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L'allert di Menichelli: Marche terra di acquisizioni straniere. Bisogna favorire la crescita territoriale: più manager e competenze

14 Settembre 2026

FERMO - “Torniamo a decidere il futuro delle nostre imprese”. Giorgio Menichelli, segretario generale di Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo, interviene sul tema delle acquisizioni di aziende italiane e marchigiane da parte di gruppi stranieri e richiama l'attenzione sulle conseguenze che questo fenomeno può avere sul futuro del sistema produttivo regionale.

«Da anni interessa anche imprese di medie dimensioni, spesso a carattere familiare, che rappresentano una parte importante dell'ossatura dei nostri distretti produttivi. È un fenomeno sul quale dobbiamo riflettere, non per chiuderci agli investimenti esterni, ma per comprendere quali conseguenze possa avere nel medio e lungo periodo sul territorio».

Qual è il principale rischio?

«Che quando la proprietà e la direzione strategica si spostano fuori dai confini regionali o nazionali, vengano progressivamente centralizzate altrove anche le funzioni a maggiore valore aggiunto. Penso alla ricerca e sviluppo, al marketing, alla finanza, alla progettazione e alle funzioni direzionali. Nel breve periodo gli stabilimenti e l'occupazione possono anche rimanere sul territorio, ma nel tempo si possono perdere le posizioni manageriali, tecniche e professionali più qualificate».

Con quali conseguenze per le Marche?

«Avere meno opportunità per i giovani, una minore capacità di attrarre e trattenere talenti e una domanda più debole di servizi avanzati. Il rischio è un progressivo impoverimento dell'intero ecosistema produttivo. Le Marche potrebbero continuare a produrre molto, ma decidere sempre meno».

Una regione può quindi mantenere la propria capacità manifatturiera, perdendo però peso nelle scelte strategiche?

«Il rischio è trasformare un sistema imprenditoriale diffuso in una piattaforma manifatturiera guidata da centri decisionali esterni. Le funzioni direzionali producono valore e generano un indotto che va ben oltre l'azienda stessa. Quando queste attività vengono trasferite altrove, una parte importante del valore prodotto non viene più reinvestita sul territorio».

C'è anche la questione legata al rapporto tra impresa e comunità?

«Quando proprietà e direzione sono radicate sul territorio, imprenditori e manager ne conoscono meglio le dinamiche, le esigenze e anche le ricadute sociali delle loro scelte. Nei grandi gruppi internazionali, invece, riorganizzazioni e investimenti rispondono inevitabilmente a logiche più ampie, legate all'efficienza e alla redditività del gruppo. In questi processi il territorio rischia di avere una minore capacità di incidere».

Come evitare che le imprese più interessanti escano progressivamente dal sistema produttivo marchigiano?

«Dobbiamo guardare con maggiore attenzione alle piccole e medie imprese con elevata redditività e importanti potenzialità di crescita. L'auspicio è che siano sempre di più gli imprenditori del territorio a riconoscerne il valore, favorendo aggregazioni e acquisizioni locali. Dobbiamo essere capaci di costruire gruppi imprenditoriali marchigiani più forti, invece di assistere passivamente all'uscita dal nostro sistema delle realtà migliori».

Quando parla di ‘driver’ per il sistema economico regionale, cosa intende?

«Abbiamo bisogno di più aziende capaci di guidare le filiere: imprese affidabili, innovative, digitalizzate, organizzativamente solide e aperte ai mercati. Nelle Marche queste realtà esistono già e operano in settori strategici, dalle nuove tecnologie alla meccanica, dalla nautica alla moda. Dobbiamo individuarle, metterle in rete e trasformare i loro fattori di successo in un patrimonio condiviso».

Quali strumenti servono per rafforzare questo percorso?

«Occorre investire maggiormente in ricerca, innovazione e competenze manageriali, rafforzando anche il rapporto tra università e imprese. Allo stesso tempo dobbiamo creare condizioni migliori per trattenere sul territorio i talenti e favorire la crescita dimensionale delle imprese marchigiane, soprattutto nei settori strategici».

Le aziende marchigiane dovrebbero essere messe nelle condizioni di acquisire altre imprese?

«Dobbiamo sostenere la nascita e la crescita di imprese più strutturate e competitive, capaci di affermarsi sui mercati ma anche di acquisire altre aziende, magari fuori dalla nostra regione. Non possiamo pensare che il ruolo delle Marche sia soltanto quello di vendere le proprie eccellenze. Dobbiamo essere capaci anche di crescere attraverso aggregazioni e acquisizioni».

Che ruolo può avere la Regione Marche?

«In primis monitorando le acquisizioni. La Regione può avere un ruolo di equilibrio e di mediazione, sostenendo le imprese marchigiane che intendono acquisire e crescere e valutando politiche capaci di limitare, nei limiti delle competenze e delle regole di mercato, la perdita di realtà strategiche verso gruppi extraterritoriali».

In sintesi, qual è la sfida che le Marche hanno davanti?

« Una regione industriale forte non è soltanto quella in cui si produce: è quella in cui si decide, si progetta e si innova. Dobbiamo tornare a decidere sempre di più il futuro delle nostre imprese e, di conseguenza, quello del nostro territorio». 

r.vit.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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