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Dal film Eva al sogno di girare nelle Marche, la regista Emanuela Rossi si racconta: il cinema deve stimolare domande

15 Maggio 2026

di Raffaele Vitali

FERMO – Se passeggiate per Fermo, poteste incontrarla, magari non riconoscerla, ma di certo notereste lo sguardo attento verso quello che la circonda, verso volti e parole: la regista Emanuela Rossi è per qualche giorno protagonista nella sua città. E questo grazie ad Andrea Cardarelli e al nuovo film che ha diretto, Eva.

Un film che diventa progetto di sensibilizzazione per la pace e la ricerca di una condizione esistenziale e ambientale "possibile" contro l'attuale situazione insostenibile per le persone e per il pianeta. Un film che accende il dibattito. Thriller psicologico e fuori dagli schemi, Eva sceglie infatti di toccare un tema delicato e urgente: i bambini, il loro futuro, la responsabilità degli adulti in un mondo segnato da guerre, inquinamento, cambiamento climatico e modelli produttivi ad alto impatto.

Dopo la prima, che ha riempito la Sala degli Artisti, ci sono ancora tre occasioni per guardare il film in maniera diversa, ovvero potendo dialogare con la regista, che sarà in sala per presentare la proiezione e soprattutto per rispondere a stimoli e domande al termine.

Sabato e domenica alle 2130 e mercoledì 20 maggio alle 1730, il cinema più bello delle Marche, con le sue volte storiche e le comode e moderne poltrone, è il posto dove stare.

Ma chi è Emanuela Rossi? A raccontarsi è la stessa regista. “Sono nata a Fermo, qui ho studiato fino a quando ho preso il treno per Bologna, direzione Dams. Da lì, cittadina del mondo, ma con una certezza: le mie sorelle, la mia famiglia che ritrovo sotto il Girfalco. Una famiglia particolare, siamo una piccola comunità, come è normale che sia quando sei figlie nascono una vicina all’altra nel tempo”.

Rossi, partiamo dalla fine: che film è Eva?

“Un film che si presta perfettamente per le serate che stiamo facendo: lascia nel pubblico molte domande. È un film contro l’algoritmo. Essendo un film indipendente, ha avuto più libertà, va oltre il ‘tutto chiaro’ tipico delle produzioni da piattaforma”.

Cosa significa essere un film indipendente?

“Che non ci sono le major dietro, non c’è Rai Cinema. Anche se ho avuto un supporto fondamentale dalla regione Umbria, avendolo girato a Orvieto, e dal ministero. Senza i big alle spalle, cambia la distribuzione, non si esce in 30-40 sale in un colpo solo. Per questo siamo in tour, come fosse la presentazione di un libro. Ma funziona ed è efficace come sistema. Il film cresce e lo fa senza la grande spinta del marketing. Nel nostro mondo, la pubblicità è fondamentale, i costi però non sono affrontabili per gli indipendenti”.

Da dietro la telecamera al microfono per parlare del film, che effetto fa?

“Diamo alle persone la possibilità di vedere, ma soprattutto di ascoltare. È il cinema che si fa comunità. La prima a Fermo è, stata un trionfo. Mi conoscono, quindi potrei dire un debutto facile. Ma anche a Macerata abbiamo riempito, e ci tornerò. Si incontrano giovani e anziani che normalmente magari non si parlano. E questo proseguirà nelle prossime tre serate alla Sala degli Artisti”.

Il film come è stato accolto?

“Alcuni dicono ‘non si è capito tutto’. Ma io non avevo l’esigenza di chiarire tutto. È bello ascoltare interpretazioni differenti. Alcuni dicono cose interessantissime, che non ho mai pensato. E questo è bellissimo. Sono cresciuta nell’epoca in cui ognuno dava una sua interpretazioni ai film e così si  discuteva. Recuperiamo questo modo di guardare un’opera”.

La potremmo definire una regista impegnata?

“Sono una cinefila della prima ora. Fin da piccola appassionatissima. Poi il Dams a Bologna, con il cinema delle origini, anche muto, a farmi compagnia. Un imprinting forte. La mia prof, che ho rivisto a Fermo alla Sala degli Artisti, mi ha ricordato che a 17 anni andavo a Venezia con il sacco a pelo. Quel tipo di cinema impegnato, da Festival, mi ha fatto crescere”.

Quando ha fatto il salto di carriera?

“Potrei dire con la serie tv ‘Non uccidere’, 2015-2017. Un'esperienza a Torino incredibile, incrociando per la prima volta il cinema di genere, il thriller. Lì è venuta fuori la mia vena noir che poi ho messo in Buio, girato a Torino, e oggi in Eva. Si è creato un mix tra cinema d’autore e di genere, che è molto comune nel nord Europa, mentre in Italia è meno frequentato”.

Eva, che si muove in mezzo alla natura, ha niente a che vedere con ‘la famiglia nel bosco’?

“Non fa parte di un filone new age. Eva si pone un’altra domanda. Il suo non è il rifiuto della modernità, non è un semplice rifiuto della plastica. Eva, va oltre: non crede che possa esserci nulla di pulito attualmente. La sua domanda è se c’è un posto sicuro per i bambini nel mondo? Ma Eva non è un’antieroina, cha fede nella speranza di poter cambiare. È una bambina che combatte per il bene, cerca sempre dentro di sé la forza per portare avanti la sua missione. Il suo messaggio è chiaro: non bisogna mai arrendersi”.

Un film con un fine civico?

“È una iperbole, scuote un po’ tutti. Ma non ho un messaggio da mandare. Chi ha consapevolezza di alcune tematiche, ci vedrà la sensibilità ambientale. Per molti è un thriller e una storia avvincente”.

Emanuela Rossi, la vedremo mai girare un film romantico?

“Mi sono resa conto anche io stessa che vorrei addolcire la mia regia. Ora sto girando per la tv una serie dramedy. Era ora anche di ridere. Tra l’altro partendo da una mia storia. Non è stato per niente facile, c’è stato un lungo lavoro prima di arrivare al Si per le sei puntate. È qui che la mia tenacia da fermana che crede nel lavoro ha avuto successo. Farsi ascoltare a Roma è complicato, ma con la tigna marchigiana…”.

Ma girare un film nelle Marche, regione che sta investendo molto nel cinema da quando c’è il presidente Agostini?

“Lancio un appello: il prossimo film voglio girarlo nelle Marche e vorrei farlo in costume d’epoca. Un impegno non indifferente, qualcosa di ambizioso. Ho già la storia, ho in mente anche il borgo adatto. Abbiamo terre così belle e poco raccontate. Il cinema ha un pregiudizio sulle Marche, un po’ anche per l’accento. E invece è ora di farne una forza. Dimostrare che il nostro dialetto non è solo comico. Solo che abbiamo noi stessi il complesso”.

Come riuscirci?

“Mi sto confrontando con i talenti del territorio. Dobbiamo trovare la lingua giusta, magari addolcendola. Andare così oltre l’idea di ignoranza che ci vogliono affibbiare. Negli ultimi anni ho recuperato molto il rapporto con il mio territorio. Sono stata davvero tanti anni fuori. Oggi mi confronto con figure come Piero Massimo Macchini, Rebecca Liberati, Francesco Trasatti, Stefano Tosoni e Cesare Catà. Mi piace molto, perché in effetti mi sento ‘d’altrove’, ma le radici ritrovate mi danno forza. Non è possibile sempre pensare di essere di un ‘non luogo’. Qualsiasi posto era casa, ora voglio recuperare Fermo”.

Le Marche la riconoscono?

“Finora sento l’affetto. Quando sono chiamata, per esempio da Tosoni per un laboratorio di acting, torno sempre a Roma carica di soddisfazione. C’è interesse verso di me, c’è un riconoscimento. Vedremo quando avrò il progetto pronto del film, se ci sarà qualcosa di concreto. Sto anche io capendo come ci si muove nelle Marche”.

Se riuscirà a girare nelle Marche, quali attore chiamerà? “Una cosa è certa: se faccio un film qua, lo faccio con gli attori del territorio. Il talento, e ce ne è tanto, va valorizzato. I film ambientati in un pese delle Marche, solo con attori esterni, sono inutili. Usciamo dal provincialismo, dal pensare che serve sempre il grande nome. Perché se guardiamo all’estero, ma anche in altre parti d’Italia, poi chi brilla ai festival è chi ha fatto scelte non facili, chi valorizza davvero la realtà”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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