma già solo la consapevolezza di quello che stiamo facendo è un grande risultato. Noi stessi spesso siamo denigratori del nostro lavoro, sottovalutiamo il nostro essere unici e bravi” riprende la Ceolini.
Davanti ha il gotha del mondo confindustriale e politico, ma non ci sono gli imprenditori calzaturieri di Fermo e Macerata. Unico a rappresentare quantomeno le Marche è Enrico Ciccola, oggi esponente di punta della sezione moda di Confindusitra Ascoli Piceno e tra i primi a credere nella forza 'immateriale' del calzaturiero.
Trasmettere il patrimonio immateriale non è semplice, lo sa bene Serena Musolesi, AD di Cercal: “L’arte della calzatura si trasmette attraverso un passaggio di competenze. Tradizione e innovazione devono incrociarsi e su questo lavorano le scuole calzaturiere, mettendo in relazione imprese e comunità. Luoghi dove si impara facendo”.
Trai luoghi c’è il Politecnico del calzaturiero con Alice Mercato, Politecnico del calzaturiero: “Attenzione al dettaglio, alle caratteristiche, in ogni passaggio, all’interno delle aule di formazione, c’è il futuro di qualcosa che ha un grande passato. Le scuole sono fondamentali perché nascono all’interno dei distretti, nascono da un’esigenza. Luoghi di passione”.
L’Italia vuole giocare da protagonista: “Da sempre nelle fabbriche si faceva crescere il giovane seduto vicino a chi stava per andare in pensione, oggi più complicato per i costi. Era la maniera per insegnare la tradizione, la base. Poi il giovane, è smart e ha voglia di fare se aiutato, sa incidere. Dobbiamo cambiare comunicazione, dobbiamo far comprendere il valore di un ITS, ma soprattutto valorizzare i centri specifici” ribadisce Ceolini.
Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa, aggiunge: “Il riconoscimento tocca la bellezza e la qualità, il senso dell’armonia e dell’eleganza e la estrema sofisticatezza del modo di lavorare”. Basta per attirare i giovani? “Gli open day aziendali diventano un perno della strategia. Bisogna far entrare gli studenti delel Superiori e delle Medie in fabbrica, per dare consapevolezza del mondo che hanno di fronte. Realtà sostenibili, giovani e pulite. Luoghi dove si può fare carriera e dove si guadagna” aggiunge Mercato.
È il momento del padrone di casa, il ministro Adolfo Urso parte dalla ‘storia’, dalla battaglia in Europa del 2003 per la difesa della produzione manifatturiera dall’avanzata di Cina e Vietnam, per poi arrivare all’oggi: “Dire quanto conta il calzaturiero non è mai scontato. Ultimamente ho incontrato a Parigi le più grandi case della moda francese, che pur avendo acquisito brand italiani, producono in Italia. Non solo per i marchi acquistati, ma anche per le loro griffe. Stiamo pianificando una politica bilaterale Italia-Francia, che vogliamo diventi un patto di sistema per la moda che consolidi anche le nostre filiere”.
E che intanto ha prodotto una tassa che scatterà il primo di luglio, “grazie ala nostra leadership in Europa, sui piccoli pacchi da meno di 150 euro che arrivano dall’estero. Una limitazione dell’invasione odierna, con milioni di pacchi che arrivano a casa del cittadino senza accertamenti sulla qualità del prodotto”.
Rivendica come ministero “l’impegno verso eccellenza e qualità che fa della moda un modello. Forse – ribadisce Urso – era più facile fare dell’alimentazione il modello. Non a caso è diventata patrimonio dell’umanità. Ma abbiamo scelto la strada più complicata, fare di un prodotto industriale un modello di qualità. La globalizzazione inizia con le scarpe, non dimentichiamolo, prodotte in India e Cina. Il prodotto più, popolare e necessario e facile da realizzare è la scarpa”.
Ce l’ha insegnato la Nike, ricorda il ministro. “Diventare un esempio con quanto di più artigianale abbiamo, che al momento non ha una visione intelligente come l’occhiale, è qualcosa di straordinario. Se sappiamo raccontare la qualità che i lavoratori garantiscono, andremo lontano. La vostra è una iniziativa lungimirante”. Che merita quindi la firma del dossier realizzato dal comitato promotore, ma che ha nel governo, dai ministri Urso e Valditara, il primo supporto a livello internazionale.






