
FERMO – La sanità nelle Marche? La fotografia, in particola modo sull’assistenza territoriale, arriva da Licio Livini, presidente dello Iom di Fermo ed ex direttore generale dell’Asur: dai 13 ambulatori per i bisogni non differibili alla telemedicina, fino all’oncologia di prossimità. Opportunità e criticità di un progetto che punta a ridurre gli accessi impropri negli ospedali.
Licio Livini, la Regione Marche punta sulle Case della Comunità per ridurre la pressione sui Pronto soccorso. È un modello concretamente realizzabile?
“L'impostazione delineata dalla Regione Marche non solo è ipotizzabile, ma ricalca e sviluppa modelli già in sperimentazione avanzata in altre Regioni italiane, come i CAU, i Centri di assistenza e urgenza dell'Emilia-Romagna, o le forme di aggregazione della medicina territoriale presenti in Toscana e Veneto.
Il progetto marchigiano si inserisce in un quadro normativo preciso, a partire dal decreto ministeriale 77 del 2022, che definisce il modello dell'assistenza territoriale con le Case della Comunità, gli Infermieri di famiglia e comunità, le Centrali operative territoriali e il numero 116117 per le cure non urgenti.
A questo si aggiungono i finanziamenti del Pnrr, che sostengono strutture, dotazioni tecnologiche e digitalizzazione, con scadenze fissate al 2026, e gli accordi collettivi nazionali che regolano il lavoro dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta”.
Il progetto prevede 13 ambulatori per i bisogni non differibili, aperti dalle 8 alle 20, sette giorni su sette. Quale potrebbe essere il loro impatto sui Pronto soccorso?
“Il loro obiettivo è intercettare l'utenza a bassa gravità, in particolare i codici bianchi e verdi, che rappresentano una quota molto consistente degli accessi in Pronto soccorso, stimata nel 60-70%.
Se questi ambulatori riusciranno a rispondere in modo tempestivo ai bisogni dei cittadini, potranno contribuire concretamente a ridurre il sovraffollamento ospedaliero, il cosiddetto overcrowding, e a proteggere il personale che lavora nell'emergenza-urgenza.
Il punto fondamentale è che il cittadino deve trovare una risposta adeguata al proprio problema senza essere costretto a rivolgersi all'ospedale per una prestazione che può essere gestita sul territorio”.
Uno dei problemi più frequenti è quello delle liste d'attesa. Come si può evitare che gli ambulatori territoriali diventino soltanto un passaggio intermedio?
“È necessario prevedere percorsi diagnostici diretti, i cosiddetti fast track, che consentano di accedere rapidamente alla radiologia e alle visite specialistiche quando servono. Pensiamo a una persona con il sospetto di una piccola frattura o con la necessità di un esame di controllo. Se viene indirizzata a un ambulatorio territoriale, ma poi deve rientrare nelle liste d'attesa ordinarie, il sistema non ha risolto il problema.
È proprio questo vicolo cieco burocratico che bisogna evitare. La presa in carico deve essere effettiva e accompagnata da collegamenti rapidi con i servizi diagnostici e specialistici”.
La Regione punta anche sull'oncologia territoriale. Da presidente dello Iom di Fermo, come valuta questa prospettiva?
“È uno dei nodi cruciali per il futuro del Servizio sanitario nazionale. Il cancro, in molti casi, si è trasformato da malattia acuta in una patologia cronica o comunque a lungo decorso. Questo rende un modello esclusivamente ospedalocentrico sempre meno sostenibile, sia per i bilanci sia per le liste d'attesa, ma soprattutto per la qualità della vita dei pazienti più fragili.
Portare l'oncologia sul territorio significa avvicinare le cure alla persona, consentendole di essere seguita nel proprio contesto di vita. La prossimità, però, non deve significare una riduzione della qualità dell'assistenza. La Casa della Comunità deve diventare un avamposto della Rete oncologica, un luogo in cui le competenze infermieristiche avanzate e le tecnologie, dalla cartella clinica condivisa alla telemedicina, permettano di portare l'ospedale più vicino al cittadino”.
In questo percorso quale ruolo possono svolgere le associazioni oncologiche e gli enti del Terzo settore?
“Le associazioni non possono essere considerate una semplice aggiunta di cortesia, ma devono diventare un pilastro strutturale dell'assistenza territoriale. Se la Regione riuscirà a stipulare accordi di programma chiari, attraverso veri e propri patti di sussidiarietà, le associazioni oncologiche potranno rappresentare l'infrastruttura emotiva e relazionale delle Case della Comunità.
Il rischio è che l'oncologia territoriale si riduca a un ambulatorio freddo, con una siringa e un computer. Dobbiamo invece costruire un luogo accogliente, in cui il paziente non si senta semplicemente un malato cronico da gestire a costi inferiori, ma una persona che viene curata e accompagnata nella propria quotidianità. La presa in carico deve essere clinica, ma anche umana e relazionale”.
Un altro ambito sul quale la Regione intende intervenire è quello pediatrico. Quali benefici potrebbero esserci?
“Offrire un punto di riferimento territoriale per i bambini, soprattutto nei fine settimana, può contribuire a ridurre l'ansia dei genitori, che spesso rappresenta una delle cause degli accessi non appropriati al Pronto soccorso pediatrico.
Avere un servizio al quale rivolgersi in caso di un problema non differibile, ma non grave, significa dare alle famiglie una risposta più vicina e appropriata, evitando di ricorrere all'ospedale quando non è necessario”.
Per orientare i cittadini è previsto anche il numero 116117. Quanto conta questo strumento?
“Un elemento importante perché consente di canalizzare la domanda attraverso un numero dedicato di orientamento.
Il cittadino deve sapere dove rivolgersi e quale struttura è più adatta al suo problema. Il 116117 può contribuire a distinguere tra un'emergenza, per la quale bisogna chiamare il 112 o recarsi in Pronto soccorso, un bisogno urgente ma non vitale, che può essere affrontato attraverso i servizi territoriali, e una patologia ordinaria, da gestire con il proprio medico di medicina generale.
Senza un sistema di orientamento efficace, il rischio è che le persone continuino a presentarsi autonomamente in ospedale, senza conoscere le alternative disponibili”.
C’è del buono nel percorso, ma qual è il principale ostacolo alla realizzazione del progetto?
“Il vero collo di bottiglia è la carenza di personale. L'Italia, e le Marche non fanno eccezione, sconta una grave difficoltà nel reperire medici, sia di medicina generale sia dell'emergenza-urgenza, e infermieri.
Bisogna capire chi coprirà i turni degli ambulatori, dalle 8 alle 20, sette giorni su sette. Se per garantire il servizio si dovesse ricorrere a medici a gettone, specializzandi o professionisti sottratti alla Continuità assistenziale o agli organici ospedalieri, si rischierebbe di creare nuove scoperture altrove. Senza capitale umano, il modello rischia di rimanere sulla carta”.
C'è poi il nodo del rapporto con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta.
“I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta sono professionisti convenzionati, non dipendenti della Regione. La loro partecipazione a turnazioni fisse o a nuovi modelli territoriali deve essere regolata dagli accordi collettivi nazionali e dagli accordi integrativi regionali.
Non possono essere semplicemente obbligati a svolgere turni rigidi nelle Case della Comunità al di fuori di quanto previsto dagli accordi. Per questo è necessario raggiungere un'intesa solida con le organizzazioni sindacali della medicina generale e della pediatria. Senza un accordo economico e organizzativo soddisfacente, il rischio è che l'adesione sia disomogenea o lasciata alla volontà dei singoli professionisti”.
L'esperienza dell'Emilia-Romagna con i CAU ha evidenziato anche difficoltà nel far comprendere ai cittadini la differenza tra i vari servizi. È un rischio che riguarda anche le Marche?
“Ogni cambiamento organizzativo richiede tempo e una comunicazione chiara. Il cittadino deve comprendere la differenza tra emergenza, bisogno urgente non vitale e patologia ordinaria.
Se questa distinzione non viene spiegata in modo efficace, si rischia di creare confusione e di trasformare i nuovi ambulatori in una sorta di secondo Pronto soccorso informale”.
Un altro aspetto riguarda la scelta di attribuire ad alcune Case della Comunità una vocazione specifica, per esempio oncologica o pediatrica. Quali criticità vede?
“Il decreto ministeriale 77 immagina le Case della Comunità come strutture generaliste, polivalenti e capaci di rispondere ai bisogni complessivi della popolazione. La scelta di assegnare a determinate sedi una vocazione prevalente, oncologica o pediatrica, può rappresentare un elemento innovativo, ma deve essere accompagnata da collegamenti efficienti tra i territori.
Bisogna evitare che i cittadini dei Comuni montani e delle aree interne si trovino in difficoltà nel raggiungere i servizi. Altrimenti si rischia di creare disparità territoriali e di frammentare la presa in carico, che deve invece mantenere una visione complessiva della persona”.
Cosa suggerirebbe per far funzionare il ‘modello Marche’ in fase di avvio?
“L'impostazione della Regione, anche alla luce del decreto ministeriale 77 e degli obiettivi del Pnrr, rappresenta una delle interpretazioni più avanzate della riorganizzazione dell'assistenza territoriale. La transizione delineata dall'assessore Paolo Calcinaro risponde all'obiettivo di ridurre la centralità dell'ospedale per i bisogni a bassa complessità, spostando sul territorio una parte dell'assistenza.
Ma il successo non dipenderà soltanto dall'architettura organizzativa. Servono accordi economici e operativi soddisfacenti con i medici di medicina generale e i pediatri, dotazioni infermieristiche adeguate e un ruolo centrale per gli Infermieri di famiglia e comunità.
Occorre inoltre che i sistemi di telemedicina funzionino realmente e che i percorsi diagnostici veloci siano accessibili. Se il cittadino non trova una risposta rapida nell'ambulatorio territoriale, continuerà a rivolgersi al Pronto soccorso”.
r.vit.
