
di Raffaele Vitali
AMANDOLA - La leggenda del trail, Marco Olmo, uno che ha vinto l’Utmb del Monte Bianco e alla Marathon des Sables è di casa, ospite ad Amandola per la prima edizione della prima edizione tra i Sibillini dell’Ultratrail Gsr targato Fessura, si racconta: il rapporto con la corsa, il valore dell’esempio e il ruolo della tecnologia nello sport. E lo fa dopo aver dato il via alla corsa da 124 km, cinque i partecipanti, in attesa di domani (domenica) quando partirà il vero Gsr con tre percorsi: 35,21 e 12 chilometri.
Olmo, come mai ha accolto l’invito ad Amandola per la prima edizione del Great Sibillini Ring?
“Sono posti magnifici quelli dei Sibillini, e ne conosco gran parte. Ho corso anche a San Vicino. Quando mi hanno invitato, ho pensato: perché rifiutare? Sono venuto volentieri”.
Che effetto fa essere considerato la leggenda vivente dell’ultratrail e diventare un esempio per tanti appassionati?
“Sui social mi capita di ricevere tanti ringraziamenti. Questo comporta anche una responsabilità: se sei un esempio per gli altri, devi comportarti di conseguenza. Però, io sono solo uno che corre, non ho salvato il mondo”.



L’affetto delle persone è uno stimolo per continuare a correre?
“La passione c’è ancora. Anche se non gareggio spesso, continuo a correre ogni giorno e a fare quello che mi piace. Oggi mi trovo bene e domani, per esempio, farò il trail da 12 chilometri. Finché posso, continuo”.
Correre a un’età avanzata è possibile?
“C’è gente che corre anche a 80 o 90 anni, e non parlo soltanto di chi fa i cento metri. Non penso di arrivare a fare chissà quali imprese, ma finché posso continuerò a correre”.
L’ultratrail è una disciplina adatta a tutti? Come ci si deve avvicinare?
“Una volta correre era quasi una cosa naturale, mentre oggi è una moda. Bisogna avvicinarsi con calma, senza pretendere di fare subito grandi cose. Ognuno deve trovare il proprio ritmo e capire fin dove può arrivare”.
Quanto conta oggi la tecnologia nello sport, a partire dalle scarpe?
“Io non sono mai stato un tipo tecnologico. Adesso è cambiato tutto, ma io sono arrivato fin qui con un rudere. Ho sempre corso a modo mio, senza affidarmi troppo alla tecnologia. Io corro, punto. Non mi pongo vincoli. Se riesco a fare tutto quello che ho in programma, bene; altrimenti faccio quello che posso, in serenità”.
Tra il deserto e la montagna, quali ambienti le hanno dato di più nella sua carriera?
“Il deserto ti resta dentro”.
Quale consiglio darebbe a un giovane che vuole avvicinarsi alla corsa e poi all’ultratrail?
“Gli direi di provarci. Se ce l’ho fatta io, perché non dovrebbe farcela anche lui?”.
Olmo, vede qualche erede in Italia?
“Per vincere un Utmb devi essere giovane, preparato, tecnologico, all’avanguardia. Tutto quello che io non sono. Però, è un dato, gli italiani in questo momento non sono competitivi. Sogno ogni edizione di premiare un italiano, ma mi sa che morirò prima. Vedo i social pieni di personal trainer e mental coach vicini ai corridori italiani. Quindi, dovrebbero esservene di forti. Invece, mai uno tra i primi dieci. L’unico che è arrivato settimo è uno di Ivrea nel 2018. Quest’anno 43esimo il primo italiano, fa brutto dirlo, è quasi un disonore”.
Ci sono italiani che vincono le cento chilometri…
“Meglio arrivare quinto tra i forti che vincere la cento miglia del Monviso. E poi basta dire sempre ‘bravi, bravi, bravi’. A me i genitori non mi facevano i complimenti da ragazzino. Non erano i miei fans, erano i genitori. Invece oggi chiamano i figli ‘campioni’ a dieci anni poi magari falliscono e si drogano. Il sistema così non funziona più”.
Parole dure.
“Sono un tipo diretto e per questo non sono ben visto. Ma una cosa bisogna sempre ricordarla: la montagna non regala niente”.
