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La ricetta di Zengarini: "Il Micam torni italiano e di qualità". E Sabatini insiste: tagliare il costo del lavoro

23 Settembre 2020

di Raffaele Vitali

MILANO / MONTEGRANARO – Cambiano i tavoli e gli interlocutori, non la richiesta: il costo del lavoro deve essere ridotto. “L’unica azione concreta e seria – spiega Rodolfo Zengarini, tra i big calzaturieri che hanno scelto di esporre al Micam – è il taglio del costo della contribuzione. Questo atto va abbinato all’area di crisi complessa, altrimenti inutile”.

Riecheggiava la sua voce dentro i corridoi vuoti di Fiera Milano, dove i pochi clienti non hanno avuto difficoltà a entrare negli stand e trattare gli ordini.

“Siamo venuti qui per non perdere i buyer, di certo non sono venuto al Micam per fare numeri” ribadisce, riassumendo il pensiero dei 50 imprenditori fermani che hanno dato fiducia ad Assocalzaturifici.

Pochi metri più in là dal suo stand, il presidente Gino Sabatini della Camera di Commercio delle Marche, l’unica che ha dato importanti contributi a livello nazionale per garantire la presenza delle aziende, incalzava il sottosegretario al Mise, Alessia Morani, sulle azioni necessarie per i calzaturieri. “Il settore calzaturiero ha bisogno di un vero e proprio piano Marshall. Con il nuovo governatore Acquaroli ci confronteremo, ragionando anche sull’utilizzo del recovery fund, sperando possa dare energia al territorio”.

La Morani ha promesso impegno sul tema della defiscalizzazione e ha rilanciato con un progetto nuovo: “Ci accingiamo a scrivere un progetto moda Marche, affinché la regione si candidi ad essere una smart green country. Ne parlerò quanto prima con il neo governatore che deve essere con noi in questo progetto di rilancio”.

Anche se non è l’innovazione in questo momento il tema chiave per gli imprenditori, come ricorda Zengarini, uno che lavora e ha le spalle solide grazie alla produzione di brand mondiali come Galliano, Cavalli, Richmond: “Prima di investire servono gli ordini. E soprattutto è ora di finirla con le politiche assistenzialiste, come il reddito di cittadinanza. Qui bisogna aiutare le imprese, che garantiscono il lavoro. Se non si danno i soldi ai commercianti, non riparte la filiera ed è impensabile che poi vengano pagate le consegne già fatte”.

Insomma, dal Micam arriva un chiaro messaggio: “Vorremmo che l'Italia non fosse solo assistenzialista. Ma per lavorare tutti e meglio è necessario modificare il decreto di agosto che favorisce solo il sud” riprende Giampietro Melchiorri, vicepresidente di Confindustria Centro Adriatico.

Il Micam con i suoi vuoti e silenzi ha permesso almeno la riflessione. Ha ragione Antonio Franceschini di Federmoda, “bisogna inserire i giovani nelle aziende e quindi formarli partendo da istituti professionali efficienti”.

E molte imprese lo stanno facendo. “Parliamo di tutto, ragioniamo sull’online e tanto altro. Ma attenzione, i numeri poi dicono altro. Perché se uno parte con un budget di 100, sul web al massimo ne spende la metà. Il prodotto va visto, altrimenti sarebbe troppo facile. Per questo il Micam resta una vetrina. Ma – conclude Zengarini – deve alzare il suo livello. Basta con turchi e cinesi che prendono senza dare. L’Italia deve tornare a essere protagonista al Micam, per gli altri si può organizzare qualcosa di diverso. Chi viene qui deve rispettare certi standard, altrimenti perché continuano a parlare di made in e qualità come punto di forza?”.

Intanto il Micam si è chiuso con 16mila buyer presenti e un esperimento di unione con le altre fiere di settore che ha quantomeno dato un segnale di unità da parte della moda.

@raffaelevitali

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