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Ponzano, Buffa tra genio e ombre di Maradona. “L’ho scritto in treno mentre arrivavo. Volevo regalarvi qualcosa di unico”

26 Agosto 2026

di Raffaele Vitali

PONZANO DI FERMO – Diego Maradona prima ancora di essere Maradona. Un bambino nato nel 1960, ma raccontato da Federico Buffa a partire dall’Argentina del 1952, dal mondo nel quale sarebbe cresciuto e dalle figure che avrebbero segnato profondamente la sua vita.

È stato un viaggio nella storia, nel calcio, nella politica e nella società lo spettacolo portato da Buffa a Ponzano di Fermo, nell’esclusiva location del sagrato della chiesa di San Marco, per il Festival Storie che coinvolge 12 comuni. E tanti sindaci, oltre al viceprefetto, erano in prim fila.

Un racconto che parte dalla "pelota", la palla, la compagna di vita per Diego, e arriva al mito, passando attraverso la famiglia, la povertà di Villa Fiorito, l’Argentina di Evita Perón, Napoli, i Mondiali e quel rapporto tormentato tra genialità e ombra.

Federico Buffa arriva in anticipo, si s siede su una panchina al lato della chiesa, e si confronta con il maestro Christian Riganelli, che l’accompagnerà, dopo pochi minuti con la fisarmonica. Un confronto necessario, perché Buffa, arrivato in treno da Salerno nella piccola Ponzano, dopo un viaggio a tappe, ha riscritto lo spettacolo, ha deciso di renderlo unico.

“Volevo fare un dono a chi è qui, ho aggiunto passaggi, aneddoti, riflessioni” ammette nella presentazione dopo il saluto di Fabio Paci, ideatore del festival. La prova è nel taccuino che ha in mano, tutto scritto fitto fitto. E la narrazione, con pause e momenti di rapida riflessione, ne è la prova. Ponzano ha assistito alla creazione di un racconto di Buffa, di un unicum reso magico dalla luna, a cui l’avvocato, come viene chiamato, dedica il primo pensiero.

La pelota come prima fidanzata

Per Buffa, la storia di Maradona comincia con una palla non di stracci ma tipo il Supertele, quindi leggera e incontrollabile, regalata al giovane Diego dal cugino Beto su idea dello zio Cirillo. Una palla povera, come quelle con cui giocavano tanti bambini argentini, che per Diego diventa qualcosa di molto diverso.

"Diego è nato imparato" racconta Buffa. Il bambino vive con la pelota, la fa diventare parte del proprio corpo. Il suo modo di toccarla ha già una musicalità particolare. “È il primo segnale di quella genialità che accompagnerà tutta la sua esistenza”.

Attorno a lui c’è Villa Fiorito, una baraccopoli di Buenos Aires dove mancano luce elettrica, acqua potabile e servizi essenziali. È lì che Buffa colloca una delle immagini più potenti dello spettacolo: Diego che perde la palla nel buio e si avventura per recuperarla, mentre lo zio teme che possa essere finito nel pozzo nero. Una storia che resterà un incubo ricorrente nelle notti di Maradona.

L’Argentina di Evita

La vicenda personale di Diego viene intrecciata con quella dell’Argentina. Buffa torna al 1952, all’epoca di Evita Perón e di un Paese che vive profonde contraddizioni sociali.

Evita diventa per Buffa la donna capace di rivolgersi proprio a quelle persone che l’Argentina ufficiale tendeva a non vedere. Donne come la madre di Diego, appartenenti a un mondo popolare e marginale.

È un passaggio fondamentale perché Maradona, nella lettura di Buffa, non può essere separato dal contesto nel quale nasce. La sua storia personale diventa anche la storia di un mondo che attraverso di lui troverà una voce, un’identità e un orgoglio.

Il bambino che sembrava destinato al pallone

Poi arriva Diego. La nascita, raccontata quasi come una leggenda, e l’infanzia segnata da una convinzione: quel bambino appartiene alla pelota.

Buffa snocciola come sempre episodi che colpiscono, usa immagini e video, trasformando la biografia in una narrazione teatrale. La palla non è soltanto lo strumento del talento: è la sua compagna, il suo linguaggio, il mezzo attraverso il quale Diego riesce a parlare al mondo.

Il piede sinistro e il coraggio dell’impossibile

“Diego aveva un piede sinistro mostruoso". Un piede fuori misura anche fisicamente, ma soprattutto capace di gesti che sembravano impossibili.

Il sinistro di Maradona diventa così la metafora del suo calcio. Un calcio nato dal Sud del mondo, dove spesso "l’unico possibile è l’impossibile". È proprio quel piede a consentirgli di inventare giocate che nessuno aveva fatto prima e che, secondo Buffa, nessuno farà mai più allo stesso modo.

“Lui faceva quello che voleva, anche dei riscaldamenti intimidatori. Lo ricordano in tanti: palleggiava, pi improvvisamente tirava la palla a venti metri. Nel mentre palava con un compagno, tirava un urlo a un altro e un secondo prima che la palla ricadesse la stoppava riprendendo il palleggio. Era un modo per far dire agli avversari: ma dobbiamo giocare con quel mostro lì? Sapeva controllare il pallone come se fosse una piuma, anche quando era zuppo d’acqua” prosegue il cantore nato avvocato, sempre accompagnato dalla meravigliosa fisarmonica del maestro….

Maradona e il valore sociale del gol

Ma Diego, nella narrazione di Buffa, non è soltanto un fenomeno calcistico. È il primo grande giocatore al quale il calcio assume un valore sociale.

La sua figura diventa simbolo per milioni di argentini, per i napoletani e per un mondo che attraverso Maradona sente di poter finalmente vincere, contare, essere riconosciuto.

Il riferimento inevitabile è alla partita del 1986 contro l’Inghilterra e ai due gol più celebri della storia del calcio: quello della "Mano de Dios" e quello considerato uno dei più belli di sempre, quando corre per 60 metri palla al piede e segna.

Due reti opposte, una irregolare e quasi beffarda, l’altra frutto di una genialità assoluta. Insieme raccontano perfettamente Maradona: il genio e la trasgressione, il riscatto e la contraddizione. “tra l’altro, a fare gol con lamano in quella maniera, Maradona si allenava. È provato”.

Diego e Fidel, un’amicizia diventata simbolo

Nel racconto di Buffa c’è spazio anche per un altro legame destinato a diventare simbolico: quello tra Diego Maradona e Fidel Castro. Un rapporto privilegiato, nato negli anni trascorsi da Diego a Cuba e rimasto impresso anche fisicamente sulla pelle del calciatore, con il tatuaggio dedicato al leader cubano.

Buffa racconta un episodio quasi surreale. Dopo l’arrivo di Maradona a Cuba, Fidel scompare per giorni. Poi ricompare improvvisamente, alle quattro del mattino, negli ultimi giorni prima della partenza. E in quel momento, prima di congedarsi, pone a Diego una domanda apparentemente semplice: come si calcia un rigore?

La risposta di Maradona diventa una piccola lezione di calcio e di psicologia: “Bisogna guardare il portiere, capire il momento, aspettare che si muova e poi scegliere. Un dialogo notturno che racconta, ancora una volta, la particolarità del rapporto tra i due”. Castro lo ascolta, vorrebbe che Diego diventasse il simbolo della rivoluzione, il suo volto internazionale, andando a giocare a Cuba.

Ma, c’è sempre un MA nelle storie di Buffa, “Diego non è soltanto un calciatore. Lui è il capitano del Napoli ma, soprattutto, si sente il capitano di una città. Accettare avrebbe significato, in qualche modo, tradire la propria gente”.

È una delle tante contraddizioni che attraversano la figura di Maradona. Un uomo capace di diventare simbolo politico senza essere un politico, capace di rappresentare milioni di persone semplicemente attraverso il calcio. E ancora una volta la pelota diventa il punto d’incontro tra sport, identità e storia.

Il genio e l’ombra: il parallelo con Caravaggio

Qui Buffa alza il livello, ancora di più. E arriva il parallelo con Caravaggio. Due geni apparentemente lontanissimi, ma accomunati secondo Buffa dalla capacità di portare la propria arte fuori dall’ombra.

Caravaggio utilizza una luce violenta che emerge dal buio. Maradona fa qualcosa di simile sul campo: la sua luce è più forte perché intorno c’è l’ombra.

"Quanto pesa il genio?", è la domanda che attraversa il racconto. Perché la genialità può diventare anche un peso enorme da sostenere. Maradona e Caravaggio sono così due figure tormentate, capaci di spostare in avanti i confini della propria arte, “ma anche costrette a convivere con le conseguenze della propria diversità”.

Una storia che continua oltre il calcio

Il Maradona raccontato da Buffa è quindi molto più di un calciatore. È un personaggio nel quale si incontrano calcio, politica, società, povertà, riscatto, arte e cultura popolare. La sua grandezza non cancella le sue fragilità. Al contrario, è proprio il contrasto tra luce e ombra a rendere ancora più potente la sua storia.

È questo il cuore dello spettacolo: raccontare Diego non come una statua, ma come un uomo capace di diventare mito proprio attraverso le proprie contraddizioni.

Ponzano e il legame con Federico Buffa

A chiudere la serata è stato il sindaco Diego Mandolesi, ricordando il rapporto nato negli ultimi anni tra Ponzano di Fermo, il Festival Storie e Federico Buffa.

"Quando siamo entrati nel Festival Storie, tre anni fa, l’ideatore Fabio Paci ci disse che alla prima serata di Ponzano sarebbe potuto venire Federico Buffa. Io sono cresciuto con le sue puntate su Sky Sport. Era un sogno".

Da allora il legame si è consolidato: prima Gigi Riva, poi Italia ’82 e ora Maradona. "Sentire il motivo per cui ha pensato questo spettacolo, scritto sul treno pensando anche alle persone presenti qui, è un’emozione che va al di là di qualsiasi altro spettacolo artistico", ha sottolineato Mandolesi.

Un rapporto che, per il sindaco, rappresenta anche il valore del Festival Storie: "Avere la possibilità di vivere artisti e personaggi come Federico, che vengono nelle nostre realtà e si raccontano, sono serate che rimarranno nella memoria". E alla fine, naturalmente, spazio anche al calcio di casa: Buffa ha ricevuto la maglia della squadra di Ponzano di Fermo, un ideale ingresso nel tifo del paese. Perché a Ponzano, quando arriva Federico Buffa, la storia passa inevitabilmente anche dal pallone.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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