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Dalla mezzadria alla manifattura, il modello marchigiano tra innovazione e tradizione. Sani: cambiare il modo di raccontare il lavoro

24 Giugno 2026

La mezzadria come stato nascente dell’industrializzazione. Ritornare alle radici comunitarie per riappropriarcene. L’analisi di Filippo Sani, sociologo, pedagogista, Counselor relazionale e di orientamento. Dirige il Centro per l’Impiego di Tolentino

FERMO - Agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, il sociologo Massimo Paci, in un volume[1] considerato un punto di riferimento per gli studiosi del cosiddetto “modello marchigiano”, nonché per appassionati e osservatori della cultura economica regionale, ha cercato di dimostrare — a mio avviso in maniera esemplare — che le origini delle energie imprenditoriali e lavorative dell’industria marchigiana vadano individuate nella famiglia mezzadrile.

È inoltre importante sottolineare come tale decollo imprenditoriale e, più in generale, manifatturiero, non sarebbe stato possibile se questa forma familiare non fosse stata caratterizzata da una spiccata flessibilità.

Nelle Marche, tuttavia, il sistema mezzadrile rimase radicato più a lungo rispetto ad altre regioni italiane. Questo elemento costituì, soprattutto dal punto di vista antropologico e dell’organizzazione del lavoro, uno spartiacque significativo rispetto a gran parte del Centro-Nord nella costruzione di una nuova visione, più moderna e innovativa, del progresso economico.

I cosiddetti “patti mezzadrili” e, in particolare, l’applicazione dell’istituto dei “cambi annuali di colonia” stabilivano infatti, per tutti i membri della famiglia, il divieto di svolgere attività lavorative esterne, pena la risoluzione del contratto. Tale sistema imponeva inoltre il mantenimento del tradizionale rapporto di equilibrio tra ettari coltivati e unità lavorative familiari (rapporto 1:1). Questi vincoli resero a lungo impossibile il passaggio dalla condizione mezzadrile a quella manifatturiera o micro‑industriale, situazione che perdurò fino alla fine degli anni Quaranta.

Tale circostanza strutturale, nonostante un’organizzazione del lavoro già avanzata e una certa disponibilità di capitali — in parte garantita dall’abilità degli uomini e delle donne mezzadre nella gestione dei rapporti con i proprietari —, non permise di sviluppare un apprendimento specifico e strutturato di una professionalità, ovvero di un “mestiere”, attraverso percorsi di formazione esperienziale in officine e/o botteghe artigiane.

Oltre a individuare nella mezzadria il principale fattore propulsivo del processo di industrializzazione marchigiano, Paci evidenzia anche il ruolo cruciale dell’artigianato tradizionale, diffuso per secoli nei borghi e nei centri urbani della regione. Nel momento in cui esso entra in contatto e si intreccia con le energie imprenditoriali provenienti dalla crisi della mezzadria, tra gli anni Cinquanta e Settanta del XX secolo, contribuisce in modo determinante all’apertura definitiva del sistema economico regionale verso il cambiamento.

In realtà, la condizione del mezzadro, che per ragioni di sopravvivenza lo induce nel tempo a elaborare forme complesse di divisione del lavoro all’interno della famiglia, consente ai microsistemi familiari di accrescere implicitamente le proprie potenzialità imprenditoriali. Ciò è reso possibile anche grazie al contributo della donna mezzadra marchigiana, il cui ruolo — come evidenziato da numerose ricerche e testimonianze — risulta fondamentale per il mantenimento e la gestione di questo particolare microsistema socioeconomico.

Nelle Marche la famiglia mezzadrile rimane il perno strategico su cui ruota il cambiamento stesso. Nella straordinaria combinazione dei redditi agricoli-industriali che la famiglia marchigiana riesce a gestire con assoluta competenza micro-imprenditoriale, con la capillare organizzazione dei ruoli familiari (altamente specializzati), si situa il maggior vantaggio strategico nella formazione del benessere economico e sociale dell’intera regione. “In tutto il processo, il possesso della terra svolge un ruolo cruciale, come base per l’accumulazione dei capitali iniziali e come fattore di compressione dei costi di riproduzione della forza lavoro.”[2]

Quali elementi possiamo trarre oggi da questa analisi, magari utili per inquadrare con maggiore obiettività l’attuale situazione socio‑economica, sempre più dinamica e sottoposta a profonde trasformazioni determinate dalle congiunture economiche internazionali?

Il cosiddetto “modello marchigiano”, che per molti anni ha saputo coniugare capacità di riconversione produttiva, ricorso sistematico all’autofinanziamento, flessibilità del lavoro e, in certa misura, una limitata conflittualità sociale, appare oggi in larga parte esaurito.

Al di là delle interpretazioni macroeconomiche — comunque necessarie per comprendere un contesto finanziario e imprenditoriale sempre più condizionato dall’azione delle multinazionali e dalle dinamiche geopolitiche globali — si può ritenere che il declino del paradigma che sosteneva tale modello sia riconducibile anche al venir meno dei presupposti culturali e antropologici che per lungo tempo hanno orientato l’agire della famiglia marchigiana.

Stiamo vivendo un’epoca in cui i sistemi sociali hanno profondamente trasformato la prospettiva esistenziale degli individui: legami, condivisione e senso di comunità tendono progressivamente a perdere centralità. Se fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso il sentirsi importanti coincideva in larga misura con l’essere utili agli altri, negli ultimi decenni si è affermato un imperativo diverso, fondato sul riconoscimento del sé, sulla valorizzazione dell’identità personale e sulla capacità di rendersi visibili.

Il presente viene così vissuto come orizzonte dominante, spesso in forma quasi ossessiva: l’imperativo diventa vivere per sé stessi, piuttosto che per i predecessori o per le generazioni future. In questo contesto si indebolisce rapidamente il senso della continuità storica e dell’appartenenza a una successione di generazioni che affonda le proprie radici nel passato e si proietta nel futuro: si assiste, in altri termini, a una perdita del senso storico.

Questo nuovo ambiente culturale, già individuato e studiato nei primi anni Settanta del Novecento da importanti sociologi statunitensi[3], ha inevitabilmente trasformato anche l’istituzione familiare, ridefinendone i presupposti educativi e culturali e influenzando le fonti di orientamento pedagogico, etico e valoriale. La famiglia marchigiana, come del resto gran parte delle famiglie dei cosiddetti paesi occidentali, si alimenta oggi di una cultura centrata su modelli di socializzazione nei quali si tende a evitare, per quanto possibile, l’esperienza della frustrazione e a privilegiare il confronto continuo nella ricerca di consenso.

Si configura così una famiglia in cui il modello genitoriale di riferimento si avvicina sempre più a quello del genitore unico di tipo “materno”, con tratti talvolta simbiotici e poco orientati all’autonomia evolutiva. Parallelamente, i figli risultano sempre più ipervalorizzati, mentre il ciclo di vita tende a comprimersi simbolicamente sull’adolescenza, elevata a paradigma dell’eterna giovinezza.

Alla luce di queste riflessioni — per quanto ancora preliminari e non esaustive rispetto all’analisi del contesto — risultano forse più comprensibili alcuni dati, per la verità non particolarmente confortanti, emersi da recenti indagini socioeconomiche riguardanti la nostra regione e, in particolare, nell’area del cosiddetto cratere sismico del 2016.

In occasione del recente Job Day svoltosi presso l’Università di Macerata (19 e 20 maggio), evento organizzato dalla Struttura Commissariale Sisma 2016 in collaborazione con l’Ateneo maceratese, Sviluppo Lavoro Italia (Ministero del Lavoro) e la Regione Marche, ha suscitato notevole interesse la rilevazione presentata da una ricercatrice di Sviluppo Lavoro Italia, che ha messo in evidenza una criticità di assoluto rilievo.

In riferimento al mercato del lavoro dell’area del cratere, i fabbisogni professionali mostrano infatti alcune anomalie significative. Nonostante si registri un tasso di occupazione elevato (64,2%), sostenuto in particolare dal settore della ricostruzione edile pubblica, risulta evidente una forte difficoltà, da parte delle imprese, nel reperire forza lavoro qualificata, soprattutto nei profili tecnici e digitali. Tale difficoltà riguarda circa il 48% delle aziende: in pratica, una su due non riesce a trovare manodopera specializzata.

Se, da un lato, la capacità imprenditoriale nel campo delle start‑up appare in crescita — nel 2025 si contavano 112 start‑up innovative nell’area del cratere, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente — dall’altro, le forme di lavoro subordinato, che richiedono una maggiore adesione a processi produttivi standardizzati e strutturati, sembrano esercitare una scarsa attrattiva sui più giovani, anche tra coloro che dispongono di un titolo di studio medio‑alto (diploma o laurea).

Lo scenario che sembra emergere, almeno rispetto a queste ultime rilevazioni statistiche, certificherebbe, secondo una chiave di analisi più psicopedagogica, la progressiva perdita di interesse da parte delle giovani generazioni nei confronti di lavori standardizzati e routinizzati (che vengono rappresentati come impegno e sacrificio non sostenibili, rispetto ad una visione idealizzata dell’occupazione, magari anche rispecchiante le aspettative luminose della famiglia).

L’imprenditore Enrico Loccioni, fondatore a Serra San Quirico (AN) di un’azienda di automazione tecnologica oggi leader a livello mondiale nei sistemi di misura per il miglioramento della qualità dei prodotti e dei processi industriali, rispondendo a una domanda della giornalista del Corriere Adriatico Veronique Angeletti sulle ragioni della drastica riduzione della domanda di laureati under 30 nella nostra regione — passata dall’11,4% del 2021 al 6,3% attuale — offre una lettura di ampio respiro storico e culturale.

Egli afferma: «Prima di cercare una ricetta, invito a rileggere la storia industriale e sociale delle Marche e dell’Italia. Negli anni ’60-’70 c’era un vero fermento: la scuola era un luogo vivo e il lavoro rappresentava un equilibrio tra il rispetto per il mondo contadino e il desiderio di autonomia e concretezza. Dopo le scuole professionali si sceglieva se restare nei campi o entrare in fabbrica. Figure come Mattei, Merloni, Pieralisi, Guzzini hanno portato il “nuovo” nelle nostre valli, dove prima non c’era nulla, consentendo a molti di lavorare senza lasciare le Marche»[4].

Pur riconoscendo l’esistenza di limiti strutturali nel sistema produttivo regionale — caratterizzato da una forte presenza di microimprese, spesso con meno di dieci dipendenti, e dalla crescente propensione dei giovani a maturare esperienze all’estero, anche grazie a programmi come l’Erasmus — Loccioni sottolinea la necessità di attivare innanzitutto un cambiamento culturale nel modo di raccontare il lavoro.

Il lavoro, osserva, “non è solo fatica, ma una sfida gratificante. Il modello di ieri va aggiornato: l’impresa deve cogliere le nuove domande e adattarsi a strumenti in evoluzione. Oggi servono competenze ibride, tecniche e relazionali, manuali e digitali. I giovani hanno queste potenzialità: dobbiamo metterli nelle condizioni di usarle e farle crescere.”[5]

La mia impressione, tuttavia, è che la grande trasformazione economica, sociale e culturale che le Marche hanno avuto, soprattutto negli ultimi 70 anni, non ha tuttavia intaccato la struttura antropologica di base dei propri cittadini. 

In un testo straordinario da un punto di vista etnografico ed antropologico scritto da Giovanni Crocioni nel 1951 si legge: ai marchigiani si riconoscono grandi virtù e qualità, quali: l’ingegno, la lucidità e la perspicacia, con chiara visione della realtà, ma “non si deve chiudere gli occhi sui difetti loro propri e non lievi: una certa diffidenza degli uomini li tiene spesso solitari e appartati; lo spirito di adattamento li rende un po' inerti, spegnendo talvolta il vigore delle feconde iniziative; la eccessiva modestia…tarpa le ali a legittime aspirazioni, impedendo audacie e ardimenti non alieni al loro carattere…una certa incuria delle forme e delle convenienze esteriori, che bene spesso contano non meno della sostanza, e cagiona danni e inconvenienti.[6]

E se fossero questi tratti atavici a non permettere un vero e proprio cambio di passo nell’interpretazione del cambiamento che la cosiddetta post-modernità impone? Se l’auspicato rinnovamento imprenditoriale ed economico della nostra amata regione fosse frenato dal preponderante spirito remissivo di cui parla Crocioni? E se fossero proprio i “difetti” che ha intercettato l’autore a frapporsi alla potenziale creatività ed intraprendenza dei nostri uomini e donne marchigiani?

Il futuro ha un cuore antico, come scriveva Carlo Levi, ma forse è il caso di provare a rileggere il passato non solo come suggestione di una memoria lontana e folklorica, ma per riappropriarcene, nel tentativo di comprendere come le radici della memoria collettiva continuano ad impattare nelle nostre vite e nella vita delle nostre comunità.

Filippo Sani


[1] Massimo Paci, La struttura sociale italiana. Costanti storiche e trasformazioni recenti, Il Mulino, Bologna, 1982.

[2] Massimo Paci, La struttura sociale italiana. Cit. pag. 118.

[3] Christoper Lasch, La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Prima edizione 1079. Neri Pozza Editore, Vicenza, 2020.

[4] https://www.corriereadriatico.it/marche/serra_san_quirico_industriale_enrico_loccioni_giovani_devono_tornare_marche_intervista-9548756.html

[5] Veronique Angeletti, Corriere Adriatico, cit.

[6] Giovanni Crocioni, La gente marchigiana nelle sue tradizioni, Edizioni Corticelli s.r.l., Milano, 1951, Nuova edizione a cura di Mariano Pallottini, 2025, pag. 28.

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