
di Raffaele Vitali
MUCCIA - "Non fuggo e non ho paura". Francesco Acquaroli affronta a Muccia, al termine di un vivace consiglio regionale aperto dedicato ai dieci anni dal sisma, la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il suo ex capo di gabinetto e che di riflesso investe anche le istituzioni regionali. Il presidente della Regione Marche rivendica la propria condotta, respinge ogni coinvolgimento personale e ricostruisce le ragioni che lo portarono a interrompere il rapporto con il collaboratore.
"Non so se potete immaginare il mio stato d'animo, ma non ve lo auguro. È stata una settimana complessa". Acquaroli non nasconde la difficoltà del momento, ma rivendica la necessità di fare chiarezza. "Non mi sottraggo a una vicenda giudiziaria che ha toccato anche le istituzioni che rappresento, ma che non mi riguarda. Non so cosa siano corruzione e mafia, non conosco questi termini".
Il governatore richiama anche le parole della consigliera regionale Valeria Mancinelli sulla necessità di dare risposte ai marchigiani. "Condivido quanto ha detto: c'è il dovere della chiarezza verso i cittadini. Per un pubblico amministratore è fondamentale. Ma c'è anche il dovere della lealtà, di non prendere le informazioni e strumentalizzarle da una parte sola".
Acquaroli sottolinea che la sede per approfondire la vicenda è quella istituzionale e giudiziaria. "In campagna elettorale non ho mai parlato di processi e azioni giudiziarie. La chiarezza va fatta nelle aule. Ci saranno settimane, Consigli regionali e altre occasioni per approfondire tutto. Ma comincio oggi".
La scelta di Pistarelli e le perplessità sulla riconferma
Il presidente torna quindi alla nomina del capo di gabinetto nel 2020. "Quando ho scelto Pistarelli, l'ho fatto perché conosceva il territorio, conosceva bene le leggi ed era un avvocato".
Le perplessità, spiega, erano emerse nel momento in cui, cinque anni dopo, si era trattato di valutare la riconferma dei collaboratori diretti. Acquaroli sostiene che le sue riserve riguardassero soprattutto ragioni operative: la disponibilità richiesta dal ruolo, il metodo di lavoro e l'efficacia dell'azione amministrativa.
"Le figure accanto a me non hanno soste: sabato e domenica, Natale, Ferragosto, siamo sempre insieme per la Regione. La disponibilità di tempo da parte sua non c'era stata. Poi c'era il modo di lavorare e, infine, l'efficacia".
A pesare, secondo il governatore, erano state anche alcune segnalazioni ricevute da sindaci e amministratori. "Molti mi dicevano: 'Non mandarmi il tuo capo di gabinetto, perché poi le cose tornano indietro'. E su questo ho riflettuto ancora di più. Non potevo fare il capo di gabinetto di me stesso".
Da qui la decisione di concedere una proroga di tre mesi, per individuare una soluzione alternativa. Una scelta che Acquaroli colloca prima che emergessero gli elementi oggi al centro dell'inchiesta.
Le prime segnalazioni e la decisione del 2 dicembre
Il presidente ricostruisce quindi la sequenza delle informazioni ricevute. Dopo un periodo di assenza dall'ufficio per un problema di salute, racconta di aver appreso, a novembre, una prima voce ancora vaga. Al rientro sarebbe arrivata una seconda telefonata, da parte di una persona che intendeva tutelare la sua onorabilità.
"Non erano notizie di reato, altrimenti mi sarei mosso diversamente. Si parlava di un interessamento del mio ex capo di gabinetto su alcune procedure".
Acquaroli afferma di aver riferito quanto appreso al segretario generale della Regione, chiedendo verifiche. "Le confidenze non sono rimaste tali, perché quello che mi è stato riferito l'ho detto al segretario generale. L'ho informato e ho chiesto di verificare, mettendo in campo le azioni concrete della pubblica amministrazione".
Gli approfondimenti, prosegue, sarebbero partiti attraverso una serie di audizioni, alle quali avrebbero partecipato anche un esponente dell'Avvocatura regionale e figure esterne, con l'obiettivo di comprendere la situazione e individuare le misure da adottare.
Il passaggio decisivo, nella sua ricostruzione, è datato 2 dicembre 2025. Quel giorno, mentre erano in corso gli approfondimenti interni, sarebbe arrivata un'ulteriore conferma di un’azione del suo ex collaboratore.
"L'ho chiamato e gli ho detto che la sua presenza al settimo piano era incompatibile: o dava le dimissioni oppure lo avrei dimesso io quella sera stessa".

"Ho sbagliato la persona, non sono complice"
Acquaroli respinge l'ipotesi di aver sottovalutato consapevolmente la situazione o di aver cercato di coprire comportamenti illeciti. A sostegno della propria posizione richiama le regole che, afferma, avrebbe imposto alla struttura regionale fin dall'inizio del mandato.
"Mi sono dato delle regole di ingaggio per gestire il lavoro e la squadra: rispetto della legalità, mai entrare nelle procedure e negli appalti, anzi, vigilanza. Al settimo piano di Palazzo Raffaello capitava la sera che ripetessi tutto questo, chiedendo aiuto".
E ancora: "Secondo voi, è questo l'atteggiamento di uno che vuole coprire? Ho chiesto di verificare ogni passaggio. Se avessi saputo che c'era una notizia di reato, avrei segnalato, come ho spiegato a Pistarelli. Perché se uno naviga nel fango, prima o poi resta impantanato".
Il governatore ricorda che la Regione gestisce risorse ingenti per la ricostruzione post sisma, il Pnrr e gli interventi legati all'alluvione. Un contesto nel quale, a suo giudizio, è necessario mantenere alta l'attenzione sul rischio di interessi illegittimi.
"Il mio non è stato un errore politico. Ho solo sbagliato la persona" afferma. E precisa che la valutazione non dipende dall'evoluzione dell'inchiesta: "Quando l'ho rimosso era venuta meno la fiducia. Se chi ti nomina e ti dà fiducia non la trova più, non c'è margine per tenere quella persona nel posto individuato".
Una responsabilità nella scelta che Acquaroli si assume direttamente: "Se l'ho nominato, sono stato pure io quello che l'ha rimosso".
Ricostruzione e rischio infiltrazioni
Il presidente allarga poi il discorso alla gestione della ricostruzione e al rischio di infiltrazioni mafiose. "La ricostruzione è una macchina enorme. Noi abbiamo messo in campo tutto quello che era possibile a livello di protocolli, controlli e azioni volte a evitare infiltrazioni mafiose".
Acquaroli riconosce che la vicenda mette in luce una fragilità, ma insiste sulla distinzione tra le responsabilità individuali e quelle dell'istituzione. Nel suo intervento afferma di non essere indagato e sottolinea che, per quanto a sua conoscenza, non risultano indagati assessori o consiglieri regionali.
"Nella Regione Marche, intesa come istituzione, non è stato commesso alcun reato", dichiara, aggiungendo che la vicenda non deve cancellare il lavoro svolto da chi, sostiene, ha operato nel rispetto delle regole.
"Questa è una Regione che non si è piegata e che ha dato ascolto al mio mantra: in ogni incontro ho sempre detto a chi veniva da voi che chi non rispetta le regole non parla a nome mio. L'ho sempre detto ed è incontestabile".
"La verità non deve essere di parte"
Acquaroli torna sulle segnalazioni ricevute e si interroga sul perché, a suo giudizio, non siano arrivate prima. "È un momento complicato, in cui si cerca di capire. E mi faccio anch'io una domanda: perché le voci non sono arrivate prima? Chi dovesse dire che mi è stata fatta una segnalazione e non l'ho presa in considerazione dice qualcosa di non vero".
Il presidente richiama anche il lavoro del segretario generale Becchetti, affermando che la sua agenda raccoglie le questioni che gli vengono sottoposte e che intende approfondire.
Quindi l'appello al rispetto della persona e delle istituzioni: "Se c'è qualcuno che pensa che io abbia fatto entrare la mafia, si ricordi che ci sono persone, famiglie e affetti dietro ogni uomo e donna. Se fossi stato indagato sarebbe un conto. Ma io non sono indagato. Qualcuno dovrebbe dire che Acquaroli va rispettato".
La conclusione è un richiamo ai valori di onestà e legalità, che il governatore considera indipendenti dalle appartenenze politiche. "Si può sbagliare, ma credere nell'onestà è un'altra cosa. Si può sbagliare, ma i valori non vanno dimenticati. Bisogna cercare la giusta verità e non una verità di parte".
E rivendica il lavoro svolto in sei anni alla guida della Regione: "Lo dico sinceramente: sono sei anni che servo la comunità in maniera instancabile, con lealtà, onestà e senza mai voltarmi dall'altra parte. L'errore è nell'individuazione della persona, ma corruzione e mafia sono due parole che non conosco".
