Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Aree interne e imprese, il centro Italia perde terreno e talenti. “Distretti e università, insieme rilanciamo la manifattura"

12 Settembre 2026

FERMO - Meno imprese che nascono, crescita degli addetti più lenta rispetto alla media nazionale e un ritardo evidente nei servizi avanzati. Ma anche distretti industriali, eccellenze manifatturiere, università e filiere produttive sulle quali costruire una nuova strategia comune.

È un Centro Italia a due facce quello fotografato dal Rapporto sull'imprenditorialità di Marche, Abruzzo e Umbria, commissionato da Hamu, Hub Abruzzo Marche Umbria che ha in Spacca il vero motore, all'Università Politecnica delle Marche ed elaborato da Donato Iacobucci, Martina Orci e Francesco Perugini del Centro per l'Innovazione e l'Imprenditorialità.

Il documento è stato presentato alla Facoltà di Economia della Politecnica, durante il convegno "Talenti, tecnologia, territorio. Il sistema imprenditoriale delle regioni Hamu", alla presenza, tra gli altri, del presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, del commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli e del presidente della Camera di Commercio delle Marche Gino Sabatini. A fare gli onori di casa il rettore dell'Università Politecnica delle Marche, Enrico Quagliarini.

Il messaggio emerso dal confronto è netto: le tre regioni condividono problemi strutturali e, proprio per questo, dovrebbero provare a costruire risposte comuni. L'orizzonte indicato è quello di una sorta di "super regione", capace di mettere insieme politiche industriali, ricerca, infrastrutture e risorse europee.

Meno imprese, soprattutto nelle aree interne

Il dato più significativo riguarda la capacità di generare nuove attività imprenditoriali. Nel 2023, nelle tre regioni, le iscrizioni al Registro delle imprese si sono ridotte a circa due terzi rispetto ai livelli del 2010.

Un arretramento che colpisce in particolare le aree interne, dove al calo della popolazione si sommano l'invecchiamento demografico e l'esodo dei giovani, compresi molti laureati. Una dinamica che rischia di trasformarsi in un circolo vizioso: meno abitanti significa meno servizi e opportunità, mentre la riduzione delle opportunità rende ancora più difficile trattenere popolazione e competenze.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto il numero delle imprese, ma la tenuta complessiva dei territori. Per le Marche, dove la struttura produttiva è storicamente fondata su piccole e medie aziende e distretti manifatturieri, la sfida assume un valore ancora più rilevante.

Addetti in crescita, ma meno del resto d'Italia

Anche sul fronte dell'occupazione il confronto con il dato nazionale mostra un ritardo. Tra il 2019 e il 2024, la crescita degli addetti nell'industria e nei servizi di Marche, Abruzzo e Umbria si è fermata al +5,8%, contro una media italiana dell'8,1%.

Le imprese continuano dunque a rappresentare il motore economico del territorio, ma il sistema cresce a una velocità inferiore rispetto al resto del Paese.

Il nodo è anche dimensionale. La prevalenza di piccole e microimprese costituisce da sempre una caratteristica e, per molti aspetti, una forza del tessuto produttivo dell'Italia centrale. Ma in una fase caratterizzata da grandi investimenti in innovazione, ricerca, digitale e transizione energetica, la frammentazione può diventare un limite.

"Lo sviluppo delle aree interne passa da una strada obbligata: far crescere le nostre imprese e favorire le aggregazioni, perché è proprio l'assenza strutturale di grandi aziende a frenare la nostra crescita", ha sottolineato Fabio Graziosi, presidente di Hamu e rettore dell'Università dell'Aquila.

Il ritardo dei servizi avanzati

Accanto alla forza manifatturiera, il Rapporto mette in evidenza un'altra criticità: il peso ancora ridotto dei servizi avanzati.

Nelle tre regioni, il comparto dell'informazione e della comunicazione rappresenta il 2,2%, contro una media nazionale del 3,5%. La finanza si ferma all'1,3%, rispetto al 2,8% italiano, mentre i servizi alle imprese pesano per il 4,9%, contro l'8,4% nazionale.

Numeri che raccontano uno squilibrio preciso: l'Italia centrale mantiene una forte identità produttiva, ma fatica a sviluppare con la stessa intensità quelle attività ad alto contenuto tecnologico e professionale che oggi accompagnano e sostengono la competitività dell'industria.

È qui che si inserisce una delle principali sfide per le Marche. Difendere e rilanciare la manifattura non significa soltanto preservare le produzioni tradizionali, ma affiancare alle fabbriche competenze digitali, servizi avanzati, ricerca e nuove professionalità.

Marche, Abruzzo e Umbria: vocazioni diverse, una strategia comune

L'idea emersa dal convegno è quella di superare la logica dei singoli confini regionali. Non per cancellare le specificità, ma per trasformarle in un sistema più competitivo.

La proposta è quella di una politica industriale selettiva e integrata, capace di superare gli investimenti "a pioggia" e di concentrare risorse sulle filiere con maggiori prospettive di crescita.

Le vocazioni sono differenti e, proprio per questo, considerate complementari: automotive e aerospazio in Abruzzo, distretti manifatturieri nelle Marche, tecnologie legate alla sostenibilità e al digitale in Umbria.

"È importante che le regioni dialoghino e riescano a raccogliere tutte la sfida della competitività. La concorrenza dobbiamo lasciarla ad altri continenti", ha osservato il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli.

Per Acquaroli, la struttura fondata sulle piccole e medie imprese richiede soprattutto maggiore interazione: "Occorre creare quell'ecosistema che diventa un modello di sviluppo e può diventare un modello di riferimento".

La sfida dei giovani passa anche dai territori

Il tema dei talenti attraversa tutto il Rapporto. Il problema non è soltanto formare giovani qualificati, ma riuscire a trattenerli.

Roberto Cardinali, presidente di Confindustria Marche, ha richiamato proprio la duplice sfida dell'attrazione e della permanenza delle nuove generazioni. Perché un giovane, nella scelta di un posto di lavoro, non guarda soltanto all'azienda.

Sceglie anche il territorio in cui quell'azienda è inserita: la qualità della sanità, delle scuole, dei trasporti, delle connessioni e dei servizi.

Un aspetto che per le Marche diventa strategico, soprattutto nelle aree più lontane dai principali poli urbani. Il rischio dello spopolamento non può essere affrontato esclusivamente con politiche assistenziali o di tutela, ma creando opportunità economiche e professionali.

Acquaroli ha indicato tra le leve utilizzate negli ultimi anni la Zona economica speciale, la rivitalizzazione infrastrutturale, la ricostruzione post sisma e le politiche europee rivolte ai borghi, all'artigianato, all'agricoltura e all'agroalimentare. Senza dimenticare il turismo, considerato un settore con una crescente capacità di attrazione anche per i giovani.

Ma, ha sottolineato il presidente della Regione, resta fondamentale rilanciare la vocazione manifatturiera. "Dobbiamo rivitalizzare anche tutta la vocazione manifatturiera che è un fondamentale asset di questi territori", ha ricordato, richiamando anche comparti storici come quello dell'elettrodomestico.

Ricerca e imprese, dalla concertazione alla coprogettazione

Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra università e sistema produttivo. Secondo Hamu, per colmare il ritardo negli investimenti in Ricerca e Sviluppo non è più sufficiente il tradizionale modello del trasferimento tecnologico, nel quale il mondo accademico sviluppa conoscenza e successivamente la mette a disposizione delle aziende.

L'obiettivo è passare alla coprogettazione: università e imprese dovrebbero pensare insieme i progetti fin dalle fasi iniziali, costruendo nuove catene del valore e condividendo competenze, investimenti e prospettive.

Una strategia che coinvolge direttamente il sistema marchigiano, caratterizzato da una forte presenza di Pmi che spesso, singolarmente, faticano a sostenere investimenti importanti in innovazione.

Anche Lorenzo Dattoli, presidente di Confindustria Abruzzo Medio Adriatico, ha richiamato la necessità di affrontare il nodo delle microimprese, favorendo collaborazioni e aggregazioni che permettano alle realtà più piccole di investire in ricerca e competere con operatori di dimensioni maggiori.

Le eccellenze ci sono, ma serve aumentare la scala

Il Rapporto non racconta soltanto le fragilità. Le tre regioni mantengono infatti un sistema produttivo con importanti eccellenze.

La classifica delle Top 500 imprese del Centro Italia vede 213 aziende marchigiane, 156 abruzzesi e 131 umbre. Ai vertici figurano grandi realtà come Ariston Group, Acciai Speciali Terni e Brunello Cucinelli, con commercio, metallurgia e alimentare tra i comparti più rappresentati.

Il punto, però, è aumentare la capacità del sistema di produrre nuove imprese di dimensioni e competitività maggiori, senza perdere la ricchezza rappresentata dai distretti e dalle specializzazioni locali. È la sfida della scala, dell'aggregazione e della cooperazione tra aziende.

La partita dei fondi europei fino al 2034

La prospettiva della "super regione" potrebbe trovare una concreta applicazione anche nella gestione delle risorse europee.

Alla luce della riforma in corso, che potrebbe modificare il tradizionale rapporto tra Regioni e fondi strutturali, Hamu intende candidarsi, attraverso la propria struttura operativa di riferimento Vitality, alla gestione delle risorse fino al 2034.

L'obiettivo è interloquire con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per l'amministrazione dei futuri fondi strutturali europei relativi al periodo 2028-2034.

La parola chiave, anche in questo caso, è diversificazione. Le risorse dovrebbero essere utilizzate per ampliare le opportunità produttive e occupazionali, in particolare per le nuove generazioni.

La sfida che emerge da Ancona, quindi, va oltre i confini amministrativi. Marche, Abruzzo e Umbria si trovano di fronte a problemi comuni: spopolamento, fuga dei giovani, bassa produttività, piccole dimensioni delle imprese e ritardo nei servizi avanzati.

La risposta individuata è fare sistema.

Una prospettiva che, per le Marche, significa provare a trasformare una delle caratteristiche storiche del proprio modello economico, la diffusa presenza di piccole e medie imprese, da limite a punto di partenza. Crescere senza rinunciare alle identità territoriali, mettere insieme filiere e competenze e costruire un'area più forte anche sul piano della ricerca e dell'attrazione dei talenti. Perché la partita, in definitiva, non riguarda soltanto il numero delle imprese o la crescita degli addetti. Riguarda la capacità del Centro Italia di costruire un futuro nel quale i giovani possano scegliere di restare e le aziende possano trovare le dimensioni, le competenze e le condizioni necessarie per competere.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram