
di Raffaele Vitali
FERMO - Il futuro della sanità si gioca sul territorio. Ne sono tutti consapevoli, dall’assessore Paolo Calcinaro alle associazioni di categoria per arrivare al cittadino. Su questo, partendo dalle case di comunità, si sono confrontati la Cna di Fermo e lo stesso Calcinaro.
Per gli artigiani è intervenuto Luigi Silenzi, davanti ai vertici Tomassini e Caranfa e a tanti associati. È lui che ha provato a spiegare le priorità e ad avanzare alcune richiedete. A cui poi, prontamente, ha risposto l’ex sindaco di Fermo, oggi perno della sanità marchigiana.
Silenzi dà voce agli artigiani e non solo
Luigi Silenzi, perché la CNA si impegna su questo tema? Qual è l’obiettivo del confronto avviato anche con Paolo Calcinaro?
«Il nostro impegno non nasce oggi. Negli anni abbiamo promosso molte iniziative sulla sanità, tutte con un obiettivo preciso: l’applicazione delle leggi esistenti. In particolare quelle che prevedono la realizzazione delle Case di Comunità, già introdotte con la Legge Balduzzi. La pandemia ha dimostrato quanto fosse debole la medicina territoriale e da lì c’è stato un rilancio di questo modello, anche a livello regionale».
Le Case di Comunità possono davvero essere la risposta ai problemi del sistema sanitario locale?
«Sì, ma a una condizione: che vengano realizzate come previsto dalla legge. Parliamo di strutture che, se ben organizzate, possono alleggerire il carico sui pronto soccorso e migliorare l’accesso alle prestazioni. Devono essere luoghi in cui il cittadino viene preso in carico, soprattutto se è un paziente cronico».
Qual è la situazione nel Fermano?
«Sono previste otto Case di Comunità e alcune sono in fase di ristrutturazione grazie ai fondi del PNRR. Ma il problema non è solo finire i lavori entro le scadenze: il vero tema è cosa ci sarà dentro queste strutture. Serve un progetto chiaro».



Cosa dovrebbe esserci concretamente dentro?
«Devono esserci i medici di medicina generale, i servizi infermieristici e tutta la strumentazione di base: elettrocardiogrammi, ecografie, spirometrie. Strumenti che permettono una prima diagnosi immediata. Lì cambia il modello: il paziente non viene solo visitato, ma preso in carico».
Quindi il problema oggi è organizzativo più che strutturale?
«Esattamente. Le strutture si possono anche fare, ma senza un’organizzazione chiara rischiano di restare vuote. Noi chiediamo all’assessore un cronoprogramma preciso, con date certe e investimenti definiti. Bisogna sapere quante persone ci lavoreranno e quali servizi saranno garantiti».
Quali sono le priorità per il territorio?
«La prima è rafforzare la medicina territoriale. Se portiamo fuori dall’ospedale una serie di prestazioni, risolviamo due problemi enormi: le liste d’attesa del CUP e la pressione sui pronto soccorso. Ma questo si fa solo se le Case di Comunità funzionano».
Che ruolo hanno i medici di famiglia in questo modello?
«Un ruolo centrale. Devono diventare protagonisti della medicina territoriale, ma per farlo devono avere strumenti e tecnologie. Oggi anche nelle farmacie si fanno esami di base: è evidente che i medici devono essere messi nelle condizioni di fare diagnosi più approfondite direttamente».
Quanto incide l’invecchiamento della popolazione?
«Il Fermano è un territorio che invecchia, dove gli spostamenti sono spesso difficili. Per questo serve una sanità sotto casa. Le Case di Comunità possono dare una risposta concreta, soprattutto per gli anziani e i pazienti cronici».
C’è anche un problema di accesso alle cure?
«Sì, ed è molto serio. Sempre più persone rinunciano a curarsi per le liste d’attesa o per i costi del privato. Questo è in contrasto con i principi della sanità pubblica, che deve garantire assistenza a tutti».
Qual è quindi il messaggio finale della CNA?
«Basta soluzioni tampone. Serve una riorganizzazione vera della sanità territoriale. Le Case di Comunità sono un’opportunità, ma vanno riempite di contenuti, personale e tecnologie. Solo così potranno diventare il punto di riferimento per i cittadini».
