
FERMO - Una statuetta che non è semplicemente simbolo di orgoglio, ma di eccellenza, che qualifica l'impegno di ogni singola persona Tra di loro c'è anche Emanuele Frontoni professore ordinario a Macerata, tra i massimi esperti italiani di intelligenza artificiale.
«Grazie per questo riconoscimento. È un premio che ci permette ancora una volta di raccontare il lavoro che viene fatto nelle Marche e la capacità del nostro territorio di confrontarsi con una delle grandi sfide del futuro» le prime parole dal palco di Francavilla d'Ete dove ha ritirato, accompagnato dalla famiglia a cui ha dedicato il primo grazie, il 'Guerriero marchigiano' per la ricerca scientifica.
Professore, oggi tutti parlano di intelligenza artificiale, spesso anche per criticarla. Dovremmo invece imparare a valorizzarne gli aspetti positivi?
«Assolutamente sì. Stiamo cercando di raccontare tante storie in cui un utilizzo positivo dell’intelligenza artificiale sta nascendo nei nostri territori. Questo è anche l’orgoglio marchigiano: essere un territorio capace non solo di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma di crearla e applicarla in tanti settori. Penso al manifatturiero, alla moda (cita il progetto CappellAI), al mondo dei prodotti e, soprattutto, alla salute dell’uomo. Di recente abbiamo assistito anche a un’operazione a cervello aperto nella quale sono state utilizzate tecnologie avanzate di questo tipo. Questa è la buona notizia per il nostro territorio».
Qual è oggi la situazione della ricerca sull’intelligenza artificiale nelle Marche?
«Siamo messi bene, anche come Italia all’interno dell’Europa. Il problema è che siamo messi bene “a macchia di leopardo”. Quando tracciamo le medie, quindi, i nostri dati non sono sempre facilmente paragonabili a quelli europei. Però c’è tanta gente di buona volontà che sta lavorando in questa direzione. E dobbiamo sottolineare anche la componente giovane: in questo grande settore, compreso il mondo della ricerca, ci sono ricercatrici e ricercatori che riescono a emergere a livello internazionale. Credo sia un’altra buona notizia».
L’intelligenza artificiale richiede sempre più un approccio interdisciplinare. Quanto è importante mettere insieme competenze diverse?
«È un aspetto fondamentale. L’intelligenza artificiale porta con sé una grande interdisciplinarità. Non possiamo fare a meno di mettere insieme la filosofia e la tecnica, chi si occupa di scienze umane e chi lavora sul digitale. Probabilmente abbiamo bisogno anche di una maggiore unità e della capacità di dialogare tra competenze diverse».
Cresce anche l’interesse verso le università più piccole. È una tendenza destinata a consolidarsi?
«È un dato che chiarisce soprattutto quanto sia necessario essere accompagnati e lavorare insieme. C’è bisogno di collaborazione e di confronto. La trasformazione digitale non significa disinteresse verso le relazioni umane: al contrario, proprio chi lavora in questo settore deve avere una maggiore attenzione al dialogo e alle relazioni tra le persone».
Qual è oggi la sfida principale sull’intelligenza artificiale?
«La sfida principale è cercare di regolamentarla e, soprattutto, rendere consapevoli gli utenti. Probabilmente, anche in una platea come quella di questa sera, sono ancora poche le persone che hanno una piena consapevolezza di ciò che significa utilizzare questi strumenti.
Ormai l’intelligenza artificiale è nei cellulari di tutti, anche dei giornalisti, e abbiamo bisogno di molta più consapevolezza. Da un lato dobbiamo cercare regole comuni su scala globale; dall’altro dobbiamo fare un lavoro individuale per comprendere meglio questi strumenti e il loro impatto. Non possiamo pensare di essere semplicemente spettatori della trasformazione: dobbiamo imparare a conoscerla e governarla».
r.vit
