
di Raffaele Vitali
FERMO - Il Made in Italy guarda ai nuovi mercati, ma deve fare i conti con dazi, costi di produzione, accesso alla finanza e contraffazione. È il quadro emerso dalla seconda giornata del Made in Italy Summit del Sole 24 Ore, che ha messo a confronto rappresentanti dell'industria, della moda e del sistema economico italiano sulle prospettive della competitività nazionale.
Mercosur, un mercato da conquistare
Al centro del confronto anche l'accordo tra Unione europea e Mercosur, che apre alle imprese italiane un bacino potenziale di 270 milioni di consumatori. Un'opportunità che, secondo Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda e di Assocalzaturifici, deve però essere letta alla luce dei tempi necessari per arrivare alla riduzione dei dazi.
“Abbiamo firmato l'accordo con il Mercosur come Ue, raggiungendo così 270mila potenziali nuovi consumatori», ha spiegato Ceolini, sottolineando che per arrivare a una reale scontistica dei dazi «ci vorranno almeno dieci anni”. Un tema particolarmente rilevante per la calzatura: “Nelle scarpe, ad esempio, paghiamo il 35% di dazi”. Inoltre, ha evidenziato, le agevolazioni riguardano soltanto la pelle, mentre restano escluse scarpe sportive, tessuti sintetici e borse.
Per la moda italiana, dunque, l'apertura dei mercati internazionali resta una priorità, ma richiede condizioni realmente favorevoli. Ceolini guarda anche all'India, definita un mercato “più complicato” soprattutto per la discontinuità dei controlli e il cambiamento dei criteri applicati. Tra i mercati emergenti, invece, cresce il peso dell'Indonesia, “dove stiamo esportando tantissime scarpe e tantissime borse”.
Moda, energia e finanza

La moda rappresenta una componente decisiva dell'export italiano. Luca Sburlati (nella foto), ceo di Pattern e presidente di Confindustria Moda, ha ricordato che la sola moda, con una forte incidenza degli oggetti in pelle, vale circa 100 dei 600 miliardi di euro di esportazioni italiane.
Da qui la necessità di proteggere un sistema produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese. Tre, secondo Sburlati, le principali emergenze: il costo dell'energia, “ormai non più sostenibile”; il personale, “sono necessari interventi normativi che garantiscano alle Pmi condizioni adeguate”; la finanza, “visto che oggi grandi fondi si stanno spostando su IA, tecnologia e aerospazio”. Il rischio è che i comparti artigiani, persino aziende quotate, perdano la capacità di raggiungere quella scala industriale necessaria per competere sui mercati.
La contraffazione e la tutela del marchio
Un'altra sfida riguarda la difesa della proprietà intellettuale. Giovanna Vitelli, presidente di Azimut-Benetti Group e presidente di Fondazione Altagamma, ha richiamato il peso della contraffazione, fenomeno reso ancora più complesso dalla crescita del commercio online.
“Chi copia un prodotto sta saltando un percorso di decenni di ricerca, di storia e di cultura di un paese - ha sottolineato Vitelli – È evidente che la tutela del marchio rappresenti la difesa di un vero e proprio investimento. Per questo, ha aggiunto, servirebbe un'azione più forte dell'Unione Europea, perché un marchio corrisponde a un investimento e quindi a un bene intangibile”.
Dalla resilienza alla capacità di scelta
A tracciare una lettura più ampia delle trasformazioni in corso è stata Desirèe Valeriani, Head of Sales & Marketing di Cerved. Il Made in Italy, ha spiegato, non può più essere interpretato secondo una visione legata esclusivamente ai confini nazionali.
“Avevamo fino a qualche anno fa una lettura più semplicistica del Made in Italy, oggi l'export non si muove più solo lungo i confini, ma anche all'interno delle filiere». È questo, secondo Valeriani, «il nuovo paradigma della competitività”. Tre i principali comparti esposti: automotive, con 70 miliardi di fatturato e oltre 140mila dipendenti; moda e ceramica, settore particolarmente esposto al costo dell'energia, che pesa per oltre il 10% del fatturato.
La sfida, dunque, non è più soltanto quella di resistere alle crisi, ma di anticiparle. “Le aziende italiane hanno sempre reagito alle crisi in modo eccellente. Oggi però abbiamo bisogno di prepararci anticipatamente” ha concluso Valeriani. Un cambio di paradigma che porta il Made in Italy “dalla resilienza alla capacità di scelta, tra nuovi mercati da conquistare e filiere da rafforzare”.
