
FERMO – “Le biblioteche, nei momenti difficili, sono granai dove si ammassano le risorse dello spirito”. ‘Sapori di una conversazione sincera e necessaria, il potere delle relazioni autentiche’ è il titolo del libro di Luca D’Aprile, presentato in una gremita biblioteca Spezioli dialogando con l’aulica gentilezza di Francesco Rapaccioni – è sua la frasi di apertura - e con il contributo scientifico del dottor Patrizio Cardinali.
«La qualità della vita dipende dalla qualità delle relazioni» è uno dei messaggi centrali. A Fermo va in scena la prima presentazione pubblica del libro, scritto dal membro del Cda de Il Fatto Quotidiano con delega al digitale, coach professionista e imprenditore della comunicazione.
Luca D’Aprile, da dove cominciamo?
“Dalla mia città, a cui sono legato. In questa biblioteca, dove sono passate centinaia di migliaia di persone, venivo anche io, ragazzino timido e fragile. Oggi essere dall’altra parte, dopo aver scritto un libro sulle emozioni e sulle relazioni tra le persone, ha un significato speciale. Di fronte ho la mia vita: i miei fratelli, gli amici dell’adolescenza e quelli degli ultimi anni”.
D’Aprile, perché questo libro?
“Credo nelle relazioni tra le persone. Relazioni autentiche, parola che fa da colonna sonora al libro. Il mio libro inizia con una domanda: se la mia vita fosse un romanzo, lo leggeresti? Credo fermamente di sì, perché il romanzo interiore che abita in ciascuno di noi è ricco: è pieno di errori e obiettivi, di vittorie e di momenti che non abbiamo festeggiato come avremmo dovuto. Ci sono i rimpianti, ci sono le sliding doors”.
Sliding doors?
“Sono le scelte che ci portano avanti. Siamo tutti figli delle nostre sliding doors. Il romanzo interiore non solo va riconosciuto, ma bisogna parlarne. In questo testo, provo a unire il romanzo pubblico e romanzo interiore”.
Il tutto con la prefazione di Daniela Lucangeli. Come procede il racconto?
“I due romanzi, quando si incontrano, creano una magia vera. Si crea una relazione autentica. Quando ti esponi e riesci a essere te stesso con una persona, ti trovi sulla stessa frequenza. “Come stai, grazie” diventa “come stai, parliamo”. Dal primo giorno della nostra vita fino a oggi, la vera differenza la fa la comunicazione, partendo dal dialogo con se stessi per arrivare a quello con gli altri”.
Lei racconta un’infanzia segnata dalla timidezza, dalla sensazione di essere invisibile. Quanto l’ha segnato?
“Il mio è il percorso di chi ha superato dei problemi. Ho passato tempo a “pettinare” le parole, ad analizzare l’errore, a riflettere sulla differenza tra “ho fatto un errore” e “sono sbagliato”. Attenzione, perché è questo che genera più problematiche. Se ogni errore diventasse identificativo di noi stessi, inizieremmo a vederci come sbagliati e a stare un passo indietro. Ma io non sono sbagliato. Posso avere caratteristiche negative, ma non possiamo identificarci con i nostri errori. Andiamo oltre i social e i modelli del vincente a tutti i costi”.


Manager, ma anche coach, che significa?
“Parliamo di un allenamento per raggiungere gli obiettivi. Non è terapia, non è analisi: se hai un problema, c’è un altro tipo di percorso. Se hai un obiettivo da raggiungere, il coach è l’allenatore. Il coaching nasce da Socrate e dalla maieutica: il coach non dà risposte, ti porta alla risposta. In questo, un aiuto arriva da Timothy Gallwey, con Il gioco interiore del tennis. Uno sport che pratichi con te stesso. C’è il tema del “sé giudicante” e del “sé che ti lascia libero”. Se il primo prende il sopravvento, iniziano i problemi. Il tuo umore interiore diventa determinante e la performance, nella vita in generale, si abbassa. Hai un continuo rumore, qualcosa che non torna. Eliminare il rumore è uno degli obiettivi del coaching”.
Le parole sono determinanti per crescere?
“Il libro è centrato sulle parole, sul loro significato e ruolo. Ma poi ci sono anche gli sguardi. E infine l’ascolto, che deve essere autentico e profondo. È utopico oggi? La mia idea è che ci ascoltiamo troppo poco. L’ascolto, quando è vero, presuppone che io sia davvero con te. La domanda la faccio per rafforzare quello che dici, non per interromperti. I social hanno amplificato la comunicazione “one to many”: scrolliamo troppo e parliamo meno. Gli elementi della comunicazione sono centrali nel libro. Contano le parole, che possono anche ingannare. Un “ti amo” pronunciato con lo sguardo in basso e senza convinzione è buttato lì. Diverso è dirlo guardando negli occhi. Il corpo si muove in un determinato modo: la comunicazione non verbale è quella di cui possiamo fidarci. Su quella verbale, invece, parliamone”.
Passaggi chiave del libro?
“Quando sale al soglio pontificio Papa Leone XIV, incontra la stampa internazionale e tra le prime cose che dice è: 'Disarmiamo le parole'. Mi ha colpito molto questa frase. Le parole possono essere pesanti, quindi dobbiamo farci attenzione nella loro costruzione. Quel “disarmare” è un programma da portare nelle scuole e nelle università. Dobbiamo tutti lavorare per relazioni autentiche, senza pensare che sia troppo tardi. In realtà non è mai troppo tardi”.
Luca D’Aprile, oggi lei è felice: ha scritto un libro e l’ha presentato nella sua città, anche se ormai vive tra Milano ed Europa. Ma per lei, cos’è la felicità?
“Non ci sarà mai una risposta definitiva. Bertrand Russell, ne La conquista della felicità, affronta il tema spiegando che l’infelicità nasce da un’eccessiva concentrazione su se stessi, mentre la felicità si sviluppa quando ci si apre agli interessi, alle relazioni, a ciò che ci collega al mondo esterno. Lo spostamento dall’io al mondo apre lo spazio alle relazioni. Sono convinto che la felicità, almeno in parte, sia data dalla qualità delle connessioni che riusciamo a creare. La comunicazione empatica è necessaria. E poi, smettiamo di preoccuparci di tutto. La scienza dice che l’85% delle cose per cui ci preoccupiamo non accade mai. Serve più libertà mentale”.
r.vit.
