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Intervista a Fasciani. "La fascia media è sparita. La sneaker non basta più. La qualità ci salva. Ma i calzaturieri devono lavorare insieme"

9 Agosto 2026

di Raffaele Vitali

FERMO – Dagli stivali per la regina Elisabetta ai nuovi mercati, cambiando modelli e intercettando tendenze, senza perdere però l’unico requisito che permette di restare competitivi nel mondo: la qualità. È su questo che da decenni Alberto Fasciani, imprenditore calzaturiero fermano, ha costruito la sua identità.

Un piccolo brand, che si muove tra i colossi. Lo fa nelle fiere principali, dal Pitti Uomo al Micam, lo fa incontrando i clienti dove serve. Anche in questo periodo di incertezza commerciale globale.

"La collezione sta avendo un buon riscontro, nulla di eccezionale, ma solo che tra i buyer ci siano sensazioni positive è incoraggiante” spiega l’imprenditore. “Tra Pitti Uomo e prime fiere in Europa, non sono mancati gli stranieri. I particolare i nord europei, ma anche i clienti  italiani si sono fatti valere. Un po’ a rilento l’America e questo non va bene”.

Da cosa dipende questa minore presenza degli Stati Uniti?

"C'è troppa incertezza. I dazi e le continue modifiche alle regole commerciali rendono difficile programmare gli acquisti. Alcuni clienti americani hanno ricevuto la merce con mesi di ritardo e senza sapere con precisione quali sarebbero stati i costi finali di importazione. In queste condizioni diventa complicato fare investimenti e pianificare le collezioni future”.

Questa situazione sta influenzando il mercato?

" L'incertezza è il peggior nemico delle imprese. Quando un negoziante deve scegliere dove investire tende a privilegiare i partner che gli offrono maggiori garanzie e prevedibilità".

Quali segnali arrivano invece dai consumatori?

"Nonostante le difficoltà, percepisco una lenta ma costante riscoperta del prodotto più formale. Molti clienti mi raccontano che sta tornando l'interesse per scarpe meno sportive e meno legate al mondo delle sneaker. Non è una rivoluzione, ma una tendenza che si sta consolidando”.

Come intercetta questo  ritorno al classico?

"Abbiamo lavorato su un prodotto elegante ma facile da indossare. La vera sfida oggi è creare un'alternativa credibile alla sneaker: una scarpa comoda, versatile, leggera e contemporanea, che possa essere utilizzata anche dai giovani in contesti diversi”.

Il prezzo resta un tema centrale?

"Certamente. Oggi il consumatore vuole capire perché un prodotto costa una determinata cifra. Negli anni scorsi c'è stata molta speculazione nel settore della moda e del lusso. Adesso il cliente cerca autenticità e vuole percepire il valore reale di ciò che acquista”.

Quanto conta il racconto del prodotto?

“Dobbiamo spiegare come nasce una scarpa, quali lavorazioni richiede, quanta esperienza c'è dietro un prodotto artigianale. Per chi lavora nel settore sono aspetti normali, ma per il consumatore finale non lo sono affatto”.

Nella sua collezione il formale non manca. Piace ai buyer?

"Ho recuperato un modello storico del nostro archivio, reinterpretandolo in chiave contemporanea, più morbida e leggera. L'ho mostrato a una selezione di clienti e la risposta è stata estremamente positiva. Molti mi hanno detto che potrebbe essere una delle scarpe più interessanti della stagione”.

Lei viene spesso identificato come il re dello stivale. Questo prodotto resta centrale?

"Lo stivale continua a rappresentare il cuore della nostra identità. Allo stesso tempo stiamo ampliando l'offerta con prodotti più accessibili e adatti a un pubblico più giovane. Ma sulla fascia alta stiamo investendo ancora di più”.

In che modo?

"Abbiamo appena avviato un progetto importante con uno dei polo club più esclusivi di Parigi, dove realizzeremo un corner dedicato. È un contesto che valorizza al massimo il nostro know-how e la nostra capacità di realizzare prodotti unici”.

Qual è oggi la principale sfida per le aziende calzaturiere italiane?

"Riuscire a mantenere la competitività. I costi di produzione sono elevati e molte aziende sono diventate troppo piccole per affrontare da sole il mercato globale”.

Per questo si parla spesso di aggregazioni?

"Credo che il futuro passi anche attraverso forme di collaborazione più strette tra imprese. Non significa rinunciare alla propria identità, ma condividere servizi, strutture commerciali e organizzative per essere più forti”.

Come vede il mercato nei prossimi anni?

"La fascia media è praticamente sparita ed è stata conquistata da produttori internazionali molto competitivi. Oggi la partita si gioca nella parte alta della piramide, dove contano qualità, artigianalità e capacità di differenziarsi. Chi saprà valorizzare questi aspetti avrà ancora spazio per crescere”.

È ottimista?

"Non sappiamo quanto tempo servirà per uscire da questa fase di incertezza. Viviamo in un contesto che cambia continuamente. Però sono convinto che chi continua a investire nella qualità e nella manifattura italiana possa ancora avere un futuro importante”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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