
di Raffaele Vitali
PORTO SANT’ELPIDIO - “Italia Mundial” approda a Porto Sant’Elpidio. Il 3 ottobre alle 2115, per il decimo anniversario del memorial Paolo Passamonti, Federico Buffa salirà sul palco del Teatro delle Api con il suo racconto del Mondiale del 1982, una storia sportiva diventata nel tempo parte della memoria collettiva del Paese.
Buffa, perché, a distanza di 44 anni, quel Mondiale continua ad avere una forza narrativa così straordinaria?
“La sua collocazione storica è fondamentale. Quel Mondiale ridà slancio all’Italia. Arriva dopo la notte della Repubblica, con il presidente Pertini entra nello spogliatoio dicendo ai giocatori: ‘Non avete idea di che favore avete fatto al Paese’. L’Italia vive una seconda metà degli anni ’80 in crescita, con un finale di decennio eccellente. È quasi inspiegabile quanto quella vittoria abbia cambiato la percezione che gli italiani avevano di se stessi. Ed è questo che crea la mitologia. In un momento non facile per il Paese e per il calcio, c’è la storia di ragazzi figli di persone che avevano fatto la guerra e che avevano lavorato. È una storia che appartiene a tutti”.
Molti dei protagonisti di quella Nazionale provenivano da famiglie e ambienti popolari. Anche per questo che quella squadra riuscì a diventare così profondamente “italiana”?
“Molti avevano la terza media, qualcuno aveva fatto il cameriere. La mamma di Tardelli gli bruciò la maglia della squadra per spingerlo ad andare a lavorare. Erano ragazzi più vicini a noi, più riconoscibili. Oggi non hai la stessa percezione del calciatore, li sentono lontano”.
Che cosa c’è nel 1982 che appartiene ancora agli italiani di oggi?
“Non è stato soltanto sport, è cultura popolare. Come accade con altri eventi storici, quel Mondiale è rimasto nella memoria e ha una valenza superiore al semplice risultato calcistico”.
Nel suo racconto non ci sono soltanto Rossi, Tardelli, Zoff e Bearzot in versione campioni, ma il dietro le quinte, le persone. Quanto conta il personaggio rispetto al campione?
“Mai nella storia d’Italia, almeno in quella conosciuta e visibile, una vittoria è stata così tanto delle persone. Quel gruppo si è protetto, grazie a Bearzot, dall’aggressività della stampa, che era andata oltre i limiti del tollerabile. La loro forza nasce proprio dall’unione. E questo legame è rimasto nel tempo. I ragazzi dell’82 si sono sempre sentiti, avevano perfino una chat di gruppo. E proprio da quella chat nacque l’incontro del 2010 tra Paolo Rossi e Bearzot, che sarebbe stato l’ultimo”.
Lei ha costruito parte dello spettacolo anche attraverso i ricordi diretti dei protagonisti. Che cosa cambia quando una storia che conosciamo attraverso immagini e libri viene raccontata da chi l’ha vissuta?
“Molti mi hanno contattato sapendo che stavo preparando questo racconto. Fu Paolo Rossi a dire a Tardelli di chiamarmi. Ero a Copacabana, per il Mondiale del 2014, quando mi arrivò un messaggio: “Ciao, sono Tardelli”. Pensai fosse uno scherzo e gli risposi ironicamente. Invece era davvero lui. Gli era piaciuto quello che avevo raccontato sul “nostro Mondiale”, come lo ha definito. Da quel momento Tardelli è diventato per me una sorta di autore: mi ha regalato dettagli privati, storie che non si trovano nei libri. Ho racconti di Graziani su Zoff, Bergomi mi ha raccontato moltissimo quando ci incontravamo a Sky. Il materiale sarebbe sufficiente per tre ore, ma io devo stare nei 90 minuti. Rispetto alle altre volte, a Porto Sant’Elpidio porto dettagli che non ho mai raccontato. Vi assicuro che ci saranno delle chicche uniche”.
Parlando di Tardelli, l’urlo dopo il gol alla Germania è probabilmente una delle immagini più famose dello sport italiano. Che cosa c’è dietro quell’esultanza che le immagini televisive non raccontano?
“C’è molto altro. Tardelli è un uomo particolare e, se ci saranno le condizioni ambientali giuste sabato sera, andrò oltre anche su di lui. È una persona che mi appassiona, molto complessa. Lo si vede anche in televisione, ma ha tantissimi lati affascinanti che vale la pena raccontare”.
Bearzot viene ricordato come l’uomo del silenzio, della difesa del gruppo, della resistenza alle critiche. Che cosa può insegnare oggi il suo modo di essere leader?
“Oggi servono allenatori protagonisti, persone che fanno scena mediatica, che alzano i toni. Anche il modo di vestirsi è diventato parte della rappresentazione del leader. Bearzot apparteneva a un’altra Italia. C’è un episodio della sua infanzia che mi piace moltissimo: giugno del 1938, Gradisca d’Isonzo, perché era troppo bravo per la scuola del suo paese. Ascolta dagli altoparlanti la radiocronaca di Italia-Ungheria a Parigi. Per lui è il giorno più felice. Non avrebbe mai potuto immaginare che, 44 anni dopo, sarebbe stato lui a sedere sulla panchina della Nazionale per la finale Mondiale. Se fosse una storia inventata, diresti che è troppo perfetta. E invece è la realtà”.
Nel 1982 il calcio sembrò diventare per qualche settimana una sorta di collante nazionale. Oggi ha ancora questa capacità di unire gli italiani?
“Fate caso a una cosa: l’Italia ha vinto due Mondiali, nel 1982 e nel 2006, in periodi segnati da grandi scandali. È più semplice fare gruppo quando ci si sente attaccati dall’esterno, quando qualcuno dice “il calcio è morto”. Il calcio di oggi non è necessariamente più pulito, ma non genera la stessa emotività. Hai la percezione che i giocatori siano più distaccati, anche perché ormai pensano direttamente loro a comunicare con il pubblico”.
Oggi tutto viene raccontato immediatamente, soprattutto sui social. Che cosa perdiamo rispetto a un evento vissuto quando bisognava aspettare la partita, il giornale o il telegiornale?
“Si è persa un po’ di poesia. Anche il calcio si gioca in maniera diversa. Però la maglia più venduta al mondo è quella di Yamal. Il motivo è semplice: gioca come una volta, puntando sulla tecnica individuale, è un funambolo, su giocate che hanno un valore estetico anche fini a se stesse. Una marea di ragazzini non segue soltanto la Spagna: segue lui. La sua maglia la trovi ovunque. Se nel pallone non c’è più quella magia, allora vai a vedere un’altra cosa”.
Dopo tanti anni di teatro, televisione e racconti sportivi, che cosa ha ancora voglia di scoprire?
“Sto scrivendo lo spettacolo sul Grande Torino. Quello che faccio lo considero un privilegio. Gli stimoli, se li cerchi, li trovi sempre”.
Se potesse sedersi a tavola con un solo protagonista di quella Nazionale, chi sceglierebbe e che cosa gli chiederebbe?
“Purtroppo non c’è più. Sarebbe Gaetano Scirea. L’ho già raccontato e sto preparando un nuovo spettacolo su di lui”.
Il pubblico di oggi è troppo giovane per ricordare il 1982, che cosa vorrebbe che un ragazzo di vent’anni capisse di quell’Italia guardando il suo spettacolo?
“La bellezza del calcio, che ha ancora una sua età, una sua memoria. Quando mi chiedono come si potrà raccontare il calcio in futuro, penso che a una difficoltà enorme. Oggi Sinner e Antonelli sono tra gli italiani più famosi nel mondo. Ma che cosa racconterai tra vent’anni di qualcuno di cui che puoi trovare tutto su YouTube? Anche di quello che faceva a dieci anni. Se io racconto Tardelli e il fatto che sua madre gli bruciò la maglia, sto raccontando la sua storia, attraverso la sua voce e la sua memoria. È una differenza narrativa importante. La mia è una narrazione che contiene cose che l’intelligenza artificiale non potrà dirti. Ci sono tanti episodi che, non essendo in rete, non potrà mai copiare e fare suoi”.
E quindi?
“Vi aspetto al teatro delle Api, sabato sera, per ascoltarmi, ma per vivere un momento speciale per la città”.
