
di Raffaele Vitali
FERMO - La morte come limite che dà valore alla vita, l’amore come esperienza di rischio e la poesia come tentativo di dire ciò che le parole non riescono a esprimere. È stato un percorso tra filosofia, letteratura e mito quello proposto da Alessandro Pertosa a Fermo, con una riflessione che ha attraversato alcuni dei grandi temi dell’esistenza, mettendo al centro una domanda: che cosa cambia nel nostro modo di vivere se smettiamo di considerare la morte un argomento da rimuovere?
Un interrogativo che attraversa tutta la storia dell'umanità, ma che la società contemporanea sembra aver progressivamente rimosso. Non perché la morte sia scomparsa dalla nostra esperienza, ma perché abbiamo imparato a tenerla lontana dalle parole, dai pensieri e dalla quotidianità. “Eppure - sostiene Pertosa, soltanto tornando a confrontarci con il limite della nostra esistenza possiamo recuperare il significato della vita, delle relazioni e del tempo che ci è concesso”.
Un’ora intensa, organizzata da Domenico Batratto, presidente di Wega Impresa Sociale, insieme con il comune di Fermo, in particolare l'assessora alla Cultura Lanzidei. Per questo non è voluto mancare il sindaco Alberto Maria Scarfini “a una iniziativa che porta riflessione e pensiero all’interno del luogo più magico della città”. Ed eccolo il pensiero di Pertosa, accompagnato dalla chitarra di Cesare Sampaolesi, che ha incantato, nel giorno di Ahlloween, portando l'amore dentro un luogo eterno.
La morte che non sappiamo più nominare
Il punto di partenza è la società contemporanea, quella tecnico-capitalistica che sembra promettere di poter superare ogni limite e che, proprio per questo, fatica ad accettare la finitezza umana. La morte viene allontanata dal linguaggio quotidiano, sostituita da formule rassicuranti: "è tornato alla casa del Padre", "si è spento", "è venuto a mancare". Anche il linguaggio medico ricorre a espressioni come "cessazione delle funzioni vitali".
Ma, ha osservato Pertosa, quando smettiamo di nominare qualcosa rischiamo anche di perdere la capacità di pensarla. Il richiamo è a Wittgenstein e al rapporto tra linguaggio e mondo: i limiti del nostro linguaggio diventano anche i limiti del nostro mondo. “E la morte, invece, è una presenza che modifica concretamente la vita di chi resta. Non è un concetto astratto, ma una sedia vuota, una tazza che nessuno utilizza più, una porta che non si apre. Fotografie e messaggi conservano il ricordo, ma non restituiscono la presenza”.
A raccontare questa scoperta è anche il mito di Gilgamesh. “Quando Enkidu, il suo amico, muore, l'eroe si confronta per la prima volta con la propria mortalità e intraprende un viaggio alla ricerca dell'immortalità. La perdita gli rivela ciò che prima non riusciva a vedere: il valore della presenza e del tempo condiviso. Da qui l'invito a non dare per scontato un incontro, un "ci vediamo domani", una parola che possiamo ancora dire e che continuiamo a rimandare”.
L'amore è forte come la morte
Il discorso, dopo che la chitarra di Sampaolesi ha alleggerito la mente, si sposta quindi sull'amore, attraverso un passaggio del Cantico dei Cantici: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l'amore". Due esperienze apparentemente opposte, ma accomunate da una forza capace di cambiare radicalmente la nostra esistenza.
La consapevolezza che anche l'amore possa finire non ne annulla il valore. Un "ti amo" è vero nel momento in cui viene pronunciato, anche se il sentimento può trasformarsi o terminare. Amare significa esporsi, accettare il rischio e consentire all'altro di modificare la propria vita, senza però rinunciare alla propria autonomia.
Pertosa mette in guardia dalla tentazione di trasformare l'altro nel tutto della propria esistenza. Se qualcuno dice "tu sei tutto per me", suggerisce provocatoriamente il filosofo, forse è il caso di scappare. L'amore non può diventare possesso, né può essere sottoposto alla pretesa di avere garanzie sul futuro prima ancora di viverlo.

Da Amleto a Orfeo: il rischio di voler sapere tutto
A rappresentare la paralisi di chi vorrebbe conoscere ogni conseguenza prima di agire è Amleto, con il suo celebre "Essere o non essere". Il pensiero, quando pretende di anticipare ogni possibilità, finisce per sospendere la vita. Per camminare, invece, bisogna sbilanciarsi: accettare di non sapere esattamente dove porterà il passo successivo.
Lo stesso tema ritorna nel mito di Orfeo ed Euridice. Orfeo scende negli inferi per riportare la donna amata nel mondo dei vivi e ottiene una possibilità: potrà riaverla a condizione di non voltarsi a guardarla prima di aver raggiunto la luce.
Ma il dubbio prevale. Orfeo si gira e perde Euridice una seconda volta. Il desiderio di verificare, di vedere e controllare, distrugge ciò che si vorrebbe salvare.
“L'altro - ricorda Pertosa - resta sempre altro: non è una proprietà da possedere né una certezza da ottenere. E l'amore non è nemmeno una questione di merito o di giustizia. Non si ama qualcuno perché lo merita, ma spesso proprio al di là di ogni calcolo e di ogni possibile restituzione. Non può salvarci dalla morte, ma può renderci meno estranei alla vita”.
Sisifo e la poesia del limite
Il percorso arriva a Sisifo, condannato a spingere un masso fino alla cima di una montagna, per vederlo ogni volta rotolare a valle e ricominciare da capo. Nel richiamo ad Albert Camus e alla sua celebre conclusione, "bisogna immaginare Sisifo felice", Pertosa individua una possibilità di libertà: “Non è detto che possiamo cambiare la fatica che ci aspetta, ma possiamo cambiare il modo in cui la abitiamo, smettendo di attendere una soluzione definitiva dall'esterno”.
È qui che entra in gioco la poesia. "La poesia è quella cosa che si affida a una parola che prova a dire ciò che non si può dire, sapendo di non poterlo dire, ma volendo dirlo lo stesso". È un tentativo, necessariamente incompiuto, di avvicinarsi alla realtà e di esprimere ciò che sfugge alle definizioni. Una parola diventa viva quando riesce a vibrare nelle corde più profonde dell'animo. E poesia, in questo senso, può essere anche musica e arte.
“La poesia sa abitare lo scarto tra desiderio e realizzazione, riconoscendo valore a ciò che rimane aperto. È una capacità che la società contemporanea, concentrata sull'idea di eliminare gli ostacoli e rendere tutto disponibile, rischia di perdere” ribadisce.
Leopardi e la siepe che apre all'infinito
Il riferimento finale è a Leopardi e all'Infinito. La siepe che impedisce allo sguardo di vedere oltre non rappresenta soltanto un ostacolo: è proprio quel limite a permettere all'immaginazione di intuire l'infinito. Senza un confine, non ci sarebbe neppure la possibilità di immaginare ciò che lo supera. "Possiamo puntare all'infinito soltanto se sappiamo di essere finiti" è il senso della riflessione proposta da Pertosa.
Anche le relazioni hanno bisogno di una parte di mistero. “La pretesa di conoscere tutto dell'altro, di renderlo completamente trasparente e prevedibile, rischia di cancellarne l'alterità e il desiderio. Non tutto deve essere posseduto, spiegato o consumato”.
La morte, in questa prospettiva, non è soltanto la fine da temere e da nascondere. È la misura che restituisce urgenza alle giornate, che ci ricorda quanto siano preziose le persone e le occasioni che abbiamo davanti. Guardarla negli occhi significa, in fondo, accorgersi di essere vivi. E riconoscere che proprio il limite, anziché impoverire l'esistenza, può diventare la condizione da cui nascono lo stupore, la poesia e il desiderio di vivere.
Si chiude così, tra gli applausi prima di un aperitivo all'ingresso delle cisterne, per la soddisfazione di Domenico Baratto che ringrazia sindaco, assessora e la capo di gabinetto dela Prefettura, Ilaria Tanoni per la presenza: "Abbiamo vissuto un pomeriggio speciale, intenso, in un luogo straordinario che vuole essere solo il primo di un cammino fatto di pensiero e parole che caratterizzano Filofest, il nostro progetto culturale che porta contenuti di alto livello con un linguaggio semplice, nei luoghi della quotidianità"
