
di Raffaele Vitali
FERMO - Sono le donne una delle grandi eredità dell’Italia repubblicana. Figure come Nilde Iotti e Filomena Nitti, protagonista del racconto della giornalista Carola Vai, testimoniano il contributo di tante donne alla storia del Paese, spesso rimaste ai margini della memoria collettiva.
A loro, insieme con la storia della dottoressa Corinaldesi racconta dalla nipote Carla Chiaramoni, è stato dedicato un convegno, voluto dalla Prefettura e moderato da Paola Pieragostini, all’interno dell’auditorium Sandro Pertini, per valorizzare sei storie diverse di donne che hanno contribuito a cambiare il corso degli eventi e a costruire il presente. A loro, per il passato, a volti come quello di Laura Marziali, l’attivista artefice della legge sull’oblio oncologico, Marina Lupacchini, direttrice dell’archivio di Stato di Fermo, e l’imprenditrice Giada Illuminati
Ad aprire i lavori è stato il prefetto Edoardo D’Alascio, che ha spiegato come l’iniziativa sia nata dalla lettura del libro di Carola Vai dedicato a Filomena Nitti, una donna poco conosciuta ma di grande valore scientifico.
“Da quelle pagine è nata l’idea di aprire uno spazio per storie che portino al centro dell’attenzione persone che meritano di essere valorizzate” ha detto D’Alascio, rivolgendosi in particolare agli studenti in sala. Alle ragazze ha lanciato un messaggio diretto: “Siete parte integrante della società. Dovete pensare in grande, darvi obiettivi ambiziosi e riformulare quotidianamente i vostri sogni. Non fate mai un passo indietro nella vostra vita per accontentare il ragazzo, il compagno o i genitori. E non lasciatevi mai convincere di non poter raggiungere i vostri obiettivi. Dovete crederci e lottare ogni giorno”.
Il prefetto ha richiamato anche i principi della Costituzione, a partire dagli articoli 2 e 3, che pongono al centro la persona e l’uguaglianza. Una Carta nata dal dialogo tra costituenti di provenienze ideologiche diverse, capaci di superare divisioni e macerie, non soltanto materiali.
“Un percorso che ha trovato una tappa fondamentale nel riconoscimento del diritto di voto alle donne nel 1946, con il referendum del 2 giugno e le elezioni dell’Assemblea costituente. In precedenza, nel marzo dello stesso anno, alcune donne erano già state elette sindache, tra cui Ada Natali, prima cittadina di Massa Fermana”.
Dal prefetto D’Alascio, dopo il grazie al suo staff capitanato dalla capo di gabinetto Ilaria Tanoni, è arrivato anche un invito ai giovani al dialogo con le istituzioni: “Dobbiamo conoscerci reciprocamente. Siamo contro la guerra nel mondo, ma se abbiamo dentro di noi la violenza, come possiamo chiedere la pace? È una contraddizione. Noi vi ascoltiamo, non vogliamo la violenza e non la sosteniamo. Insieme possiamo costruire la pace e difendere i diritti”.





Filomena Nitti, una scienziata dimenticata
Il tema del tempo e del riconoscimento delle donne è stato ripreso da Pola Pieragostini, che ha ricordato quanto spesso il contributo femminile sia stato trascurato. È qui che si è alzata Carola Vai, arrivata dal Piemonte: “Mai mi aveva invitata una prefettura, è un segnale molto importante”. Merito di ‘Filomena Nitti e il Nobel negato’ che è il titolo della biografia scritta insieme con la nipote della scienziata.
“Sono un’appassionata di biografie, perché possono insegnare e offrire esempi”. Perché proprio Nitti? Nata nel 1909, lo stesso anno di Rita Levi-Montalcini, Filomena Nitti ha avuto un percorso personale e professionale complesso, segnato da scelte coraggiose, difficoltà familiari e dalla necessità di affermarsi in un ambiente scientifico dominato dagli uomini.
Figlia dello statista Francesco Saverio Nitti, visse a lungo in esilio a Parigi, dove seguì il padre quando era ancora adolescente. Scelse di studiare Scienze, intuendo in quel campo maggiori possibilità di affermazione rispetto ad altre professioni una volta rientrata in Italia.
“A 21 anni si innamorò di un giornalista e traduttore polacco, di orientamento comunista, mentre la sua famiglia era di formazione liberale. Nonostante i contrasti, decise di sposarlo e lo seguì a Mosca con i due figli. La vita nell’Unione Sovietica staliniana si rivelò però difficile e nel 1936 Filomena riuscì a tornare a Parigi con i bambini, lasciando il marito e ottenendo il divorzio” racconta con calore la giornalista.
Rientrata in Francia, riuscì a entrare nell’ambiente scientifico dell’Istituto Pasteur, “sembrava impossibile per lei, donna divorziata con due figli, di cui uno down”, dove lavorava anche il fratello Federico Nitti. Ottenne una borsa di studio e iniziò a collaborare con Daniel Bovet, futuro premio Nobel, con il quale nacque anche un legame sentimentale. “Uno di quegli amori passionali che fanno superare ogni difficoltà”. I due si sposarono e condivisero un importante percorso di ricerca.
Una storia lunga, intricata, appassionata che a tappa anche in Brasile dopo la guerra. “Qui hanno scoperto il curaro, una sostanza vegetale utilizzata dalle popolazioni locali sulle frecce. Una volta colpito’ l’animale cadeva a terra inerme, paralizzato. Le ricerche contribuirono allo sviluppo di sostanze impiegate come miorilassanti in anestesia, aprendo nuove prospettive per la medicina”.
Dopo la guerra, nel 1947, Filomena Nitti e Daniel Bovet tornarono in Italia e lavorarono all’Istituto superiore di sanità di Roma. Rita Levi-Montalcini, invece, proseguì la propria attività negli Stati Uniti. Due percorsi diversi, accomunati dalla determinazione e dalla capacità di superare ostacoli enormi. Torna spesso nelle parole della Vai il parallelo.
È qui che viene fuori la lettura della giornalista prestata alla scrittura: secondo Carola Vai, una delle differenze decisive fu anche la capacità di comunicare i risultati della ricerca. “Il professor Giuseppe Levi, che aveva formato scienziati destinati a vincere il Nobel, ripeteva ai suoi allievi che, quando si fa una scoperta, bisogna comunicarla, prima di tutto ai giornali. È una lezione che vale per ogni risultato importante. ragazzi – ribadisce rivolgendosi alla platea – ricordatevelo sempre”.
Si arriva così al 1957, quando il Nobel per la Medicina fu assegnato a Daniel Bovet. Filomena Nitti partecipò alla cerimonia come moglie del premiato, senza ricevere un riconoscimento equivalente per il proprio contributo scientifico. Una disparità che ha contribuito a lasciarne in ombra la figura. “Ho ritrovato tutte l interviste, mai una volta che Bovet rendesse merito alla moglie. Ma lei, da donna saggia, a precisa domanda rispose: sono la moglie di un genio e come tale mi comporto. Una frecciata”.
Oggi il libro di Carola Vai restituisce spazio alla sua storia e riporta l’attenzione sul lavoro di una scienziata che merita di essere conosciuta. Un modo per ricordare come il talento, l'impegno e la determinazione delle donne abbiano contribuito a scrivere pagine fondamentali della storia, anche quando il merito non è stato riconosciuto. Che è poi è l’insegnamento arrivato dalle altre protagoniste. Perché è cambiato il millennio, ma non lo sforzo in più che ogni donna deve fare per avere solo quello che le spetta, un ruolo proporzionato alle capacità.
