
FERMO – A parlare, del pensionamento di Giampiero Macarri, primario di gastroenterologia fino al 1° Novembre, è Licio Livini, direttore dell’Area Vasta 4 dal 2015 al 2021: "Un medico e un amico, una certezza per l’ospedale Murri. La sua esperienza è un tesoro che la sanità dovrebbe continuare a valorizzare".
Dottor Livini, il pensionamento di Giampiero Macarri segna l’uscita di scena di una figura importante per la sanità fermana. Che cosa rappresenta per lei questo momento?
"Parlo da amico, certamente, ma soprattutto con la consapevolezza di chi, per sei anni intensi, dal 2015 al 2021, ha guidato la sanità fermana. Da direttore ho vissuto la complessità della macchina ospedaliera, le difficoltà quotidiane, le sfide organizzative e la straordinaria abnegazione di chi tiene in piedi la nostra sanità pubblica. Posso dirlo senza retorica: avere tra i propri primari una figura come Giampiero Macarri significava avere una certezza granitica. La sua uscita dal servizio è una perdita importante, non soltanto sul piano professionale, ma anche umano".
Una frase di Macarri, nella nostra intervista, è rimasta particolarmente impressa: "Fosse per me, resterei. Ho dato la mia vita a questo ospedale, mai un'ora di lavoro da privato".
"È una frase che racconta molto bene l'uomo e il professionista. Macarri ha fatto del Murri la sua casa e della sanità pubblica la sua missione. Non è una dichiarazione di circostanza: è la sintesi di una vita professionale trascorsa al servizio dell'ospedale e dei pazienti. In un periodo in cui assistiamo spesso a fughe verso il privato e a una crescente difficoltà nel trattenere i professionisti nella sanità pubblica, questa testimonianza assume un valore ancora più forte. Ha curato tutti con la stessa dedizione, mettendo sempre al centro il diritto alla salute".

Il suo pensionamento è legato al raggiungimento dei limiti di età. Non si rischia di disperdere un patrimonio di competenze ed esperienza?
"È proprio questo il punto. Ci troviamo davanti a un paradosso: da una parte la medicina e la scienza allungano la vita e migliorano le condizioni di salute delle persone, dall'altra continuiamo a utilizzare schemi organizzativi che considerano automaticamente conclusa a una certa età la possibilità di dare un contributo alla società. Non sto dicendo che si debba lavorare all'infinito o che non si debba garantire il giusto ricambio generazionale. Dico che dovremmo essere capaci di distinguere tra un limite anagrafico e le reali condizioni di una persona. Ci sono professionisti che, anche dopo aver raggiunto l'età pensionabile, conservano lucidità, energie, motivazioni e competenze straordinarie".
Quindi il problema non riguarda soltanto la sanità, ma un modello culturale più generale?
"Certamente. Dobbiamo superare un certo ageismo, cioè la tendenza a considerare improduttivo chi ha superato una determinata soglia anagrafica. La longevità è una delle grandi trasformazioni del nostro tempo e dobbiamo imparare a gestirla anche dal punto di vista sociale ed economico. Il cosiddetto tesoro grigio, rappresentato dalle competenze e dall'esperienza delle persone più mature, è una risorsa che non possiamo permetterci di sprecare. La sfida non è obbligare tutti a lavorare più a lungo, ma consentire a chi è in salute e desidera continuare a farlo di mettere ancora a disposizione le proprie capacità".
In ospedale, però, c'è anche la necessità di favorire l'ingresso dei giovani. Le due esigenze possono convivere?
"Non soltanto possono convivere, ma dovrebbero integrarsi. Un professionista come Macarri non toglierebbe spazio ai giovani. Al contrario, potrebbe rappresentare una guida, un riferimento, una possibilità di crescita. Esiste un patrimonio di conoscenze che non si trova sui libri e che non si acquisisce soltanto attraverso la formazione universitaria. È il sapere clinico costruito in tanti anni di attività, attraverso migliaia di casi, decisioni e responsabilità. La trasmissione di questa esperienza è fondamentale. Dovremmo pensare a modelli capaci di affiancare i professionisti più esperti ai giovani medici, valorizzando entrambi".
Che cosa ha rappresentato Macarri per l'organizzazione sanitaria fermana negli anni in cui lei era direttore?
"Una figura di grande affidabilità. Quando si dirige un'organizzazione complessa come quella sanitaria, si ha bisogno di professionisti sui quali poter contare, persone che conoscano profondamente il proprio lavoro e che sappiano assumersi responsabilità. Macarri era questo. Un primario autorevole, un medico preparato, ma soprattutto una persona che aveva un rapporto fortissimo con l'ospedale e con la sua missione. La sua presenza rappresentava una garanzia per i colleghi, per l'organizzazione e per i pazienti".
La sua vicenda riporta al centro anche il tema della sanità pubblica e del suo futuro.
"Credo che il suo esempio debba farci riflettere. La sanità pubblica ha bisogno di investimenti, personale, organizzazione e risorse, ma ha bisogno anche di persone che credano profondamente nel servizio che svolgono. L'articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività. Macarri ha interpretato questo principio nella sua forma più concreta, dedicando la propria vita professionale all'ospedale pubblico. Un Paese che non sa trattenere e valorizzare le proprie eccellenze rischia di impoverirsi".
Che cosa si sente di dire oggi al suo amico Giampiero Macarri?
"Innanzitutto grazie. Per quello che ha fatto, per i pazienti che ha curato, per la disponibilità dimostrata, per il senso di appartenenza con cui ha vissuto il proprio lavoro. La corsia perde una guida importante, ma il suo esempio resta. La burocrazia può stabilire una data e imporre un congedo, ma non può cancellare il valore di una persona e di un professionista. Buona nuova vita, Giampiero. La sanità fermana ti deve molto e la tua storia continuerà a far parte della sua identità".
r.vit.
