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Luce in fondo al tunnel per il cappello, bene gli Usa. Marzialetti: è finito il lusso democratico

28 Giugno 2026

MONTAPPONE - Il comparto del cappello, simbolo del Made in Italy e dell'eccellenza manifatturiera marchigiana, continua a fare i conti con un contesto internazionale complesso.

Tra rallentamento dell'export, cambiamenti nei consumi del lusso, tensioni geopolitiche e necessità di innovare le imprese, il presidente nazionale del Settore Cappello e vicepresidente della Federazione Italiana Tessili Vari, Paolo Marzialetti, analizza lo stato di salute del settore e le prospettive per il futuro.

Marzialetti, qual è oggi lo stato di salute del comparto del cappello?

"Possiamo dire che si intravede una luce in fondo al tunnel. Dopo anni molto difficili il calo delle esportazioni sta rallentando, anche se i dati restano negativi. È un segnale che lascia sperare, ma siamo ancora lontani da una vera ripresa".

I dati ISTAT del primo trimestre 2026 sembrano confermare questa tendenza. Qual è la sua lettura?

"I numeri confermano che il settore sta attraversando una fase di transizione. Le esportazioni dei cappelli e berretti registrano ancora una flessione rispetto allo stesso periodo del 2025, ma il dato va interpretato con attenzione: il rallentamento del calo ci dice che probabilmente abbiamo superato la fase più critica. Se guardiamo agli ultimi anni, l'export resta comunque su livelli decisamente superiori rispetto al periodo pre-pandemia. Adesso occorre trasformare questa stabilizzazione in una vera ripresa".

Quanto stanno incidendo i cambiamenti nel mercato del lusso?

"È cambiato il paradigma dei consumatori. Oggi il lusso esperienziale viene preferito a quello aspirazionale. Dopo il Covid le persone hanno modificato le proprie priorità, investendo maggiormente in viaggi, esperienze e qualità della vita. Allo stesso tempo i prezzi del lusso sono aumentati dal 50 al 100% rispetto al 2019, restringendo inevitabilmente la platea dei consumatori".

Quali conseguenze per le imprese?

"Assistiamo alla fine della cosiddetta democratizzazione del lusso. Il mercato si orienta verso prodotti sempre più esclusivi e aristocratici. Questo rappresenta certamente un rischio, ma anche una grande opportunità per nuovi marchi capaci di posizionarsi nell'alto di gamma con qualità, creatività e forte identità".

Quali sono oggi i mercati che stanno rispondendo meglio e quali destano maggiore preoccupazione?

"Gli Stati Uniti continuano a rappresentare uno sbocco strategico e mostrano segnali di crescita, così come Spagna, Hong Kong e Paesi Bassi. Germania e Francia restano i nostri principali mercati, pur registrando una fisiologica frenata dopo gli ottimi risultati degli anni precedenti. Più delicata è invece la situazione del Regno Unito e della Svizzera, che continuano a evidenziare un ridimensionamento significativo. È sempre più importante diversificare i mercati e rafforzare la presenza nei Paesi dove il Made in Italy continua a essere sinonimo di qualità ed eccellenza".

Lo scenario internazionale continua a pesare?

"È inevitabile. Le guerre, l'instabilità geopolitica, le sanzioni alla Russia, i dazi introdotti dagli Stati Uniti e il piano europeo di riarmo stanno generando un clima di forte incertezza. Papa Francesco parlava di una 'terza guerra mondiale a pezzi' e le imprese stanno già vivendo gli effetti di questa economia di guerra, tra aumento dei costi e rallentamento degli investimenti".

Anche l'aumento dei costi resta un problema?

"Materie prime, energia, gas e prodotti petroliferi hanno registrato rincari molto elevati. A questo si aggiungono i tassi di interesse ancora sostenuti e la difficoltà di accesso al credito. Inoltre l'aumento delle accise sul diesel ha inciso direttamente sui trasporti e, di conseguenza, sull'intera filiera produttiva".

Quali sono oggi le priorità per le imprese del settore?

"Investire nell'ammodernamento dei macchinari (vedi il piano di Carlo Forti, ndr). Molte aziende utilizzano impianti ormai datati o non più reperibili sul mercato. Servono investimenti per aumentare sicurezza, qualità e competitività. Per questo chiediamo alla Regione Marche un sostegno concreto sia per gli investimenti sia per i costi legati alle certificazioni, oltre a strumenti di tutela dell'occupazione, compresa la cassa integrazione anche per le aziende artigiane sotto i 15 dipendenti".

Lei parla spesso anche del rischio di impoverimento dell'artigianato.

"È un rischio reale. Le micro e piccole imprese rappresentano circa il 96% del tessuto produttivo italiano. Se non vengono sostenute rischiamo una progressiva proletarizzazione dell'artigianato e della classe media imprenditoriale, con conseguenze molto pesanti sul sistema economico nazionale".

Quali misure ritiene più urgenti?

"La ZES Unica rappresenta certamente un passo avanti, ma va resa più accessibile alle micro e piccole imprese. Occorre inoltre favorire la restituzione dei crediti d'imposta per ricerca, sviluppo, innovazione e campionari, ridurre i costi di partecipazione alle fiere internazionali e reintrodurre strumenti di decontribuzione per chi investe".

Quanto è importante il riconoscimento dell'IGP?

"È una sfida strategica. L'Indicazione Geografica Protetta consentirà di valorizzare la qualità, la reputazione e l'origine dei nostri prodotti. È un percorso che i consorzi stanno portando avanti insieme alla Provincia di Fermo, alla Regione Marche e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Rappresenta uno strumento fondamentale per difendere il valore del nostro Made in Italy e rafforzare la competitività delle imprese sui mercati internazionali".

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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