
FERMO – In Francia hanno già deciso: prima dei 15 anni è vietato l’accesso ai minori di 15 anni, imponendo nuovi obblighi alle piattaforme. In Italia, la discussione è entrata nel vivo.
L’obiettivo è proteggere bambini e adolescenti negli ambienti digitali. “Non basta un divieto sottolinea il professor Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo Di.Te.
“Dalla Francia possiamo prendere una riflessione: bambini, adolescenti e multinazionali della tecnologia non possano confrontarsi ad armi pari. Le piattaforme non sono semplici contenitori di informazioni. Selezionano ciò che vediamo, misurano le nostre reazioni, anticipano i nostri desideri e costruiscono percorsi personalizzati per trattenerci il più a lungo possibile” prosegue Lavenia. Il loro obiettivo economico non è farci stare bene, ma farci restare», afferma Lavenia.
Il punto è che “Chiedere a un ragazzo di undici, dodici o tredici anni di governare da solo questi meccanismi significa attribuirgli capacità di autocontrollo e regolazione emotiva che sono ancora in costruzione. Riconoscerlo non significa considerare gli adolescenti incapaci, ma prendere sul serio una fase della vita nella quale il bisogno di appartenenza, il giudizio dei coetanei, la ricompensa immediata e la ricerca di approvazione hanno un peso particolarmente forte”.
Questa la premessa che porta alla sua ‘soluzione’ che va altre il dilemma tra libertà e censura. “Una legge non elimina ogni rischio, ma stabilisce una soglia, attribuisce responsabilità e indica ciò che una comunità considera accettabile”.
Secondo Lavenia le piattaforme devono impedire agli under 16 di possedere un account, ma servono controlli reali se no accadrebbe come in Australia che sulla carta ha escluso 5milioni di utenti, ma è emerso che l’85% ha aggirato il divieto.
Da qui la proposta rivolta al Governo italiano: “Una regola semplice: sotto i 15 anni nessun accesso ai social network; dai 15 anni apertura del primo profilo soltanto dopo il conseguimento di un Patentino Digitale obbligatorio, rilasciato al termine di un percorso nazionale certificato”.
Vanno coinvolte scuole e famiglie, il tutto per affrontare gli algoritmi, la protezione dei dati personali, il cyberbullismo, la manipolazione dei contenuti, l’intelligenza artificiale, la gestione del tempo online, il riconoscimento delle relazioni pericolose e i segnali di un utilizzo problematico.
“Con il Patentino andiamo oltre la domanda ‘quanti hanni hai?’ e arriviamo a ‘sei stato preparato a entrare in questo ambiente?’. Non basta l’età, prima di accedere alle piattaforme devono essere acquisite alcune competenze minime”.
Il certificato dovrebbe essere personale, non cedibile e verificabile dalle piattaforme attraverso una credenziale digitale sicura, senza comunicare informazioni scolastiche o altri dati sensibili del minore. “Non renderebbe il sistema impossibile da aggirare, ma lo renderebbe più credibile rispetto a una semplice casella nella quale dichiarare la propria data di nascita. Il punto non è promettere un sistema perfetto, ma innalzare concretamente la soglia di accesso”.
Lavenia su questo è chiaro: la differenza è tra una porta lasciata aperta e una porta dotata di controlli reali. “«Non è accettabile che la responsabilità continui a ricadere soltanto sulle famiglie. Quando un ragazzo dorme poco, trascorre ore online o non riesce più a separarsi dallo smartphone, ci chiediamo immediatamente dove abbiano sbagliato i genitori. Ma nessuna famiglia può competere da sola con aziende che investono risorse enormi per analizzare ogni clic, ogni esitazione e ogni secondo di attenzione”.
Insomma, regole e educazione non sono alternative. “La regola precede la libertà non per negarla, ma per renderla possibile”. C’è solo una soluzione, al momento: “Non basta verificare l’età: prima dei social bisogna certificare le competenze. Un divieto non insegna da solo a vivere, ma può concedere tempo perché il cervello maturi, l’identità si consolidi e un ragazzo impari a distinguere un desiderio autentico da un impulso alimentato dall’algoritmo. Il vero diritto da tutelare non è quello di aprire un profilo il prima possibile, ma quello di crescere prima che siano le piattaforme a suggerire continuamente chi si dovrebbe diventare” conclude Lavenia.
r.vit.
