
FERMO - “Chi avvantaggia davvero questa fusione al ribasso? Ci rendiamo conto che è complesso, ma su queste cose si decide il futuro di Fermo. Non può passare sotto traccia. Non si scherza con quello che sta accadendo”. Le parole sono di Stefano Tosoni e dei consiglieri di minoranza del centrodestra.
La notizia che il comune di Fermo ha deciso di vendere il 51% di quote della Solgas ad Astea, che già ne possiede il 49%, ha fatto rumore. “Non si possono prendere decisioni così in fretta, non si può presentare il tutto a poche ore dal consiglio comunale (24 settembre) che dovrebbe certificare l’operazione. Chiediamo quantomeno il rinvio del punto” ribadiscono.
Per il centrodestra, “fondere Solgas con Astea a queste condizioni significa svendere una casa (pubblica) alla metà del suo valore. Un patrimonio di Fermo scompare per sempre senza benefici per i cittadini. Mentre la clausola attuale consente di vendere le quote di Solgas per 5,3 milioni, dopo la fusione sarà possibile farlo per 2,28 milioni. Di fatto la stessa cifra riconosciuta da Astea a Porto San Giorgio, che nel 2022 valeva la metà di Fermo”.
Le critiche hanno stimolato ulteriormente il sindaco Alberto Maria Scarfini, che entra ancora di più nei numeri e chiarisce la scelta “legata a un mercato grande, in mano alle grandi imprese e fortemente competitivo, poco propenso a gratificare le piccole realtà e alle prese con difficoltà epocali”. Per far comprendere il quadro, Scarfini aggiunge rispondendo ala domanda della minoranza sul ‘perché non esercitare oggi l’opzione di vendita e incassare subito 5,3 milioni, che potrebbero essere investiti o usati, visto che ci stiamo indebitando sempre di più con i mutui?’.
“Tecnicamente: se Sgr non dovesse rinnovare i patti parasociali, il Comune avrà diritto a 5,4 milioni di euro per il suo 5% come valorizzazione della propria quota, una specie di penale. Con la fusione, vediamo garantiti per dieci anni servizi sempre più efficienti a vantaggio dei cittadini, a produrre utili per un valore che si prevede possa essere stimato in circa 400.000 euro annui per l’intera durata dei patti nonché ad incamerare sponsorizzazioni e contributi per il sociale per altri 50.000 mila euro annui: il tutto si ipotizza per un valore stimato di circa 4.500.000 su dieci anni e questo senza considerare la valorizzazione dell’azienda nella sua interezza”.
Sul tema della put option da 2,8 milioni usata come clava dalla minoranza, il sindaco parla di “un’ipotesi residuale che tutela il Comune di Fermo in casi eccezionali ossia quando per ragioni socio-politiche o industriali il valore dell’azienda si venisse ad azzerare. Per cui, parliamo di una tutela per l’ente che invece viene scambiata per danno erariale. Manteniamo anche il 5% delle quote che garantiranno entrate anche dopo i dieci anni previsti”.
Di tutto questo si discuterà giovedì in Consiglio comunale. Ma la strada è tracciata, con o senza, come sostiene la minoranza, membro dentro il Cda del comune di Fermo.
