
di Raffaele Vitali
FERMO – Paolo Nicolai lascia il Partito Democratico. Una decisione maturata nel tempo, al termine del mandato da consigliere comunale di Fermo eletto nelle file Dem, che l’ex dirigente motiva con una distanza sempre più marcata rispetto alla natura e ai contenuti dell’attuale Pd.
Nicolai non era un tesserato qualunque, oltre a essere stato segretario provinciale, è da anni il dealer (figura chiave al tavolo del poker) del partito, quello che da dietro dava le carte, gestiva passaggi, mediava situazioni, trovava soluzioni. E lo faceva confrontandosi con esponenti di ogni livello, che fossero senatori o consiglieri regionali.
Per l’ufficio di Paolo Nicolai, è sullo stesso pianerottolo della sede del PD, si doveva per forza passare. Anche quando si trattò di decidere di far cadere la allora sindaca Nella Brambatti con una dolorosa firma dal notaio.
Ma anche le storie d’amore più solide possono finire quando lungo la strada si prendono bivi differenti. A cominciare dalla scelta dell’ultima candidata sindaco, che Nicolai non ha condiviso. Lui preferiva Andrea Petracci, più liberal e vicino all’area renziana, ma non per questo ha remato contro- è evidente l’aiuuto dato a Girotti, consigliere della ‘sua’ Lidodi Fermo. Nicolai, però, una cosa la fa capire nel suo lungo post su Facebook: “Rimango saldamente e idealmente nel campo del centrosinistra”.
Nicolai, perché ha deciso di lasciare il Partito Democratico?
“In questa calda estate si conclude il mio percorso all’interno del Partito Democratico, pur rimanendo saldamente e idealmente nel campo del centrosinistra. Non c’è nulla di personale né di drammatico: è semplicemente evidente che, ormai da troppo tempo, il Pd non è più quel contenitore capace di accogliere le diverse anime dello schieramento liberale e progressista. Rispetto naturalmente tutti gli amici che lascio nel partito e che continuano, giustamente, a credere convintamente nel progetto”.
Una decisione improvvisa?
“Assolutamente no. Le motivazioni le avevo già esplicitate quando, già da tempo, ho lasciato gli organismi dirigenti e purtroppo non sono cambiate. Per coerenza con chi mi aveva espresso la propria preferenza, ho scelto di concludere il mio mandato da consigliere eletto nelle file del Pd. Una volta terminato, ho valutato la mia permanenza, che non trovava più alcuna motivazione”.
C’è anche un aspetto personale o legato a candidature e incarichi?
“Posso dire di essere uno di quelli che se ne va proprio per una convinzione maturata sulla situazione attuale e sui contenuti espressi dal partito. Non ho mai chiesto posti o candidature, anzi, probabilmente spesso le ho anche evitate (è stato più volte in pole per le Regionali). La mia è una scelta di coerenza rispetto a ciò che penso”.
Parliamo del Pd locale.
“A pochi mesi dalle elezioni comunali ho vissuto un commissariamento provinciale davvero anomalo e, secondo me, ingiustificato. Per il rispetto che nutro verso gli autorevoli esponenti del nostro partito sul territorio, fatico a comprendere come un consigliere regionale al terzo mandato (Cesetti) o un senatore alla terza legislatura (Verducci), che, seppure non eletto nel Fermano, è da sempre un punto di riferimento per molti militanti della federazione, abbiano accettato di subire sopra le proprie teste e senza giustificazioni degne una governance affidata a un segretario straordinario di Rimini”.




Il riferimento è al commissariamento della federazione provinciale?
«Parliamo di personalità che hanno capacità, autorevolezza e ruolo per gestire il partito. Il commissario fa ovviamente ciò che deve fare, dicono anche con una certa veemenza. Ma se agli stessi esponenti del territorio la situazione sta bene, allora dovrebbero forse interrogarsi sul proprio ruolo di classe dirigente. Allo stesso modo, anche il “nuovissimo” segretario regionale dovrebbe occuparsi subito di rimuovere il commissario, anche in vista delle prossime elezioni politiche. Invece tutto tace”.
Poi c’è il risultato delle ultime comunali di Fermo. Lei è stato critico fin dall’inizio sulla scelta di Angelica Malcatani. E oggi?
“Il Pd ha ottenuto, in termini percentuali, gli stessi voti di sei anni fa, ma in condizioni decisamente più favorevoli: c’era un campo largo unito, Calcinaro non era direttamente in campo e la destra era spaccata. Quindi…”.
Un confronto che inevitabilmente la porta al 2020, quando era segretario del Pd?
“Nel 2020, quando ero segretario, avevo sostenuto la candidatura di servizio di Renzo Interlenghi, che ringrazio ancora (era in pole come segretario provinciale, ma il commissario ha detto no, ndr). Dopo quel risultato avevo rassegnato immediatamente le mie dimissioni. Non sto qui a giudicare o a puntare il dito, né a dire cosa sarebbe stato meglio fare o a chiedere la testa di qualcuno. Sono della linea di chi ritiene che, se non si è impegnato in una tornata elettorale, come ho fatto io, non debba neppure giudicare o intervenire se in precedenza è stato dirigente di partito”.
Ma il risultato è evidente. Come lo giudica?
“Lo dico per il futuro: credo che le scelte, seppure condivise e collegiali, vadano valutate alla luce dei risultati ottenuti. Altrimenti vige il principio freudiano della coazione a ripetere”.
Nonostante l’addio, resta un legame con il Pd?
“Auguro meglio al partito, al quale sono ovviamente affezionato. Nella nostra provincia ci sono militanti seri, appassionati e disinteressati. Non escludo che in futuro ci saranno occasioni di incontro”.
Il suo di futuro?
“Il mio percorso nel Pd si conclude, ma resto saldamente e idealmente nel campo del centrosinistra. È una distinzione per me importante. Buon vento a tutti”.
