
di Raffaele VItali
FERMO – «L'aspettavamo come Papa, ma ci hanno detto di no. La speranza, però, non è perduta». Con questa battuta don Vinicio Albanesi accoglie il cardinale Matteo Zuppi alla Comunità di Capodarco, strappando una risata alla terrazza gremita di ospiti e autorità. Pronta la replica del presidente della Cei: «io e Papa Leone abbiamo la stessa età, quindi…».
L'incontro celebra i 60 anni della Comunità di Capodarco, una storia che, come ricorda don Vinicio, affonda le radici negli anni Settanta. «Ci segue da sempre. Noi eravamo piccoli e sgangherati, mentre la Comunità di Sant'Egidio aveva già una struttura ben definita. Eppure siamo sempre rimasti connessi». Un legame consolidato nel tempo e suggellato dalla presenza delle istituzioni, dal prefetto Edoardo D'Alascio al presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, passando per il questore, i comandanti delle forze dell'ordine e l'arcivescovo Rocco Pennacchio.
Il prefetto D'Alascio definisce Capodarco «una realtà in cui non si lavora soltanto, ma soprattutto si ha cura delle persone. È questo che deve guidare anche chi amministra lo Stato: tutela, cura e passione per la comunità».
Per il presidente Acquaroli, «don Vinicio è l'anima di un luogo che racconta il cambiamento della società. Capodarco rappresenta un modello fondamentale della sanità privata convenzionata, indispensabile per il sistema pubblico. In una società che corre velocemente rischiamo di perdere i valori essenziali, ma don Vinicio ci richiama continuamente al vero significato dell'amministrare e del prendersi cura della fragilità».
Anche il comandante provinciale dei Carabinieri sottolinea il valore del servizio: «Porto il saluto dei miei 250 uomini e donne. Oggi è San Benedetto, uomo di pace e di fede. Anche noi, come voi, abbiamo il privilegio di servire la comunità». Il questore Ferraro lancia invece un messaggio diretto: «Vi chiedo di chiedere. Se possiamo fare qualcosa, noi ci siamo». Una frase che offre a Zuppi lo spunto per sorridere: «Il questore non sa che così si è rovinato».
Poi il cardinale entra nel cuore del suo intervento. «Sessant'anni sono una storia lunga e bellissima. Sessant'anni fa tante cose non erano affatto scontate. Le persone con disabilità venivano spesso nascoste in casa, i genitori si vergognavano. C'erano stigma, pietismo e assistenzialismo. Oggi molto è cambiato, ma qualcosa resta ancora da fare».
Per Zuppi la forza di Capodarco è tutta nell'amore. «Come dicevano di Nazareth: può venire qualcosa di buono da un posto così piccolo? Direi di sì. E lo stesso vale per Capodarco, che ha insegnato a tante città, compresa la mia Roma, cosa significhi davvero prendersi cura dei più fragili».
Nel dialogo con i membri della comunità, affronta anche il rapporto tra fede e servizio. «Fede e amore sono siamesi. La fede senza amore è morta, dice la lettera di Giacomo. A volte è proprio l'amore che conduce alla fede».
Ampio spazio viene dedicato al tema delle disuguaglianze sociali e sanitarie. «I dati ci dicono che le povertà si sono cronicizzate. Chi è povero resta povero e spesso i poveri sono figli di poveri. Nelle Marche, ma in generale in Italia, un tempo l'ascensore sociale funzionava, oggi molto meno».
Ma il punto centrale è un altro: «Anche quando non possiamo guarire, dobbiamo sempre curare. La cura non coincide solo con la terapia. Significa comunità, relazioni, far sì che nessuno si senta solo. Questa è la ricetta di Capodarco».
Sul ruolo della Caritas, sollevato da don Vinicio, osserva: «L'elemosina resta importante perché significa partecipazione e vicinanza, ma non basta. Papa Francesco ricordava che servono anche lavoro e progetti. La vera sfida è unire professionalità e gratuità. Capodarco riesce a fare entrambe le cose».
Non manca una riflessione sul sistema sanitario. «Dobbiamo evitare che il reddito diventi una discriminante. Oggi, troppo spesso, chi può permetterselo va dal privato e viene visitato subito. Questa è una discriminazione che non possiamo accettare. Il presidente Acquaroli mi ha detto che le Marche sono seconde in Italia per liste di attesa corte – una frase che fa rumoreggiare il pubblico – ma non significa fermarsi».
Le domande si spostano poi sui grandi scenari internazionali, visto il ruolo che il Papa ha dato al cardinale. Ricordando don Franco Monterubbianesi, Zuppi parla della speranza: «Serve soprattutto quando c'è la siccità. È nel buio che bisogna cercare la luce. Lui era uno che sperava, ce arriva a Bologna con faldoni di progetti, sognava e faceva».
Esprime forte preoccupazione per la guerra e per l'uso dell'intelligenza artificiale in campo militare. «L'AI sta aumentando la capacità distruttiva dell'uomo. Mi preoccupa che prevalga la logica della forza, mentre gli organismi internazionali sembrano aver staccato il telefono».
Annuncia quindi la sua imminente missione in Ucraina. «Dopodomani sarò in un campo di prigionieri russi in Ucraina e spero presto di poter visitare anche quelli ucraini in Russia. Una missione umanitaria significa aprire spazi di dialogo. Ogni giorno muoiono persone e ci stiamo abituando all'orrore della guerra. Dobbiamo difendere l'umanità dal disumano».
Infine un messaggio rivolto ai giovani, segnati dagli anni della pandemia. «Il Covid ci ha lasciato paura e ansia. Abbiamo perso tanti anziani senza poterli salutare e dobbiamo essere riconoscenti al servizio sanitario. Ma soprattutto abbiamo imparato che nessuno supera i problemi da solo. Il modo vero per uscire dalla fragilità non è pensare soltanto a sé stessi: la ricetta è pensare agli altri».
Un lungo applauso, poi la benedizione data insieme con l’arcivescovo Pennacchio e il dibattito che prosegue con Pierluigi Stefanini, storico presidente Unipol e Coop, grande amico della comunità: il 60ennale di Capodarco è entrato nel vivo.











