
di Alessandra Pierini
Macerata - Torna con la prima di Nabucco la magia del Macerata Opera Festival.
Lo Sferisterio si è vestito questa sera a festa per ospitare il momento clou dell’anno. Sono solo un ricordo lontanissimo e ormai sbiadito le coperte e i giubbetti pesanti che, solo qualche anno fa, erano necessari per resistere al microclima all’interno dell’Arena, storicamente molto più fresco rispetto all’esterno.
Il caldo record di questi giorni non ha risparmiato l’affascinante teatro sotto le stelle che ha visto, nell’abbigliamento elegante usuale per le prime serate, uomini sofferenti in abiti con tanto di cravatta.
Tra questi il sindaco Sandro Parcaroli che ha ricevuto in dono dall’assessore Giuseppe Romano un ventilatorino a batteria per far fronte all’afa. Come ogni prima che si rispetti anche tante le donne in abito da sera. Da qualche anno i colori scuri hanno ceduto il passo a una varietà che copre tutto il continuum dei colori.
Sempre presente negli ultimi anni, si è notata l’assenza (per indisposizione sembra) del presidente della Regione Francesco Acquaroli (per indisposizione), per la Regione c’era la sottosegretaria Silvia Luconi. Con lei anche il presidente della FondaIone Marche Cultura, il sangiorgese Andrea Agostini.
L’opera scelta per aprire la stagione, il Nabucco, è di fortissima attualità. La nuova produzione firmata dal regista belga Paul-Émile Fourny e l’Orchestra Filarmonica Marchigiana guidata dalla sapiente bacchetta di Fabrizio Maria Carminati.
Il cast è tra i più giovani di sempre. Racconta le vicende del re babilonese (Nabucco) che imprigiona il popolo ebreo e viene colto dalla follia del potere.
La trama si snoda tra la sete di potere della figlia Abigaille, la follia del re e la redenzione che porterà alla liberazione del popolo ebraico sulle note del celebre Va, pensiero.
In particolare, secondo le anticipazioni, il Nabucco rappresentato allo Sferisterio vede la coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi ed è un’opera patriottica ma, visti i tempi che stiamo vivendo, contrassegnati da guerre e violenza, meno ottimista rispetto alla messa in scena originale.
Trama che ha suscitato riflessioni profonde nel vescovo Nazareno Marconi che le ha fatte arrivare alla città, attraverso una nota in cui ha sottolineato prima il rapporto tra oppressi e oppressori: «È inevitabile pensare al conflitto israelo-palestinese, dove il dramma delle sofferenze reciproche rischia di alimentare un circolo infinito di violenza».
Ha poi parlato della fede «che non può essere ridotta strumento di potere» e di amore «che ribalta la logica della guerra».
Ed è così che a Macerata, questa sera, il serpentone di spettatori e spettatrici in fila, per accedere in Arena, è stato pian piano assorbito dal richiamo del teatri di tradizione e di quell’opera che continua a cantare temi eterni.
Il tutto sotto uno sfizioso spicchio di luna che, quasi curiosa, è rimasta a guardare.








