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Dentro i segreti del Pastificio Mancini: così passiamo dal campo al piatto. Grano locale, robot e passione umana per conquistare il mondo

27 Giugno 2026

di Raffaele Vitali

MONTE SAN PIETRANGELI – C'è chi lo definisce un visionario, chi un imprenditore pragmatico. Massimo Mancini preferisce parlare con i fatti. E i numeri raccontano una storia fuori dagli schemi: in poco più di quindici anni il Pastificio Mancini è passato da progetto nato quasi in sordina, con due dipendenti e meno di un milione di euro di fatturato, a un'azienda che oggi impiega oltre cinquanta persone, coltiva 1.900 ettari di terreno, esporta in 60 Paesi e punta a superare gli 11 milioni di euro di ricavi, continuando a crescere a doppia cifra.

Una goccia nel mare del grano, considerando che in Italia si producono quattro milioni di tonnellate di pasta e Mancini ne vale 2700. Una gocciaa, ma di grande ualità e piena di valori.

Una crescita costruita senza rinunciare all'idea originaria: produrre pasta esclusivamente con il grano coltivato dall'azienda agricola di famiglia, controllando ogni passaggio e senza produrre per marchi terzi. Ecco il ‘Mancini pensiero’.

Dalla campagna alla pasta

“La nostra storia nasce nel secondo dopoguerra. Mio nonno Mariano fondò l'azienda agricola ed è stato un innovatore, un pioniere della meccanizzazione. Conserviamo ancora un trattore del 1946. Negli anni cinquanta mio padre Giuseppe ha proseguito l'attività, poi il boom del distretto calzaturiero lo portò a lasciare la campagna per dedicarsi al commercio delle pelli. Io rappresento la terza generazione della famiglia, ma la prima ad aver scelto di trasformare il grano in pasta”.

Fino ai primi anni Duemila l'azienda era una tradizionale realtà agricola, impegnata nella coltivazione di grano duro, girasole e barbabietola, con la vendita delle produzioni al Consorzio agrario e ai commercianti locali.

La svolta arriva dopo gli studi universitari di Massimo Mancini. “Mi sono laureato in Agraria a Bologna con una tesi che riguardava proprio la filiera del grano duro e della pasta. Un progetto sviluppato in collaborazione con Barilla e, confesso, il mio sogno era entrare in quella realtà. Invece il mercato cambiò alcune strategie della grande azienda, e così mi iscrissi a un master. Sono approdato come project manager in un grande pastificio toscano e nel 1996 sono tornato a casa. Dopo una breve esperienza alla Conceria Tirrena decisi di dedicarmi completamente all'azienda agricola. Dal 2001 ne ho preso la guida”.

L'intuizione della filiera completa

È proprio nel 2001 che prende forma l'idea destinata a cambiare il futuro dell'azienda. “Mi sono ispirato al mondo del vino. Esistono produttori che coltivano l'uva e la trasformano direttamente. Perché non fare lo stesso con il grano duro. L'obiettivo era semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: realizzare pasta utilizzando esclusivamente il grano coltivato da noi”.

Un progetto senza precedenti

“Non esiste un'altra azienda italiana che abbia costruito un modello economico completamente basato sul grano di propria coltivazione. Non basta utilizzare grano italiano: bisogna controllarne l'intera filiera” prosegue Mancini.

Le Marche rappresentano il terreno ideale per questo progetto. Con circa 140 mila ettari coltivati sono la terza regione italiana per produzione di grano duro, dopo Puglia e Sicilia. “Abbiamo una grande tradizione cerealicola, varietà storiche come il Senatore Cappelli, e un importante centro sperimentale all'Abbazia di Fiastra. Qui convivono storia e innovazione”.

Otto anni di sacrifici

Passare dall’idea all’impresa non è stato semplice. Per i primi otto anni il Pastificio Mancini è andato avanti senza uno stabilimento interno. “Il grano veniva macinato e trasformato in Abruzzo, a Pianella, mentre il confezionamento lo facevamo manualmente”.

Partivano un paio di camion all'anno. “Io caricavo la pasta su un Doblò, trasportavo circa 500 chili per volta e mia madre insieme ai miei suoceri confezionava tutto a mano. È stato un periodo durissimo, ma mi ha fatto capire una cosa: il progetto avrebbe avuto un futuro soltanto costruendo il nostro pastificio”.

Lo stabilimento viene realizzato nel 2009 e la produzione inizia ufficialmente il 17 marzo 2010. “Quel giorno è nato un nuovo mercato. Per la prima volta le Marche entravano tra i territori protagonisti della pasta di qualità. All'inizio presentarci come l'unica azienda che produceva pasta con il grano coltivato direttamente da noi incuriosì soprattutto i grandi ristoratori”.

Il grano come cuore dell'impresa

Oggi Pastificio Mancini coltiva complessivamente 1.900 ettari distribuiti in un raggio di circa 30 chilometri tra le province di Fermo, Macerata e Ancona. Dai 70 ettari originari della famiglia si è passati a una realtà che gestisce direttamente 1.400 ettari in affitto, mentre altri 500 fanno parte di una rete di aziende agricole coordinate dal gruppo.

“Molti terreni appartengono a proprietari che in passato hanno lasciato l'agricoltura per lavorare nel settore calzaturiero. Noi li gestiamo direttamente con i nostri agronomi. Non possediamo tutti i macchinari necessari: per una parte delle lavorazioni ci affidiamo a cinque contoterzisti, integrati stabilmente nella nostra organizzazione” ribadisce l’imprenditore.

La filiera prosegue con la macinazione del grano affidata alla cooperativa Italcer di Osimo. “Lavoriamo insieme da tanti anni e siamo cresciuti insieme. Il mulino macina circa 130 mila quintali l'anno e quasi il 40% riguarda il nostro grano. Abbiamo preso in affitto anche la struttura di stoccaggio e continuiamo a investire insieme perché la qualità della macinazione è fondamentale”.

Da agronomo, Massimo Mancini non trascura anche uno degli aspetti cardine: la rotazione dei terreni. Circa metà delle superfici è destinata al grano duro, mentre il resto viene coltivato con ceci, lenticchie, favino, girasole e colza.

“La rotazione migliora naturalmente la fertilità del terreno. I ceci, ad esempio, che fino a oggi conferivamo a una cooperativa legata a Valfrutta, saranno commercializzati anche con il marchio Mancini. È un ulteriore passo avanti nel nostro percorso di valorizzazione delle produzioni agricole”. Un percorso che ha permesso all’azienda di superare anche lo storico problema ella scarsa redditività del grano: “Chi vende soltanto materia prima fatica persino a coprire i costi. Il nostro progetto è nato proprio per creare valore attraverso la trasformazione e non fermarsi agli aiuti della Politica agricola comune”.

Dalla ristorazione al retail specializzato

Fin dall'inizio il mercato di riferimento è stato quello dell'alta ristorazione, in Italia e all'estero. La pandemia ha però accelerato un cambiamento importante. “Prima del Covid il 75% del fatturato proveniva dalla ristorazione. Quando il mondo si è fermato, si è spenta per noi la luce. Ma abbiamo reagito e iniziato a lavorare con gastronomie, macellerie, pescherie e negozi gourmet, luoghi dove qualcuno può raccontare davvero ciò che vende. Così siamo riusciti a salvare il 2020 e a costruire un nuovo canale commerciale”.

Oggi il fatturato deriva per il 60% dalla ristorazione e per il 40% dal retail specializzato. “La grande distribuzione non rappresenta invece il nostro obiettivo. Collaboriamo soltanto con alcune realtà, una ventina di punti vendita qui sul territorio e nessuna fuori regione, che hanno scelto di puntare sulla qualità, ma non inseguiamo i grandi volumi”.

Nel mondo

L'estero pesa per il 44% del fatturato. L'azienda è presente in circa 60 mercati e continua ad ampliare la propria rete commerciale. “Gli Stati Uniti sono il nostro primo mercato, seguiti da Giappone, Francia, Corea del Sud e Canada. Negli Emirati Arabi ci aspettiamo una ripartenza, mentre in Cina siamo entrati da poco grazie al partner giusto. Oggi il nostro mondo è diviso in tre micro zone: Nord America, Europa e Asia” riprende Claudio Marcantoni, responsabile dell’ufficio estero.

Per crescere, non cambia la filosofia dell’azienda: “Prima raccontiamo chi siamo, spieghiamo la nostra agricoltura e la nostra pasta, poi facciamo assaggiare il prodotto. Molti dei nostri clienti sono chef. Oggi serviamo 65 ristoranti stellati, tra cui sette dei diciassette tre stelle Michelin italiani e il ‘nostro’ stelato fermano Richard Abouzaki. Non abbiamo mai scelto testimonial: preferiamo che siano il prodotto e chi lo utilizza ogni giorno a parlare per noi”.

Crescere senza tradire i principi

Dal 2010 a oggi la crescita è stata continua. “Eravamo in due dipendenti e fatturavamo circa un milione di euro. All'inizio servivano soprattutto coraggio, competenza tecnica e tanta determinazione. Ogni scelta fatta in questi anni è rimasta coerente con l'idea originaria: produrre la migliore pasta possibile utilizzando il grano coltivato da noi”.

I numeri raccontano l'evoluzione dell'azienda: il primo vero ampliamento arriva nel 2017, quando il fatturato raggiunge i tre milioni di euro. Oggi il gruppo conta oltre 50 dipendenti, con responsabili definiti nei settori chiave, ai quali si aggiunge il lavoro garantito ai contoterzisti e ai collaboratori agricoli. Dopo aver sfiorato i 10 milioni di euro nel 2025, l'obiettivo per il 2026 è avvicinarsi agli 11,5 milioni, con una crescita superiore alle previsioni iniziali.

“Ogni volta ho pensato di aver fissato un limite e ogni volta sono stato smentito dai risultati. L'ultimo business plan prevedeva di arrivare a 15 milioni di fatturato nel 2028. Oggi siamo in anticipo di quasi due anni” ribadisce Massimo guardando Paolo Pistilli, che del settore produttivo è il riferimento.

Innovazione, sostenibilità e nuovi investimenti

Dopo la prima linea produttiva del 2010 e la seconda installata nel 2022, nel marzo 2027 entrerà in funzione la terza linea di produzione, destinata a portare la capacità produttiva a quota 15 milioni di euro di fatturato.

Parallelamente l'azienda continua a investire in sostenibilità. Il nuovo stabilimento è stato progettato con grande attenzione all'impatto ambientale: impianto fotovoltaico da 260 kW, struttura in gran parte interrata per migliorare l'efficienza energetica e una progettazione architettonica che integra perfettamente il pastificio nel paesaggio.

Agricoltura e tecnologia

“Utilizziamo sistemi di agricoltura di precisione, immagini satellitari, droni e analisi chimiche dei terreni. Ogni appezzamento viene studiato per distribuire soltanto il seme e il concime realmente necessari, riducendo sprechi e impatto ambientale”. Sul fronte produttivo il recente investimento più significativo riguarda l'automazione.

Nel reparto confezionamento sono entrati in funzione due robot collaborativi, "Bruno" e "Orazio", frutto di un investimento di circa mezzo milione di euro. “Non sostituiscono le persone, ma eliminano i movimenti più usuranti e ripetitivi. Gli operatori continuano a controllare il processo, mentre i robot eseguono le operazioni più pesanti. Significa migliorare la qualità del lavoro e del prodotto” ribadisce orgoglioso, supportato in questo da Sasha Gobbi, che dell’azienda è il responsabile tecnico.

Uno sguardo al futuro

La nuova ala della fabbrica è stata progettata dall’architetto Stefano Boeri, scelto per raccogliere l'eredità dell'architetto Ernesto Paoletti, l’amico personale di Massimo Mancini purtroppo scomparso, che aveva firmato il primo stabilimento e l'ampliamento del 2017. Strutture che sono un simbolo di crescita ma che non sono mai diventate il fine del lavoro di Mancini.

“L'azienda continuerà a svilupparsi finché riuscirà a mantenere intatti i principi con cui è nata. Non faremo private label, non inseguiremo i grandi numeri a discapito della qualità e continueremo a coltivare direttamente il nostro grano. Il nostro modello economico crea valore perché parte dalla terra. È questa la nostra forza e il motivo per cui non sentiamo la necessità di aprire il capitale a fondi di investimento. E più di uno ha bussato alla mia porta, ma non sono mai entrati”.

Una filosofia che continua a guidare ogni scelta “La nostra pasta costa circa sette euro al chilo, il doppio rispetto a molti prodotti industriali, ma cento grammi valgono appena settanta centesimi.

Non siamo un prodotto di lusso: siamo un prodotto accessibile che racconta un modo diverso di fare agricoltura e impresa. Ed è proprio questa coerenza che ci ha permesso di arrivare fin qui” ribadisce mentre uscendo abbraccia il padre che ancora gira per l’azienda, osserva, dà consigli e si ferma ad osservare quella tecnologia che il figlio ha portato senza mai perdere il contatto con l’amata terra.

@raffaelevitali

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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