
di Raffaele Vitali
FERMO – Mauro Torresi, ultimi dieci giorni da sindaco reggente di Fermo: che effetto fa?
“Da una parte dispiace, perché fare il sindaco è un onore. Dall’altra non vedo l’ora di capire cosa dirà la città e lasciare il posto ad Alberto Scarfini, una persona preparata. Mi chiedo come abbia fatto Paolo Calcinaro a stare seduto qui undici anni”.
Facciamo un passo indietro: cosa ha significato essere il vice di Calcinaro?
“Stare vicino a lui era facile, perché Paolo copriva molte delle situazioni che il Comune doveva affrontare. E magari lasciava a me quelle più spinose, che sono anche quelle che mi piace affrontare. Nonostante i due assessorati, commercio e vigili, riuscivo comunque a ritagliarmi del tempo”.
Cosa resta di questa esperienza?
“Una soddisfazione pazzesca per quello che abbiamo fatto. Ma restano anche delle incompiute, come il mercato del sabato. Non sono riuscito a dargli una vera identità. È forse la cosa che mi pesa di più”.
Fermo è rinata, ripetete spesso. Qual è l’immagine che rappresenta meglio questa rinascita?
“Due immagini: la piazza piena di auto la sera durante le giornate del teatro e la piazza piena per ogni manifestazione. Non significa che sia l’evento a far rinascere una città, ma che la gente ha voglia di vivere, di stare insieme. Ripartono l’ottimismo, la socialità e anche l’economia”.
Il centro storico è forse il luogo che ha sofferto di più. Rimpianti?
“Non ho rimpianti. Il commercio del centro è cambiato ovunque. Non credo che un sindaco possa invertire questa tendenza. Si è perso il negozio di vicinato, ma è cresciuta la socialità, la somministrazione, i locali. Il centro storico di Fermo in futuro vivrà soprattutto di food e non credo sia una cosa sbagliata”.
Lei è anche imprenditore calzaturiero: perché non si è riusciti a fare di Fermo un outlet a cielo aperto?
“Ci abbiamo provato, ma è stato un esperimento inefficace. Avevamo inserito sei calzaturifici nei negozi del centro, ma è durato meno di un anno. Quando capisci che qualcosa non funziona, devi avere il coraggio di tagliare i rami secchi”.
Il mercato coperto è ancora recuperabile nella sua funzione originaria?
“All’inizio abbiamo sentito grandi catene commerciali, ma nessuno ci ha creduto. Troppi pochi residenti, difficoltà di accesso e spazi limitati. Poi abbiamo provato a mettere insieme produttori locali con i box. Alla fine abbiamo scelto la strada della formazione. L’ITS, quando partirà, sarà un grande volano per il centro storico. E poi c’è FermoTech, che sta lavorando bene con tante aziende e ha un ottimo bilancio”.
Per anni Torresi era identificato come la ‘destra’ in giunta. Oggi viene invece visto come distante da Fratelli d’Italia. Qual è la verità?
“Da anni provo a ricreare una destra cittadina diversa. Ripartire un mese prima delle elezioni avrebbe significato consegnare la città a chi non la conosce. Quindi ho scelto il percorso civico, pur portando il mio essere di centrodestra”.
Con Francesco Acquaroli ci sono state tensioni, voi eravate amici, si può ricucire?
“Non ho dubbi. È una persona intelligente e sa distinguere i livelli”.
Anche sul piano personale?
“Non ho dubbi. Ci siamo parlati in modo franco. Sa quello che avrei fatto, ma Mauro e Francesco non cambiano”.
Poteva essere lei il candidato sindaco, invece è stato scelto Alberto Scarfini. Si è chiesto cosa abbia più di lei?
“L’empatia con la gente. E in politica conta tanto quanto le qualità”.
Se vincete, quale sarà il futuro di Torresi?
“Spero di restare in giunta a dare una mano. Sono undici anni che sono qui dentro. Sarebbe un orgoglio”.
Ma la sua azienda come va avanti?
“Ho mio fratello, mio figlio e mio nipote che stanno prendendo le redini. Ma dalle 17 alle 24 sono ancora in azienda”.
Una vita sacrificata.
“Molto, ma è un sacrificio piacevole”.
In campagna elettorale tutti hanno soluzioni ai problemi. Pensiamo alla sicurezza: cosa potevate fare meglio?
“Nulla. Ho la coscienza a posto. Abbiamo investito in telecamere e videosorveglianza, creando un sistema che oggi è un modello. Siamo collegati con la centrale di Napoli, abbiamo telecamere in tutti i quartieri e rapporti continui con prefettura, questura e carabinieri. Dire che Fermo è una città insicura non me la sento”.
Guardando agli avversari, chi è il vero sfidante?
“Fino a quando Leonardo non è entrato in campo con forza, pensavo fosse avanti Angelica Malvatani. Oggi dico che se la giocano loro due. La candidatura di Saturnino di Ruscio ho fatto più fatica a capirla”.
Tosoni ago della bilancia in caso di ballottaggio?
“Non voglio neppure parlarne. È presto. Se dobbiamo già parlare di accordi per dopo, allora tanto valeva farli prima”.
Lei crede che la giunta di Fermo oggi guadagni troppo?
“Mi dispiace quando si parla solo degli stipendi. Io qui facevo dieci ore al giorno per 1.100 euro. Oggi credo che 3mila euro siano giusti per il lavoro che si fa. E chi promette di tagliare gli stipendi fa solo chiacchiere. Anche noi abbiamo lasciato molto in questi anni, ma le cose si fanno e basta”.
Amministrare è davvero un servizio pubblico?
“È un servizio pubblico che, nonostante tutto, dà grandi soddisfazioni”.
Scusi Torresi, ma è davvero difficile lavorare con lei? “Può darsi. Ma nella vita ho guidato comitati, centri sociali, compagnie teatrali e squadre di calcio. Se non hai un po’ di piglio non vai avanti. Però resto uno che si rimbocca le maniche. E forse è questo che la gente apprezza e alla fine anche chi con me si scontra per poi lavorare dalla stessa parte, ovvero per Fermo”.
