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Confindustria, il dg Tarquini a Fermo: più produttività per ridurre il costo del lavoro, nucleare e l'aggregazione necessaria

10 Luglio 2026

di Raffaele Vitali

FERMO – Ospite d’eccezione dell’assemblea di Confindustria Fermo, la prima della presidente Elisabetta Pieragostini, è stato il direttore generale di Confindustria Maurizio Tarquini. Per lui, un  dialogo serrato con il vicedirettore del Resto del Carlino, Valerio Barocnini

Direttore Tarquini, l'economia internazionale vive una fase di forte incertezza. Quanto preoccupano le tensioni con gli Stati Uniti?

«Stiamo vivendo un'epoca particolare. Gli Stati Uniti fanno parte da sempre della nostra vita economica e oggi ci troviamo di fronte a un presidente che crea difficoltà. Ma noi andiamo avanti, perché abbiamo imprenditori capaci. A noi non ci uccide nessuno: sappiamo reggere la fatica e affrontare anche i momenti più complicati».

Che ruolo ha oggi l'impresa nella società?

«L'impresa non è soltanto un motore di sviluppo economico e di benessere. È anche un modo di vivere bene. Noi italiani abbiamo la fortuna di nascere immersi nella bellezza: siamo circondati dal bello e dal ben fatto. Questa è una caratteristica che dobbiamo valorizzare sempre di più».

Uno dei temi centrali resta quello dell'energia. Quali sono le priorità?

«Stiamo conducendo una battaglia contro l'Ets, la tassa europea sulle emissioni di carbonio. Per la prima volta nella storia tutte le Confindustrie europee hanno sottoscritto un documento comune chiedendo di rivedere questo meccanismo. Oggi questa tassazione pesa in modo significativo sul costo dell'energia e l'Europa ha dimostrato che, quando agisce unita, può avere maggiore forza».

Lei ha parlato anche di nucleare. Perché ritiene sia necessario riaprire il dibattito?

«Il nostro principale problema è culturale: troppo spesso prevale il "si è sempre fatto così" oppure "meglio non cambiare". Nel 1987 anch'io votai contro il nucleare, eravamo nel periodo successivo a Chernobyl. Oggi però dobbiamo avere il coraggio di rivedere quella scelta. Compriamo energia dalla Francia, che produce con centrali nucleari a pochi chilometri dai nostri confini, oppure dalla Slovenia. Nel frattempo abbiamo capito che una maggiore autonomia energetica è indispensabile».

Le fonti rinnovabili non bastano?

«Fotovoltaico ed eolico sono importanti, ma non garantiscono continuità nella produzione. Oggi il 58% degli italiani è favorevole al nucleare e tra i giovani il consenso arriva al 75%. È una strada impegnativa, ma va percorsa. Solo così potremo conquistare una vera autonomia strategica e sganciarci dal prezzo del gas nella formazione del costo dell'energia. Il risparmio potrebbe arrivare fino al 40%».

Nonostante tutto, l'industria italiana continua a esportare. È un segnale positivo?

«Assolutamente sì. Export e produzione industriale dimostrano che il nostro sistema manifatturiero è tutt'altro che finito. Le imprese italiane continuano a essere competitive».

Sul costo del lavoro quali interventi ritiene prioritari?

«Il vero nodo non è tanto ridurre il costo del lavoro, perché oggi non esistono grandi margini per interventi significativi né sul cuneo né sugli oneri. La vera sfida è aumentare la produttività. E questo passa soprattutto attraverso una crescita della dimensione media delle imprese».

Come si raggiunge questo obiettivo?

«Le aziende troppo piccole devono diventare meno piccole, attraverso la crescita interna, acquisizioni, aggregazioni o reti d'impresa. L'importante è aumentare la dimensione aziendale, perché imprese più strutturate sono anche più produttive e il peso del costo del lavoro incide meno».

Lei ha ribadito l'importanza delle aggregazioni anche tra le associazioni territoriali. Perché?

«Le aggregazioni sono importanti per le imprese e per il territorio, non per Confindustria. Sono processi che richiedono tanta pazienza e altrettanta determinazione. Bisogna ascoltare tutti, chiarire ogni dubbio e garantire le esigenze di ciascuno. Se però si lavora con questo spirito, i risultati arrivano».

Ci sono esempi concreti che dimostrano i benefici di questo percorso?

«Penso all'esperienza del Lazio, che ho seguito direttamente. Quindici anni fa c'erano cinque associazioni provinciali e abbiamo iniziato un percorso di unificazione, in un momento in cui erano in pochi a crederci. È stato un processo complesso, ma oggi Unindustria è un interlocutore autorevole per la Regione Lazio e, soprattutto, offre servizi molto più efficaci alle imprese. Basti pensare che un imprenditore della provincia di Rieti, che prima poteva contare su una struttura di appena cinque persone, oggi ha il supporto di oltre 110 professionisti, potendo fare molte più cose senza un aumento dei costi».

Ha citato anche altri modelli di collaborazione.

«Sì, perché l'aggregazione funziona quando si mette davanti l'interesse comune. Lo Champagne è rappresentato da 6.500 produttori che hanno scelto di valorizzare un marchio unico anziché competere tra loro. Siena è l'unione di contrade che mantengono identità fortissime, ma all'esterno si presentano come un'unica realtà. Anche in Confindustria abbiamo esempi importanti, come Federchimica, che ha riunito 22 associazioni di settore diventando una delle organizzazioni più influenti in Italia e in Europa. Singolarmente avrebbero avuto un peso molto minore».

Qual è il messaggio conclusivo?

«Quando il confronto diventa ideologico non se ne esce. Serve pragmatismo. Le imprese hanno bisogno di strumenti che le rendano più forti e competitive. I vantaggi dell'aggregazione sono ormai inequivocabili».

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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