
di Raffaele Vitali
FERMO – È scattato il divieto di distruggere i vestiti invenduti, introdotto dal nuovo regolamento europeo sull'Ecodesign. L'effetto atteso è duplice: “Nel breve periodo un aumento della pressione sulle scorte, ma nel medio lungo periodo l'obiettivo è quello di migliorare la pianificazione e orientare in modo più razionale la produzione” spiega Emanuela Prandelli, professoressa associata del Dipartimento di Management e Tecnologia e LVMH Associate Professor di Fashion and Luxury Management presso l'Università Bocconi.
IL REGOLAMENTO
Certo, non sarà facile rispettare la nuova norma. Fast fashion e brand di lusso dovranno affrontare sfide diverse, al centro però c'è sempre il problema delle scorte: “Per i primi è soprattutto un tema di pianificazione, per evitare la sovraproduzione e i costi economici e ambientali che ne derivano; per gli altri si aggiunge anche il problema di proteggere l'immagine e la desiderabilità del brand, che spesso sono ancorate alla scarsità del prodotto”.
La Commissione Europea, attraverso il Regolamento Ue 2024/1781, ha introdotto infatti due novità: la prima è l'obbligo per le imprese di rendere pubbliche le informazioni sui volumi di beni di consumo invenduti smaltiti come rifiuti. La seconda è il divieto della distruzione dei prodotti di consumo invenduti. Tra questi prodotti figurano indumenti e accessori di abbigliamento, calzature, cappelli, copricapo e altre acconciature.
L’IMPATTO
Va detto che il regolamento per ora ‘colpisce’ le grandi aziende, le Pmi del fashion dovranno rispettarlo dal 2030, con ulteriori deroghe per le piccole. Le nuove misure, che per ora riguardano solo le grandi aziende (dal 2030 le medie, escluse le piccole), promuovono riutilizzo e riciclo per ridurre i rifiuti, limitare i danni ambientali e creare condizioni di parità per le imprese. Ogni anno in Europa il 4-9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto prima ancora di essere indossato, secondo i dati della Commissione europea. Questo spreco genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂.
“Parliamo prosegue la professoressa - di circa 11 kili di rifiuti a testa. Raramente come in questo periodo si è riscontrato un problema di così grandi scorte cumulate nel mercato». L'alternativa più semplice e immediata alla 'distruzione’ è il ricorso ai canali 'off price’, negozi fisici o siti web che vendono prodotti di marca famosi a prezzi molto più bassi rispetto ai negozi normali. “Per i brand dell'alto di gamma, tuttavia, l'utilizzo degli outlet richiede un'attenzione particolare, perché se eccessivo può trasformarsi in un boomerang che impatta sulla loro immagine e quindi, in ultima analisi, sugli acquisti nel retail full price”.

IL PRE LOVED
Un’altra via sono i negozi di ‘second hand’. Con alcuni brand che parlano di ‘pre loved’, un messaggio differente che viene usato da brand come Balanciaga o Alexander McQueen. “Non è solo uno strumento per allungare la vita dei prodotti, ma può diventare un'opportunità per rafforzare la relazione con il cliente”. Che ormai si studia anche con l’intelligenza artificiale: “L'AI predittiva ci aiuta ad anticipare le preferenze dei singoli clienti, giocando un ruolo chiave nel consentire una migliore pianificazione della produzione, riducendo in questo modo costi e scorte e quindi, di fatto, aiutando a proteggere la desiderabilità del brand nel lungo periodo”.
VISTO DAI PICCOLI
Visto dai piccoli, ci sono novità interessanti, a cominciare dal dialogo in corso tra Francia e Italia, i due paesi d’eccellenza per la moda. Lo sottolinea Andrea Cranfa, responsabile Cna Federmoda Marche: “Serve un vero patto tra Italia e Francia per rafforzare la filiera europea della moda, Le piccole imprese non sono semplici fornitori dei grandi marchi, ma custodiscono competenze, lavorazioni e saperi che rendono unica la moda italiana. Se si indebolisce questa rete, si impoverisce l’intero sistema produttivo”.
Nelle Marche il sistema moda rappresenta una delle colonne portanti del manifatturiero marchigiano, ma è scesa del 7% come export. “Il distretto più rilevante, quello delle calzature di Fermo, con oltre 1,4 miliardi di euro di merci esportate, segna una flessione del 4,1%, appesantita dai forti arretramenti negli Stati Uniti (-20,3%), Cina (-33,7%) e Federazione russa (-30,4%). Non mancano però segnali di vitalità in mercati alternativi: Polonia (+13,8%), Belgio (+17,5%), Brasile (+222,5%) e Lettonia (+251,9%)” ricorda Caranfa.
Che allarga poi lo sguardo: l’abbigliamento regionale arretra del 10%, la jeans valley del Montefeltro registra una contrazione più marcata (-20,8%), determinata soprattutto dalle flessioni in Francia (-23,9%) e Spagna (-51,3%). Difficile anche il quadro della pelletteria di Tolentino, con un -11,4%.
“Serve – conclude Andrea Caranfa – un patto di filiera anche nelle Marche. Le imprese non possono reggere da sole la competizione globale. Il quadro che emerge è chiaro: le imprese marchigiane stanno affrontando una fase di forte pressione competitiva, aggravata dalla contrazione dei consumi internazionali e dall’avanzata dell’ultra fast fashion. Servono da parte della Regione Marche politiche di tutela della filiera e misure a sostegno delle piccole e medie imprese in difficoltà (molte quelle che hanno già esaurito le ore di cassa integrazione) e in generale di tutta quanta la filiera produttiva”.
I NUMERI
Stando a uno studio di Assoutenti, “in Europa fino al 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato vengono distrutti prima dell'uso, per un totale annuo fino a 594.000 tonnellate di tessuti, generando emissioni di Co2 pari a 5,6 milioni di tonnellate. Il tasso medio di reso – prosegue il presidente Gabriele Melluso - per gli abiti acquistati online è stimato al 20%, ossia un capo su cinque venduto online viene restituito”.
Cosa cambia è semplice. “Grazie alle nuove regole, le imprese della moda non potranno più sprecare prodotti che possono avere una seconda vita, e dovranno reimmetterli sul mercato o donarli, con benefici per i consumatori, i quali potranno acquistare capi di abbigliamento o scarpe a prezzi scontati, e per l'ambiente”.
