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Paola Giorgi, la Lady D scritta da Catà: "Telecamere, streaming, luci, poltroncine vuote. Il teatro vive, ma le Marche devono ripensarsi"

1 Febbraio 2021

di Raffaele Vitali

SANTA VITTORIA IN MATENANO – Paola Giorgi, attrice, produttrice ed ex assessore regionale, torna in scena, di nuovo su quelle assi di legno che scricchiolano e parlano a ogni passo. Una originale Lady Diana, disegnata su di lei da Cesare Catà, che gira per i palchetti con l’immancabile cappello, e Luigi Moretti.

Che effetto fa dopo un anno tornare in azione, in questo caso nel teatro di Santa Vittoria in Matenano?

“Intanto respiro il teatro. Ogni ambiente ha una sua storia e un impatto su tutto quello che gira attorno. Ogni ambiente ti racconta qualcosa. E poi il palcoscenico è una grande emozione, quando si accendono le luci, quando senti il legno, quando ritrovi i punti di riferimento”.

Se lo ricorda l’ultimo spettacolo dal vivo?

“18 gennaio, teatro Sperimentale di Ancona, proprio con ‘D. La principessa Diana e la palpebra di Dio’. Poi a dire il vero sono stata una delle fortunate che ha vissuto l’estate grazie al Brancaleone di Giampiero Solari”.

Di nuovo in scena, ma senza pubblico?
“Andrà in diretta streaming. Presuppone un altro linguaggio del teatro. È qualcosa di televisivo. È diverso preparare per una piattaforma”.

Cosa ha di diverso uno spettacolo per il teatro rispetto a uno per la tv?

“Cambia la parte tecnica, cambia l’attore senza pubblico davanti, ma non la sua professionalità. E poi c’è una presenza tecnica differente. Proprio per questo lavoriamo a blocchi. Bisogna cambiare le luci per far rendere al meglio ogni passaggio, nel teatro questo non accade perché l’immagine non è mediata da uno schermo che ha sue regole. Di certo ora abbiamo un biglietto da visita multimediale da portare con noi anche in futuro”.

Come si è trovata?

“È un’altra cosa. Per me è a prima volta. La camera fissa si usa per gli allestimenti, per accelerare il lavoro quando si è in tournée, ma qui parliamo di un’altra cosa. Basti pensare che ci sono dietro le quinte i tecnici teatrali e quelli della ripresa televisiva che con maestria uniscono i due linguaggi”.

Un anno senza spettacoli, cosa fa un attore?

“Legge, studia, pensa. Guardando un termosifone si creano storie. Questo ha funzionato nella prima parte, poi è arrivato l’affaticamento psicologico. A me la testa si è chiusa e visto che la quotidianità è studio per un attore, è mancata tanto. Non aver vissuto un anno ci ha reso complesso trovare stimoli. C’è stata tanta introspezione”.

Il monologo è la via di uscita dal tunnel, il modo di aggirare i problemi?

“Le prescrizioni di sicurezza ci sono in scena, tecnici e artisti devono rispettare tutti i protocolli. Il nostro è un monologo, ma con musica dal vivo con la tromba di Chiara Orlando. Lei è un’altra Diana sul palco. Il monologo è un tipo di recitazione bello, ma il teatro con il dialogo e l’ascolto dà molto di più. Lavorare in compagnia fa subentrare questioni di tecnica teatrale”.

Come si sente nei panni di Lady D, dopo aver interpretato la morte questa estate?

“Solari ci mandò il copione senza personaggi. Appena letto ero sicura: volevo la morte. E lui aveva la stessa idea. Lady D da tempo mi affascina. Ci pensavo, ma ho aspettato il momento. L’incontro con Cesare Catà è stato importante. Lui ha preso e sviluppato la lettura. Dissi a Cesare di raccontarla come una Antigone. E lui da lì ha elaborato il testo, con l’idea che unisce Sofocle, Euripide, Ovidio. C’è lady D ma ci sono i miti classici. Se leggi il copione lo pensi intellettuale, ma D lo rende popolare. Lo spettacolo dura 55 minuti. Ci sono anche due voci fuoricampo del principe Carlo (Giovanni Moschella) e della regina Elisabetta (Sonia Barbadoro)”.

Il testo di Catà le è piaciuto?

“Molto. Ma del resto, quando uno lo scrive per te, dà gusto. C’è tanto Shakespeare dentro questo spettacolo, perché c’è Cesare”.

Spettacolo in streaming nel programma di Marche In Vita, come e quando?

“L’8 marzo, giorno della festa della donna. In più, i comuni che fanno parte della stagione teatrale ‘Storie’ organizzato da Progetto Musical di Manu Latini riceveranno un link per gli abbonati e vivere lo spettacolo dentro la bomboniera di Santa Vittoria”

Come sta il teatro nelle Marche in questo periodo?

“Abbiamo degli enti riconosciuti, come l’Amat, e poi un fiorire di ‘imprese’ di attori che rimasti senza società di supporto producono da soli gli spettacoli. Usando associazioni o cooperative. Il problema è che se ti muovi così poi diventa difficile crescere. Quello che manca nelle Marche è una impresa teatrale. La compagnia che produce, in maniera privata come era La compagnia della Rancia o il teatro Stabile, di cui sono stata fortunata di fare parte. Quello che oggi cerco di fare con una piccola compagnia è di alzare l’asticella. Io mi sento un produttore teatrale, ancor più che attrice. Se non si riporta la produzione nelle Marche, qualcosa di ben più importante di me, il sistema non cresce. Non bastano buona volontà e professionalità, senza produzione teatrale il sistema si sterilizza. E invece dobbiamo portare linfa per nutrire tutti”

Giorgi, secondo lei la gente tornerà a teatro?

“Chi lo ama supererà ogni parola. Chi ci va per convenzione, e lo rispetto perché ci va, avrà delle remore. Dobbiamo stare attenti a non abituarli a un’altra cosa. Non possiamo vivere solo di Netflix. C’è troppa incertezza, chi lavora ha come obiettivo di ripartire a ottobre. Il teatro vive di programmazione. Il teatro è vita, per noi non si ferma, ma chi decide deve avere un percorso già in mente”.

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