
MILANO/MONTAPPONE – Non manca mai Complit tra i corridoi del Mipel. E così Axis di Carlo Forti, con sede a Monte Vidon Corrado. Per l’azienda di Montappone, il riferimento è ormai Marco Antinori che con impegno e caparbietà ha affiancato il padre Amedeo per anni, la fiera è fondamentale, “perché il nostro mondo vive di relazioni dirette”.
Antinori, il Mipel quanto conta?
“Detto che è stata una edizione un po’ piatta, i clienti storici e consolidati continuano a venire, ma i nuovi contatti sono pochi. Il nostro obiettivo, quindi, è soprattutto mantenere e rafforzare le relazioni con chi già conosce il prodotto e, allo stesso tempo, cercare nuovi sbocchi commerciali”.
Quali mercati avete incontrato?
“Abbiamo acquisito un nuovo cliente cinese, una sfida interessante. È ancora presto per dire se la Cina sarà il mercato del futuro, ma sono convinto che nei prossimi anni possa diventare importante. Gli stipendi stanno crescendo e si sta formando una classe media sempre più ampia. Già oggi iniziano ad arrivare buyer cinesi alle fiere non soltanto per osservare e magari ricreare, ma per fare ordini. Credo che sia un segnale da attenzionare”.
Altre aree?
“Abbiamo qualche contatto anche in Nigeria e stiamo guardando con interesse all'Africa, ma oggi la Cina rappresenta, secondo me, la prospettiva più interessante”.
E in Europa?
“L'Italia è un mercato chiave, poi ci sono la Francia, che apprezza le creazioni e altri paesi del nord Europa. Resta il fatto che il cappello non è semplice da collocare ovunque. Stiamo però lavorando anche attraverso distributori e nuovi contatti internazionali. La crescita non arriva necessariamente dalle fiere: spesso siamo noi a muoverci direttamente, a costruire relazioni e a cercare distributori”.
Quindi il Mipel rimane una tappa, ma non è più sufficiente?
“Le fiere sono cambiate. Non sono più necessariamente il luogo dove si costruisce tutto il business. Per il cappello, in particolare, bisogna incontrare le persone e lavorare al meglio online. Quando facciamo i conti tra costi e risultati, è evidente che la fiera, da sola, lascia sempre meno”.
Parliamo della nuova collezione. Il colore resta una caratteristica distintiva?
“Assolutamente sì. Il colore è una delle caratteristiche predominanti della nostra collezione. Quest'anno, però, abbiamo investito molto anche sulle nuove forme, soprattutto per la cerimonia. Negli anni scorsi avevamo lavorato maggiormente su prodotti più casual, mentre questa volta abbiamo scelto di concentrare l'attenzione su una collezione per circa l'80% elegante e dedicata alla cerimonia”.
Una scelta precisa, quindi.
“Credo che quando sei coerente con quello che sai fare, nel lavoro e nel prodotto, alla fine i risultati arrivano. E le prime risposte sono state molto positive”.
Il suo cappello preferito?
“Direi questo: un prodotto che mette insieme le caratteristiche del cappello e del fascinator. È più piccolo, si porta come un cerchietto e può essere indossato in maniera molto versatile. Ha l'eleganza del fascinator, ma con una struttura che richiama il cappello. Può essere utilizzato in diverse occasioni e non soltanto nella cerimonia tradizionale”.
Il mercato de cappello è prevalentemente femminile?
“Quest'anno circa il 95% della collezione è dedicato alla donna. Per l'uomo abbiamo qualche proposta, soprattutto Panama, ma abbiamo scelto di concentrarci sul segmento che conosciamo meglio, la cerimonia e la donna”.
Come sta andando l'azienda?
“Quest'anno abbiamo lavorato bene e stiamo crescendo un po' ovunque. Le difficoltà ci sono, naturalmente. Abbiamo avuto anche qualche cliente che non ha pagato e questo rappresenta un problema per qualsiasi azienda. Però continuiamo a difenderci proprio grazie alla nostra specializzazione. Facciamo un prodotto particolare, che non fanno tutti, e per questo veniamo cercati”.
Sul fronte della manodopera avete problemi di ricambio generazionale?
“Il problema esiste sempre. Mi sono preparato proprio per il futuro, inserendo una nuova ragazza che viene affiancato le persone più esperte. È un investimento, anche se oggi magari non sarebbe strettamente necessario. Il rischio del ricambio generazionale, però, c'è.
Nel nostro settore ci sono sempre meno persone che sanno fare determinati lavori. Formare una persona richiede tempo, esperienza e investimento. E quando si tratta di lavorazioni particolari non puoi semplicemente sostituire una persona da un giorno all'altro”.
Il distretto del cappello è ancora vivo?
“Assolutamente sì. Il distretto c'è e ci sono belle aziende che continuano a reggere e a lavorare bene. Il problema riguarda alcuni aspetti del sistema e soprattutto la capacità di fare squadra. Quando arrivano i momenti difficili, diventa più complicato”.
Quanto è importante oggi l'artigianalità?
“È fondamentale. Ci sono lavorazioni che vengono realizzate completamente a mano, senza macchine: si parte dalla forma e si lavora esclusivamente con ago e filo. Per alcuni modelli servono ore di lavoro, per altri anche diversi giorni, a seconda della complessità”.
Antinori, la veletta si è ripresa il posto al centro?
“La veletta è stata molto in voga anni fa e oggi torna in una versione più elegante e contemporanea. La nostra ricerca va verso uno stile raffinato ma minimalista: pochi fiocchi, poche guarnizioni, linee più pulite. Il nostro stile rimane classico e signorile, ma cerchiamo di renderlo contemporaneo attraverso le forme”.
E per la prossima primavera-estate quali saranno i colori?
“Stiamo investendo su nuove tonalità, tra cui il coccio e diverse sfumature di marrone. Sono colori che possono sembrare più legati all'invernale, ma che stiamo reinterpretando anche nella nuova stagione”.
In sintesi, quindi, qual è la direzione di Complit?
“Continuare a investire sulla nostra identità, sulle forme e sull'artigianalità. Per il mercato dobbiamo invece muoverci sempre di più attraverso relazioni dirette e distributori, senza pensare che la fiera possa essere l'unico strumento commerciale. Il prodotto deve parlare da solo, ma dobbiamo anche essere capaci di portarlo nei mercati giusti”.
Raffaele Vitali
