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Può la scuola salvare le aree interne? Manzi e sindacati rilanciano la sfida contro lo spopolamento. "Non sacrificio ma opportunità"

6 Agosto 2026

Può una scuola fare la differenza tra un paese che continua a vivere e uno destinato a svuotarsi? È una domanda che attraversa ormai da anni il dibattito sulle aree interne italiane e che è tornata al centro del confronto promosso alla Festa nazionale delle Aree interne e dei Comuni montani del Partito Democratico a Urbino e di cui si ridiscuterà da domani anche ad Amandola. Un tema che va ben oltre il mondo dell'istruzione e che tocca la tenuta sociale, economica e demografica di interi territori.

A confrontarsi sono stati la responsabile nazionale Scuola del Pd Irene Manzi, la deputata Chiara Gribaudo, Fulvio Esposito del Forum Disuguaglianze e Diversità ed ex rettore di Camerino, i rappresentanti sindacali Antonio Renga (FLC Cgil), Antonio Spaziano (Uil Scuola) e Lucia Gasparini (Cisl Scuola Marche).

Un messaggio è emerso chiaro: parlare di scuola nelle aree interne significa parlare del futuro del Paese.

Le fragilità che si sommano

Le aree interne italiane condividono caratteristiche ormai ben note. Non è soltanto il calo della popolazione a renderle più vulnerabili. A pesare sono una serie di fattori che finiscono per riflettersi direttamente sulle opportunità educative delle nuove generazioni.

Livelli di apprendimento mediamente inferiori, maggiore dispersione scolastica, trasporti pubblici insufficienti, minore presenza di mense, palestre e servizi per l'infanzia, difficoltà nel reperire e mantenere insegnanti e dirigenti scolastici. Ogni criticità alimenta l'altra, creando un circolo vizioso che rende sempre più difficile vivere e studiare in questi territori.

“Pensare di togliere risorse economiche e personale a territori che già vivono queste difficoltà significa renderli ancora più fragili” ha osservato Irene Manzi, sottolineando come la risposta al calo demografico non possa essere quella di ridurre ulteriormente gli investimenti.

Anzi, secondo la responsabile scuola del Partito Democratico, il ragionamento dovrebbe essere esattamente opposto: investire oggi sull'istruzione significa ridurre domani i costi economici e sociali legati alla dispersione scolastica, allo spopolamento e alla perdita di capitale umano.

Il paradosso dei tagli

Uno dei temi ricorrenti dell'incontro riguarda proprio il rapporto tra diminuzione degli studenti e riduzione delle risorse. L'Italia continua a investire nell'istruzione meno della media europea, mentre il crollo della natalità viene utilizzato per giustificare nuovi tagli.

Antonio Renga, segretario della FLC Cgil, ha ricordato come i criteri utilizzati per formare le classi e organizzare il sistema scolastico siano rimasti sostanzialmente quelli di vent'anni fa, quando il numero degli studenti era ben diverso.

Oggi, però, invece di cogliere l'occasione per costruire classi meno numerose e migliorare la qualità della didattica, si procede nella direzione opposta: accorpamenti, riduzione delle autonomie scolastiche e razionalizzazione delle risorse.

Una scelta che, secondo il sindacato, rischia di colpire soprattutto le aree interne, dove la scuola rappresenta spesso l'ultimo presidio pubblico rimasto.

Il nodo del dimensionamento scolastico

Gran parte del dibattito si è concentrata sul dimensionamento scolastico, una delle questioni più sentite soprattutto nelle Marche.

Secondo i relatori, gli accorpamenti stanno creando istituti sempre più grandi, distribuiti su territori vastissimi e difficili da gestire. Antonio Spaziano, della Uil Scuola, ha spiegato come esistano istituti comprensivi arrivati a comprendere diciassette o diciotto plessi scolastici sparsi in numerosi comuni.

Una situazione che produce effetti concreti sia sull'organizzazione sia sulla qualità del lavoro. Per un dirigente scolastico diventa sempre più complicato garantire una presenza costante in ogni sede. Per gli insegnanti aumenta il rischio di continui spostamenti tra scuole molto distanti.

Per le famiglie cresce la sensazione che il servizio perda progressivamente qualità. Ma soprattutto aumenta la possibilità che i docenti chiedano il trasferimento verso istituti meno complessi.

Perché gli insegnanti se ne vanno

Uno dei fenomeni più evidenti riguarda proprio la mobilità del personale scolastico. Molti docenti arrivano nelle aree interne soltanto come tappa temporanea della propria carriera, in attesa di potersi trasferire verso scuole della costa o dei grandi centri urbani. Secondo Spaziano non è una questione di scarso attaccamento ai territori. È una conseguenza delle condizioni organizzative.

Se un insegnante può scegliere tra un istituto concentrato in pochi edifici e uno distribuito su decine di chilometri, la scelta diventa quasi inevitabile. Per questo, secondo il rappresentante della Uil Scuola, gli incentivi economici possono aiutare ma non bastano. Serve una visione politica capace di rendere attrattive le aree interne nel loro complesso, migliorando servizi, trasporti e qualità della vita.

“L'obiettivo – ha spiegato – dovrebbe essere arrivare al punto in cui vivere in questi territori non rappresenti un sacrificio ma un'opportunità”.

Le scuole dove si vive meglio

Eppure, paradossalmente, chi lavora nelle scuole dell'entroterra racconta spesso una realtà diversa da quella che emerge dalle statistiche. Lucia Gasparini, della Cisl Scuola Marche, ha ricordato come proprio gli istituti più piccoli offrano frequentemente una qualità delle relazioni educative molto elevata.

Le dimensioni contenute favoriscono il rapporto tra studenti, insegnanti e famiglie. Si crea un clima di comunità che nelle grandi realtà urbane è più difficile costruire. Il problema, però, è mantenere queste condizioni quando gli istituti vengono continuamente accorpati.

Più aumentano i plessi da gestire, più diventa difficile conservare quel rapporto diretto che rappresenta uno dei punti di forza della scuola nelle aree interne.

Meno studenti può significare più qualità

Dal confronto emerge anche una proposta precisa. La diminuzione della popolazione scolastica non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un taglio del personale docente. Al contrario.

Potrebbe diventare l'occasione per costruire classi meno numerose, favorire una didattica personalizzata e rispondere meglio ai bisogni educativi sempre più complessi delle nuove generazioni.

Una prospettiva che richiede naturalmente investimenti.

Negli ultimi anni, hanno ricordato i rappresentanti sindacali, le Marche hanno perso decine di cattedre e il rischio è che questa tendenza continui. Il risultato sarebbe una scuola costretta a fare sempre di più con sempre meno risorse. La scuola come centro della comunità

Irene Manzi ha rilanciato un'idea che guarda oltre la semplice funzione educativa: “Nelle aree interne, soprattutto nei territori colpiti dal terremoto, le nuove scuole potrebbero diventare veri e propri centri civici. Luoghi aperti anche oltre l'orario delle lezioni”.

Spazi destinati ad attività culturali, associative e ricreative. Biblioteche, laboratori, sale studio, punti di incontro per cittadini di tutte le età. Una scuola che non chiude alle due del pomeriggio ma continua a vivere insieme alla propria comunità. “Un modello che permetterebbe di rafforzare il legame tra istituzione scolastica e territorio, contrastando quella progressiva perdita di servizi che accompagna lo spopolamento”.

L'idea di fondo è semplice ma ambiziosa: nei piccoli comuni la scuola non può limitarsi a trasmettere conoscenze. Deve diventare il cuore della comunità.

Un investimento, non una spesa

Su un punto, nonostante sensibilità diverse, tutti i relatori si sono ritrovati. La scuola non può essere considerata una voce di bilancio da comprimere. “Ogni euro investito nell'istruzione produce benefici che vanno ben oltre il sistema educativo: sostiene l'occupazione, rafforza la coesione sociale, migliora la qualità della vita e contribuisce a contrastare lo spopolamento” ha aggiunto Esposito.

Per questo motivo, hanno sostenuto i partecipanti al dibattito, continuare a leggere il calo demografico esclusivamente come un'occasione per ridurre la spesa pubblica rischia di accelerare proprio quel declino che si vorrebbe combattere. La sfida resta quella di trasformare la diminuzione degli studenti nell'occasione per costruire una scuola migliore.

r.vit.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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