
di Raffaele Vitali
AMANDOLA – Mentre Moreno Cedroni, lo chef ospite per la 29eesima edizione di Diamanti a Tavola (31 ottobre-8 novembre), prepara l’antipasto, il sindaco di Amandola, Adolfo Marinangeli, racconta il suo decennale dal sisma. Era sindaco il giorno della grande scossa, è sindaco oggi, mentre la città dei Sibillini fiorisce.
Dieci anni sono passati, Marinangeli dove era il 30 ottobre?
“Ero a dormire, erano le 745. Ci siamo alzati di corsa e ci siamo fermati sotto il muro portante, insieme con i figli a cui urlavo di non muoversi. Tutti volevano scappare per le scale. Urlavo per bloccarli”.
E poi?
“Sono uscito, sono andato in piazza. Si è riempita in pochissimi minuti”.
Prime notizie?
“Dei feriti a Garulla, si diceva. Poteva andare malissimo, per fortuna, dopo la scossa del 24 agosto, erano iniziate le evacuazioni e avevamo iniziato poi a creare le zone di emergenza, con i tendoni e il palasport organizzati. Poi, era arrivata la scossa del 26 ottobre che aveva fatto crollare la chiesa delle monache benedettine, aumentando l’attenzione”.
Quale ha segnato di più Amandola?
“Direi il 24 ottobre. Soprattutto perché non fu singola, ne arrivò una anche dopo le 21. Ricordo bene, eravamo con il vice comandante dei vigili del fuoco di Fermo in municipio quando è arrivata una scossa fortissima. Usciti fuori, prime telefonate e ci siamo trovati davanti al portale della chiesa, erano le 2115. Un nuovo boato e la parete della chiesa che crolla. Ho l’immagine davanti a me, riuscimmo di corsa a raggiungere un muro dove ripararci. E ci crollò la chiesa davanti, eravamo in mezzo alla polvere”.
La nuova scossa del 30, quali danni ha lasciato?
“Tanti crolli, ma tutte le persone salve. Solo che il 30 ha davvero fatto sentire tutti insicuri. Il terremoto è stato lunghissimo, non si fermava mai. Due lunghissimi minuti. La prima volta che ho sentito urlare l’acciaio del soppalco. Un sibilo lunghissimo”.

Nessuna vittima, ma le ferite erano grandi. Cosa resta oggi?
“Al di la degli edifici, con problemi ancora evidenti per ritardi burocratici e procedurali, la comunità l’ha superato. Amandola ha una economia post sisma strutturata. Si è svegliata la città e Diamanti a Tavola è la risposta. Avere quest’anno 23 associazioni che lavorano per la festa del paese, è la risposta alla comunità”.
Incompiuta è il teatro?
“Il cantiere del teatro storico dovrebbe partire nel 2027, sono arrivate tutte le autorizzazioni, abbiamo 1.7 milioni dell’ufficio ricostruzione pronti. Mentre bisogna aumentare i fondi per la chiesa di San Francesco, perché i sei milioni stanziati non bastano”.
E il cineteatro?
“Lavori finiti, ma c’è un contenzioso in corso tra impresa e demanio. Altrimenti i lavori sarebbero quasi terminati. Spero di averlo per l’inizio dell’anno”.
Ricostruzione privata?
“Siamo al 60%, stando ai certificati di abitabilità”.
Ricostruzione pubblica?
“Direi il 40%. Ma i grandi cantieri non sono partiti. Quindi se guardo i numeri posso essere contento, ma se guardo gli importi siamo indietro. Ho tre cantieri che da soli cubano 15 milioni. Ma ho il 100% di progettazione fatta, alcuni tra Usr e Sovrintendenza, se non il Parco”.
Cosa le manca dell’Amandola del 2016?
“Gli spazi, il teatro, san Francesco per le manifestazioni. Diamanti a Tavola lì dentro è un’altra cosa. Oggi abbiamo mezza vi Indipendenza utilizzabile, perché metà edifici non sono mai partiti. E chissà se partiranno mai. Perché purtroppo siamo impotenti di fronte al privato che non fa”.
Ma Amandola si sente davvero ripartita?
“E’ come chiedere all’oste del vino. Sono il sindaco. Voglio e penso di sì. Il Pil Amandolese negli ultimi tre anni è cresciuto del 7% all’anno. Quindi c’è una economia nelle tasche dei cittadini. Il cittadino questo lo sa, anche se magari non lo dice. E non può non dire che i servizi non siano migliorati”.
Ultima domanda, il sisma le ha dato il nuovo ospedale. Soddisfatto?
“Lo sono da quando è nato. Oggi sto raccogliendo soddisfazioni che non immaginavo, ma che sono quello che avevo pensato nel 2016: gente che vede nell’ospedale un luogo di sviluppo, oltre che di salute. È un hub della montagna. Senza non avremmo avuto Conad, per esempio, avremmo meno turisti, perché l’ospedale rende tutti tranquilli. E l’ospedale, mai lo diranno, è stata la certezza della ricostruzione. È stato un fattore psicologico. Molti pensavano: se fanno l’ospedale, qui ad Amandola ci sarà vita e recupero, a prescindere dai problemi. Noi abbiamo quel delta in più”.
