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Riccioni e il dietro le quinte di 'Quello che resta di noi'. "Un film che dà un'occasione ai giovani". Pannofino star tra le colline marchigiane

19 Ottobre 2026

di Raffaele Vitali

FERMO - Simone Riccioni, attore e regista made in Marche, tra pochi giorni sarà sugli schermi dei cinema di tutta Italia con il suo nuovo film, Quello che resta di noi. Due anteprime nel Fermano: il 22 ottobre a Porto Sant’Elpidio, alle 20.45, con tutto il cast, e il 27 ottobre al Super 8 di Fermo, sempre alle 20.45.

Riccioni, un film nasce sempre da una domanda?

“Ce la siamo posta io ed Emilio Mercanti, che ha curato insieme con me la regia: siamo davvero disposti a perdere noi stessi per adattarci a ciò che ci chiede il mondo? Per il per è No. Perché sono convinto che i ragazzi, le persone, tutti quanti abbiano un’originalità. Ognuno porta con sé una particolarità: dobbiamo scegliere se prendere quel talento e farlo fiorire. Il titolo vuole evocare proprio questo: quando ci troviamo da soli, cade la maschera. Quando precipitiamo nelle difficoltà, cosa resta davvero di noi?”.

Chi sono i protagonisti?

“Sono sette ragazzi con problematiche diverse che entrano in una villa dove si narra sia nascosto il tesoro di una contessa. Vero, falso, mistero? C'è il ragazzo hikikomori, quello fissato con i social, il balbuziente a causa del bullismo subito e la ragazza bella che, però, non si riconosce. Uno spaccato della società di oggi. Tutti hanno un obiettivo: vincere quei soldi”.

Sembra semplice.

“È solo un incipit che permette ai ragazzi di compiere un viaggio dentro i propri sentimenti. A un certo punto si rompe il meccanismo del gioco e restiamo incollati alle vite di ciascuno, che quell'esperienza porterà a cambiare e a scegliere chi essere. Si parte dal gioco e si arriva al cuore. È un mystery comedy”.

È un film per un pubblico particolare?

“Un film per tutti, non è limitato a nessuno. Anche i bambini possono vederlo. Alla fine è una bella commedia”.

Simone Riccioni, lei gira sempre nelle Marche. cosa ci trova?

“Amo le Marche. Si può e si deve fare cinema qui, se si fa davvero impresa, con un'idea, un canale distributivo e strategie per comunicare il film, che deve essere visto. Le Marche, intese come persone e imprenditori, mi hanno sostenuto molto. Anche in questo film la Bcc di Ripatransone e del Fermano ha scelto di sostenere i valori, e non la potenza mediatica. Questo è importante. Continuerò a girare qui perché, secondo me, le Marche sono una regione meravigliosa che deve ancora farsi conoscere”.

Un cast giovane, come ha scelto gli attori?

“Il bello dei giovani attori è che nelle nostre città, nella provincia marchigiana, ci sono talenti incredibili. Senza la scuola "Cinema che passione" non avrebbero conosciuto gli agenti che poi permettono loro di lavorare. La mia esperienza di attore, il fatto di aver superato i confini marchigiani, mi ha permesso di fare da tramite tra la qualità e il sogno dei ragazzi.

Mi sento un traghettatore: creo, con la mia scuola di recitazione, l'occasione per chi ha talento. Molti hanno debuttato in fiction e film. Questi sei ragazzi sono veri professionisti, seguiti da un'agenzia di Roma. Ho scommesso su di loro. Avrei anche potuto scegliere attori fuori dal territorio, invece ho puntato sui talenti locali che stanno percorrendo la strada della professionalità. Sei ragazzi che, partendo dalla mia scuola, ora recitano con me”.

Tanti giovani, ma anche un big. Come è arrivato a Francesco  Pannofino?

“Fa parte della mia stessa agenzia. Il mio agente lo ha contattato, gli è piaciuto il film e ha accettato di mettersi a disposizione come compagno di strada di un gruppo di giovani. Avere lui crea un'attrattiva: un grande attore che recita con ragazzi alle prime esperienze. Ma la cosa più bella è che ha detto che sono davvero bravi. Questo mi ha inorgoglito. Erano emozionatissimi, avevamo tutti il cuore a mille”.

Le difficoltà dei giovani tornano spesso nei suoi film. Perché?

“Credo che i ragazzi siano stati dimenticati dal mondo. Lo vedo anche pensando alla mia generazione: siamo cresciuti senza cellulari, il primo Nokia l'ho avuto a 19 anni. Eravamo una società disconnessa dalla tecnologia, ma molto connessa tra noi: bastava il bar. Oggi siamo iperconnessi, ma sconnessi. I ragazzi non si parlano, stanno sempre davanti al cellulare.

Vivono in una società più difficile della nostra e spesso vengono lasciati a loro stessi. Anche un gesto semplice, come chiedere a scuola di lasciare il cellulare fuori, significa permettere loro di usare le sinapsi e prepararsi a qualcosa. Oggi, quando porti i giovani al cinema, capita che tirino fuori il telefono. C'è una disattenzione enorme verso ciò che accade”.

Una sfida per lei?

“Un impegno. Continuerò a lavorare sui temi che li riguardano. Spesso l'errore è degli adulti, che li hanno lasciati crescere da soli. Non sono superficiali: vivono in un mondo che li porta a essere così”.

Qual è il ruolo dell'amore nel film?

“Ci sono tante forme di amore: verso una persona, verso il compagno o la compagna, ma anche verso gli altri. Possiamo chiamarla empatia. È l'amore per le relazioni, per la conoscenza reciproca, il non restare indifferenti davanti alla fatica altrui. È un film che ci allontana dall'apatia, che all'inizio domina la storia e poi lascia spazio a qualcosa di diverso”.

‘Ogni gesto è un passo verso il proprio destino’ è una delle frasi del film: vuole anche responsabilizzare i giovani?

“Alla fine si capirà bene. Sono convinto che i giovani abbiano una grande attenzione verso la possibilità di crescere, imparare e migliorarsi. Dobbiamo dare loro l'occasione. Qui ce l'hanno”.

Parla spesso di maschere da far cadere. Ma la maschera non è anche uno dei simboli del cinema?

“Le maschere che vediamo a teatro sono l'anima del cinema. Per un attore, però, la maschera può essere un velo che permette di fingere. Anche le maschere per eccellenza, quelle napoletane, in realtà raccontano altro: sono maschere vere. Noi, invece, indossiamo quelle false e ci costruiamo corazze per non soccombere ai giudizi che arrivano dal mondo”.

Simone Riccioni, si sente ancora un giovane regista?

“Basta con il "giovane". Il giovane è Emilio Mercanti, che ha 25 anni e si è fatto le ossa con i cortometraggi, vincendo 60 premi nel mondo con un corto. L'ho cresciuto e lo considero un talento, per questo ho messo il mio nome accanto al suo. Simone è diventato papà: questa esperienza mi ha arricchito”.

Da tempo la regione investe con la ‘Marche Film Commission’ sul cinema, in cosa può migliorare?

“Migliorare si può, senza dubbio. L'aspetto positivo è che è stata messa una lente d'ingrandimento sulle Marche: c'è grande attenzione. Si può però migliorare il modo in cui vengono messi a terra fondi e bandi. È un inizio e voglio essere positivo, perché si sta dando lustro alle Marche”.

Dove potranno incontrarla gli spettatori fermani?

“Il 22 ottobre a Porto Sant'Elpidio, alle 20.45, con tutto il cast. Il 27 ottobre saremo al Super 8 di Fermo, sempre alle 20.45. E anche lì ci saremo tutti. Vi aspetto”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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