Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Lo stato della moda tra acquisizioni e fast fashion. Capasa: "Una sola strada contro la crisi: la creatività"

22 Settembre 2026

FERMO - Con la Milano Fashion Week, da oggi al 28 settembre, la moda italiana vive giorni di eventi, sfilate, tra cui le marchigiane Tod’s e Fabi, e presentazioni, in un momento segnato dalle tensioni geopolitiche, dai dazi e dalla concorrenza dell'ultra fast fashion. Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, parlando con l’Adnkronos, fa il punto sulle difficoltà del settore, sulle opportunità dei mercati emergenti e sul futuro dei marchi italiani.

La Milano Fashion Week si apre in un momento complesso per il settore. Quali sono le aspettative per questa edizione?

"Avremo oltre 210 eventi, presentazioni e sfilate in sei giorni, ma i numeri aumentano di minuto in minuto. C'è molta energia, perché la moda, in un momento di difficoltà, risponde con la creatività. Avremo Vogue World, che arriva in Italia per celebrare il nostro Paese, e la serata inaugurale a Palazzo Reale con la mostra dedicata a Dalì. Ci saranno bellissime sfilate: Prada aprirà il primo giorno, mentre Armani chiuderà l'ultimo giorno di appuntamenti".

Quanto hanno inciso le tensioni internazionali sull'industria della moda?

"La moda ha accusato negli ultimi tre anni perdite di fatturato dovute alla situazione geopolitica. Il nostro settore vive bene quando c'è pace nel mondo e i mercati sono aperti. Oggi abbiamo due guerre, se non di più, molte tensioni e una contrapposizione tra Cina e Stati Uniti. Ci sono i dazi americani e la crisi cinese. Il settore ha perso circa il 10% del fatturato: da oltre 100 miliardi siamo scesi a 92-93 miliardi di euro. È una perdita importante, ma chapeau alla moda, che ha reagito e continua a reagire".

Un'altra sfida arriva dall'ultra fast fashion e dai prodotti a basso costo che entrano in Europa. Quali sono i rischi per le imprese italiane?

"È un attacco molto forte al nostro sistema. Lo scorso anno in Europa sono arrivati cinque miliardi di pacchi sotto i 150 euro, un miliardo dei quali in Italia. Sono numeri superiori a quelli dei pezzi che il nostro Paese produce ogni anno, a prezzi bassissimi e senza controlli adeguati.

Le aziende italiane ed europee devono rispettare regole sulla sostenibilità, sulla sicurezza e sulla conformità dei prodotti. Queste stesse regole, però, non vengono applicate in maniera equivalente a molti prodotti che arrivano da altre aree del mondo. Noi siamo penalizzati dalle nostre stesse regole.

Abbiamo chiesto di introdurre una tassa di almeno dieci euro sui pacchi. L'Europa, per il momento, vuole applicare un importo di tre euro. Il punto, però, non è soltanto tassare: quelle risorse devono servire a effettuare controlli, verificare cosa contengono i pacchi e accertare che i prodotti non siano dannosi per la salute, compresa quella dei bambini".

Lei ha parlato anche di un attacco alla moda italiana e ai suoi valori. A cosa si riferisce?

"La moda italiana è leader mondiale nella produzione e nella distribuzione di prodotti di alta qualità e molti vorrebbero conquistare una parte di questo mercato. Attaccare la moda italiana significa anche mettere in discussione valori occidentali ed europei che il mondo ci riconosce.

Ogni industria ha aspetti da correggere e migliorare, e noi siamo i primi a volerlo fare. Ma puntare il dito soltanto sulle criticità, ingigantendo aspetti che possono essere limitati, rischia di danneggiare l'immagine di un sistema che esprime creatività, sostenibilità e inclusione. Sono valori importanti, che dobbiamo continuare a difendere attraverso maggiore trasparenza e responsabilità".

Dazi e crisi dei mercati stanno modificando le strategie delle imprese. Dove si aprono nuove opportunità?

"L'impatto è molto forte. Gli Stati Uniti restano un mercato fondamentale, ma stiamo guardando anche ad altri Paesi. Il Sud America, il Messico, l'India e, se il Mercosur consentirà nuove aperture, il Brasile. Ci sono poi i mercati del Far East e alcune realtà africane, magari limitate a determinate aree o città.

Negli Stati Uniti subiamo praticamente un doppio dazio, perché alle tariffe si aggiunge il deprezzamento del dollaro. I prodotti sono diventati più costosi: si vendono le fasce più alte, mentre c'è una crisi maggiore per quelle intermedie. Anche la Cina sta attraversando una crisi legata al settore immobiliare, mentre il Dubai Mall, che era un tempio della moda, risente degli ultimi avvenimenti.

Le aziende devono cercare nuovi mercati e nuove formule distributive. Ma la cosa più importante è che alle crisi si risponde sempre con la creatività".

La moda italiana è la seconda industria del Paese, ma deve affrontare una riduzione delle imprese e degli occupati. Quali interventi servono?

"Oggi fatturiamo circa 93 miliardi di euro ed esportiamo il 90% della produzione. Speriamo di tornare presto a 100 miliardi. Negli ultimi anni abbiamo perso alcune migliaia di imprese, credo circa 3.000 soltanto quest'anno, con una diminuzione anche degli occupati. Dobbiamo capire come contrastare questo effetto.

Serve un intervento a più livelli. In Italia la politica deve fare la propria parte, con leggi che garantiscano maggiore chiarezza e trasparenza sulla filiera. Noi vogliamo una filiera trasparente, ma occorre costruire un sistema intelligente, autentico e realmente efficace.

A livello europeo dobbiamo rispondere in maniera compatta alle importazioni di prodotti privi di controlli adeguati. Sul piano internazionale, invece, dobbiamo difendere i valori della moda di alta qualità. Su questo siamo vicini ai francesi, che condividono la nostra storia e utilizzano molto la nostra filiera produttiva. Stiamo lavorando insieme per aumentare la trasparenza, i controlli e la reciprocità negli scambi commerciali".

Il tema delle acquisizioni riguarda molti marchi italiani. Come si riconosce un'operazione positiva per il sistema?

"Ci sono aziende ben gestite e aziende che lo sono meno. Quelle che funzionano hanno continuità, solidità e visione, mantenendo intatta la narrazione che il marchio porta con sé.

Se un gruppo acquisisce un marchio italiano, mantiene la produzione nel nostro Paese, ne conserva l'identità e lascia qui la sede, a mio avviso sta facendo un buon lavoro. Diverso è il caso in cui un marchio venga trasferito altrove e finisca per scomparire. Il problema è che deve finire nelle mani giuste.

Nessuno può dire che Fendi, Gucci, Bottega Veneta o Loro Piana non siano cresciuti grazie all'apporto di gruppi stranieri, in particolare francesi. Altri marchi, come Krizia o Ferré, sono invece finiti in mani che forse non hanno saputo valorizzarli, e abbiamo perso realtà importanti".

È possibile immaginare un grande polo italiano del lusso?

"In questo momento non vedo un unico polo italiano, ma esistono già gruppi che svolgono una funzione aggregatrice. Renzo Rosso ha diversi marchi e sta lavorando molto bene in un segmento di moda creativa. Prada, con Miu Miu, Versace e Church's, è già un gruppo. Zegna, con Tom Ford e Thom Browne, rappresenta un'altra realtà importante. Questi gruppi hanno la forza di esprimere un'idea autentica di impresa familiare, con persone che si impegnano, che tramandano e che passano il testimone tra generazioni. In questo momento la moda sta premiando proprio questa autenticità. Che è l’elemento che il consumatore riconosce e apprezza".

r.vit.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram