
di Raffaele Vitali
FRANCAVILLA D’ETE - Dallo sport al cinema, dalle favole che diventano realtà all'importanza della gentilezza. Raoul Bova, ospite a Francavilla d’Ete per la Notte dell’orgoglio marchigiano, ripercorre alcuni dei momenti più significativi della sua carriera, dialogando con Tiziano Zengarini e Michela Persico, e racconta il filo conduttore che lega i suoi personaggi alle esperienze vissute.
Il tutto prima di una foto con il sindaco Nicola Carolini che ha chiuso così ogni polemica dopo il forfait di un anno fa dell’attore. “Siamo qui, felici e onorati di avere Raoul Bova a Francavilla” ha sentenziato il primo cittadino. E prima di ricevere il premio dalle mani della vicaria del prefetto, la dottoressa Iodice.
Partiamo dalle 'sue' Marche, dalla fiction de "I Fantastici 5", la serie che ha raccontato lo sport e la disabilità. Che esperienza è stata?
"È stata una serie molto bella e intensa, anche se purtroppo non ha avuto il successo che meritava e forse non molti la ricordano. Parlava di sport, di ragazzi con disabilità che combattevano contro le difficoltà, cercando di essere accettati e di convivere anche con chi aveva capacità diverse. Abbiamo lavorato a lungo anche con il centro Paralimpico di Ancona. È stata un'esperienza importante perché lo sport non ha confini ed è uguale per tutti. Di fronte allo sport siamo tutti uguali. Era una serie molto democratica, che raccontava il valore dell'orgoglio di essere sportivi".
Recentemente è arrivato al cinema "Greta e le favole vere", nel quale interpreta il padre di una ragazza che vuole cambiare il mondo. Cosa l'ha convinta?
"È un film indipendente, un'opera prima nata dal sogno di arrivare nelle sale e comunicare proprio questo: una favola che può diventare realtà. Racconta l'amore per il nostro pianeta e quello che la mia generazione ha creduto possibile: salvaguardare l'ambiente, dalla raccolta differenziata alla riduzione dell'uso dei carburanti, dall'introduzione delle auto elettriche alla lotta contro la plastica nei mari. All'inizio siamo rimasti un po' delusi perché non ci siamo sentiti abbastanza supportati. Ma piano piano quel sogno si sta realizzando e oggi sono soprattutto le nuove generazioni a crederci, forse perché hanno capito che davvero può diventare realtà".
Quindi per lei una favola deve sempre partire da un sogno?
"Assolutamente sì. Deve esserci la partenza di un sogno, di qualcosa che possa diventare vero. Le storie che mi appassionano nel cinema sono quelle che raccontano uomini normali, persone che soffrono, che affrontano grandi difficoltà e che però ce la fanno. Anche semplicemente rimanendo persone oneste. Questo significa essere eroi, questo significa realizzare una favola e farla diventare vera".
Lei ha conosciuto lo sport da atleta. Guardando i risultati dei grandi campioni di oggi, ripensa alla sua esperienza nel nuoto?
"Quando vedo questi grandi risultati penso: loro ce l'hanno fatta, io no. Ma poi la vita ti porta verso nuove strade e nuove opportunità. E allora capisci che non è vero che non ce l'hai fatta: magari ce l'hai fatta in un altro modo, in un altro campo. È un messaggio che cerco di dare anche ai miei figli. Non bisogna incaponirsi pensando che un obiettivo debba essere per forza quello. Se una strada si chiude, se quell'obiettivo ha un impedimento, a volte bisogna avere il coraggio di cercarne un'altra, trovando un traguardo altrettanto bello".




È quello che è successo a lei, passando dal nuoto alla recitazione?
"All'inizio il cinema per me era qualcosa di completamente assurdo, quasi inarrivabile. Poi mi sono trovato dentro questo mondo, l'ho amato, l'ho studiato e ho cercato di dare il massimo. Sono arrivato a 55 anni e un giorno terminerò la mia carriera, ma quello che ho fatto l'ho fatto con la stessa passione con cui affrontavo le gare di nuoto: preparazione, dedizione e tutto il cuore necessario per una bella interpretazione".
Nella sua carriera ha interpretato anche tanti uomini delle forze dell'ordine. Che cosa le hanno lasciato quei personaggi?
"In quel periodo c'erano tantissimi film e serie che parlavano di mafia e polizieschi. C'erano storie importanti da raccontare e uomini eccezionali che hanno dato la propria vita e il proprio tempo. Le loro famiglie si sono sacrificate per sostenerli. Quando fai il carabiniere o il poliziotto sei al servizio della gente. Non lo fai soltanto per il lavoro o per i soldi: c'è una passione che ti spinge a rischiare e a sacrificare anche ciò che hai di più caro. Sono persone normali come noi e dovremmo semplicemente dire grazie. Per me è stato un grandissimo onore interpretare le storie di uomini semplici, ma veramente degli eroi".
Nelle sue parole torna spesso il tema dell'attenzione verso gli altri. Quanto conta per lei la gentilezza?
"Ho sempre avuto molta empatia e un'attenzione particolare verso le famiglie e i ragazzi che magari non hanno avuto la stessa fortuna che ho avuto io. A volte mi sono chiesto perché il destino abbia scelto me, che sono sano e posso correre, cantare, mangiare, fare tante cose, mentre un'altra persona ha avuto una disabilità o un incidente grave. Penso che tutti noi che stiamo bene dobbiamo qualcosa a chi sta meno bene. Dobbiamo sentirlo dentro e, quando facciamo qualcosa per gli altri, farlo perché lo sentiamo davvero".
Lei ha vissuto anche esperienze umanitarie molto forti, come ad Haiti dopo il terremoto. Cosa ricorda?
"Sono andato ad Haiti durante il terremoto e mentre eravamo lì ci sono state altre scosse. Volevo aiutare quelle persone, non potevo semplicemente lasciarle morire. Eravamo lì anche con una troupe per raccontare visivamente il lavoro delle associazioni benefiche e di un ospedale della Fondazione Rava, impegnata soprattutto nell'aiuto ai bambini. Mi sono ritrovato non solo a raccontare, ma ad aiutare concretamente le persone. Quando sei lì scatta un istinto di sopravvivenza, ma soprattutto un grande amore per la vita".
E la gentilezza, in questo senso, può davvero cambiare le cose?
"La gentilezza dovremmo ricordarcela sempre, in ogni secondo, in ogni istante, in ogni gesto. La gentilezza apre i cuori, apre il mondo. Dà un senso di vita e di pace. E non deve esserci soltanto nei gesti, ma anche nelle emozioni e nelle parole. Dobbiamo avere attenzione verso gli altri. Le parole a volte sono più dolorose dei fatti. Anche quando offendiamo qualcuno dovremmo cercare di farlo il meno possibile, perché le parole fanno male a chi le riceve, ma in qualche modo fanno male anche a chi le pronuncia".
