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Parole, poesie e magia, Giovanni Allevi emoziona il Leadership Forum: "Auctoritas, dignitas e grazia se volete essere seguiti"

30 Settembre 2026

di Raffaele Vitali

MILANO - Converse ai piedi, vestito di nero, ma con i suoi capelli tra il bianco e il grigio che luccicano. Sale sul palco del Teatro degli Arcimboldi per chiudere la due giorni del Leadership Forum: è il maestro Giovanni Allevi.

Un intervento lungo, nonostante la febbre e la poca voce, toccante, intimo, carico di speranza, pur partendo dal dolore. A lui Marcello Mancini, ideatore del forum, ha affidato il compito di lasciare nei partecipanti, manager e imprenditori, che hanno ascoltato i tanti esperti saliti sul palco arrivati da mezzo mondo, qualcosa di speciale. E ha avuto ragione, visto che per Allevi è arrivata la prima e unica standing ovation, nonostante poco prima, su quel palco, ci fosse uno dei pensatori più importanti al mondo, Yuval Harari.

Sul palco c’è una poltroncina gialla, ma Allevi non ci si siederà mai, vuole guardare il pubblico, vuole far sentire il suo corpo insieme con la voce. Il compositore, affetto da mieloma multiplo, si racconta e regala perle di saggezza orientali, immagini di speranza, parole di sincera condivisione.

“Ricordo il dolore fortissimo, a fine concerto, non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello. Mi sono trascinato dietro le quinte e ho detto allo staff: non ce la faccio più. Al posto di Friburgo, ero sul volo per Milano.

Mentre ero lì, con la testa appoggiata vicino al finestrino, dentro di me sentivo l’anomalia del mal di schiena. Ma intanto, distrattamente all’inizio, guardavo dal finestrino le Alpi. E mi sono fatto una domanda, che nasconde il segreto di quello che vi dirò: ma come ha fatto Annibale il Cartaginese ad attraversare le Alpi nel 218 avanti Cristo con l’esercito e gli elefanti?”

Passa un po’ di tempo e si ritrova sul letto di ospedale, in una stanza all’ottavo piano dell’Istituto dei tumori di Milano.

“Una lastra e un’analisi del sangue sono bastati per capire che il mal di schiena era una malattia ben più grave, il tumore del midollo osseo. Una malattia, a oggi, non curabile. Malattia che era stata anche scoperta a uno stadio avanzato e riduceva le aspettative di vita. Ero lì, stavo per iniziare una lunga e sofferta degenza oncologica”.

Quando si chiude la porta della stanza, c’è un silenzio irreale. “Il tempo scorre diversamente, scandito solo dal ritmo del meccanismo della flebo” prosegue. Come immaginate, anche lì si sono affollati i pensieri più nefasti. Ma, insieme a quei pensieri, mi è tornata in mente un’immagine, ancora una volta: le Alpi. Ancora una volta quelle Alpi. E mi sono chiesto: come ha fatto Annibale?

Lui si copriva con un mantello per dormire insieme con i soldati. Era in prima linea, non con Napoleone. Se c’era un percorso in mezzo alla strada, era il primo ad adoperarsi per spostarlo o frantumarlo.

Tra l’altro, e può sembrare assurdo, stava guidando un esercito di mercenari. Ma il suo modo di fare aveva creato un sentimento di fedeltà assoluta. E gli aveva regalato un sogno: attraverseremo le Alpi, ma poi si aprirà davanti a noi una pianura e una terra meravigliosa. E aveva ragione”.

E sorride.

“Stavo riflettendo sulle dinamiche della leadership, mentre ero sul letto d’ospedale. Sempre pensando a Roma, che al tempo era per Annibale il nemico, un impero che ha resistito 1400 anni. Grazie a disponibilità bellica? No. Ma grazie a un’oculata e illuminata politica di inclusione di popoli lontanissimi, che si sentivano fieri di far parte dell’Impero romano”.

Nell’antica Roma, le persone destinate al comando dovevano possedere tre qualità: due sembrano ovvie, una sorprende. “Vediamo se vi riconoscete: auctoritas, perché bisogna avere autorevolezza; dignitas, perché bisogna essere degni di rivestire il ruolo di responsabilità; grazia, nel parlare, nel movimento, nel rivolgersi alle altre persone”.

E qui si pone una domanda? “Forse sono destinato al comando? Proprio no, mai lo sono stato”. A conferma, cita una esperienza di vita: “Quando insegnavo educazione musicale alle medie come supplente, ero un disastro. L’ho fatto per 12 anni. Appena entravo in classe, iniziava una baraonda incredibile. Vedo i ragazzi che volavano”.

E sorride, di nuovo.

“Ricordo Antonio, nella 2ª C. Quelli di seconda sono i più terribili. In prima sono intimiditi, quelli di terza temono l’esame, in seconda sono scalmanati. Antonio da casa portava un registratore, lo metteva sul banco, faceva partire la musica da disco e sul banco ballava, anche bene. Coinvolgeva la classe in un sabba infernale. A nulla servivano i miei richiami. Poi, immancabilmente, si affacciava sulla porta, senza neppure entrare e dire nulla, il professore di italiano della stanza accanto. Bastava che lo vedessero, un pezzo di faccia, che scendesse il silenzio di tomba”.

Il professore rimaneva immobile mentre Antonio scendeva. Ma con un’espressione sul volto indimenticabile. “Disprezzo, irritazione, delusione. C’era tutto questo. Ma non verso la classe”.

E scatta l’applauso.

“E’ evidente, non sono destinato al comando. Ma nella stanza di ospedale un comando l’ho voluto assumere. Forse il più difficile in assoluto: il dominio su me stesso”. E come si fa a dominare noi stessi? Cosa significa?

“Ho trovato la risposta alla domanda in un antico haiku giapponese, la poesia breve che condensa in pochi versi un significato molto profondo, assimilabile alla nostra poesia ermetica. Kobayashi scrive: ‘Ascolta, noi camminiamo sull’inferno guardando i fiori’”.

Cosa significa? “Che camminiamo sull’inferno. A tutti noi capita una malattia, un dolore cronico, ma può essere una depressione, un abbandono, una dipendenza, un disturbo alimentare, un momento di sbandamento, un errore commesso e che non riusciamo a perdonarci”.

Ma poi, il poeta aggiunge: ‘guardiamo i fiori’. “Dobbiamo coltivare in noi l’attitudine a mantenere lo sguardo sui fiori, su tutte le cose belle che la vita continua a regalarci. Io l’ho fatto in questi anni di malattia”. Nel periodo più duro della degenza oncologica, dopo la chemio, pesava 63 chili. Viveva con un dolore sfiancante, perché il mieloma aveva fratturato due vertebre, ma anche femore, bacino e cranio”.

Il dolore continuava a essere intenso, nonostante il fentanyl, assunto per un anno con effetti collaterali molto sgradevoli. “La chemioterapia aveva distrutto il midollo osseo, ma è la sede del sistema immunitario, dove nascono i globuli bianchi, e non ne avevo più. Ero completamente immunodepresso. Bastava un raffreddore per uccidermi. Ero tra la vita e la morte” racconta sincero.

“Una notte mi sono chiesto: ma cosa sono? Questa malattia, questa angoscia mista a speranza, o c’è una dimensione che non si fa toccare da niente? Lì l’ho intuita, la dimensione. Non ci si arriva con il ragionamento. Ho sentito che dentro ognuno di noi c’è un Io invisibile che non si fa scalfire dal dolore e dalla sofferenza, è precedente ai nostri pensieri.

Tanto che, ancora oggi, quando mi trovo ad affrontare le difficoltà, e ne ho, mi ripeto: ‘La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo’”.

Un aiuto è arrivato dal basilico, peer il maestro una piccola piantina è stata un’altra luce. “Quando uscivo da una stanza dell’istituto dopo un trattamento farmacologico, un’infusione, una chemio, camminando mi ero accorto che c’era una finestra e dietro una piantina di basilico.

Istintivamente, da allora, aprivo la finestra e staccavo una fogliolina e la annusavo. E questo mi apriva i polmoni, mi faceva respirare quel profumo. E vi assicuro che nel dolore cronico il respiro gioca un ruolo fondamentale”. Cosa stava succedendo? “Stavo ritrovando il mio più profondo, sincero e necessario rapporto con la natura. Stavo riscoprendo il potere curativo per l’anima”.

È qu che arriva una critica al presente. “Noi pensiamo di vivere in una società avanzata perché abbiamo scambiato il progresso tecnologico per avanzamento della civiltà. Non è così. Il mondo ipertecnologico ha messo su ognuno di noi una cappa che ci impedisce il contatto con la natura e con esso il contatto con il sacro, con il divino, con le forze ataviche e misteriose che percorrono comunque, come un brivido, il cuore dell’umanità.

Dobbiamo togliere la cappa, ritrovare il contatto con la natura, perché è lì che si gioca il segreto della nostra felicità”.

Allevi stavo ripercorrendo, anche grazie a un piccolo gattino, le antiche pratiche della meditazione orientale, ma senza saperlo. E qui inizia la parte sovversiva del discorso del maestro. “Entrare in contatto con il vuoto interiore non è negativo. È la tela bianca in grado di accogliere l’immensità, l’infinito. Quindi significa che tutti voi potete avere accesso a una dimensione di infinito e pienezza che è dentro ognuno di noi. E perché non lo facciamo sempre? Ci sono troppi stimoli, è vero. Ma c’è di più. La nostra società e il potere di qualunque tipo non vuole che noi viviamo l’esperienza della pienezza. Il potere vuole tenerci sempre in un costante stato di mancanza, di desiderio, di incompletezza. Finisce qui la parte sovversiva”.

L’ultimo passaggio è legato a un incontro e a un’altra poesia. “Quando vado all’istituto tumori per le cure, ho sempre un po’ d’ansia. Atrio, tre scalini, totem, numero, accettazione. A un certo punto mi sento tirare da un braccio, la mano di una donna anziana, nodosa, secca ma energica. Ho di fronte una signora fantastica, esile, con un vestito bianco lungo fino ai piedi, con due scarpe da ginnastica. Capelli scompigliati e più folti dei miei, stesso colore”. Ma ha due occhietti vispi.

“Considero sacro il punto dove cielo e terra si toccano. Vicino a quella signora stavo per fare l’esperienza del sacro. Mi ha tirato a sé, mi ha spostato i capelli e mi ha detto all’orecchio poche parole: ‘Io ne ho due’. Le ho detto: ‘Immagino non siano i nipoti’. Si è allontanata con un sorriso un po’ folle, ma pieno di vita. Dov’è il sacro, dove il cielo e la terra? La terra è la sua sofferenza, il suo corpo malato. Il fatto che fosse lì e non altrove, la paura del futuro, l’essere anziana. Il cielo sono quegli occhietti vispi pieni di vita, quel rasserenarmi, quell’avvicinarsi senza convenevoli. Non si è presentata, non mi ha nemmeno salutato. Perché tra pazienti oncologici si va dritti al sodo”.

Per Allevi, la signora è quello che per Jung si chiama l’archetipo del guaritore ferito. “Che è la persona che è passata dentro il buio, o ci sta camminando, ma nonostante ciò ha mantenuto uno sguardo luminoso sulla vita. È la persona che vi fa stare bene quando ci parlate. Vi è mai capitato di incontrare qualcuno che non conoscete e che, quando entra, cambia l’aria, si sente la presenza? Il guaritore ferito. La persona che cammina sull’inferno e che guarda i fiori. Queste sono le mie riflessioni che vi porto in offerta, dopo quattro anni di sofferenza”.

Potrebbe bastare questo per chiudere l’intervento, ma Allevi vuole di più: “Vi regalo una poesia che ho amato alla follia da adolescente. Versi che chiudono la poesia di Baudelaire, Elevazione. ‘Felice colui che plana sulla vita, i cui pensieri si lanciano come allodole nel cielo del mattino e che comprende, senza sforzo, il linguaggio dei fiori e delle cose mute’”.

Tutti in piedi al Teatro degli Arcimboldi. Sale Marcello Mancini, che chiede un lungo applauso al teatro e un regalo ad Allevi: “Maestro, può eseguire Tomorrow, il brano che lei ha scritto?”.

Allevi non può dire no, ma prima riprende a parlare e tocca altre corde dell’anima, prima di quelle del pianoforte: “Questo brano l’ho scritto sul letto di ospedale. In questo genere di malattie, il mio domani non può andare troppo in là nel futuro. Così dicono le statistiche, ma io non ci credo alle statistiche. Nel caso fosse, considero il mio futuro, il mio domani, come un presente allargato che voglio vivere il più intensamente possibile. Dove ogni alba è una promessa e ogni tramonto è un arrivederci”.

Arrivederci maestro, arrivederci Leadership Forum.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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