
PORTO SANT’ELPIDIO – Il comitato del NO riempie il cineteatro Gigli, tante le persone rimaste in piedi. L’assenza all’ultimo minuto dell’ex magistrato De Magistris non frena l’entusiasmo di chi vuole capire e conoscere, in questo caso, le ragioni di chi si oppone alla riforma della giustizia del governo Meloni.
A introdurre l’incontro è Luca Piermartiri, anima del comitato per il ‘no’ a livello provinciale, che ha nel procuratore Di Cuonzo il volto regionale. “Tempi stretti, dobbiamo lavorare sul territorio e far capire cosa davvero sta succedendo” esordisce Piermartiri.
Per spiegare al meglio le ragioni, sono stai chiamati anche Salvatore Borsellino, una presenza fondamentale anche dei revisionismi che la maggioranza sta facendo sulla storia del Paese”, e Nino Di Matteo, procuratore nazionale antimafia. “Voglio ringraziare il ministro Nordio, uno dei maggiori sponsor del NO, che sta recuperando proprio grazzie alle sue parole” riprende Piermartiri che cita i sondaggi che raccontano una rimonta.
A condurre l’incontro è Salvatore Pompei: “La riforma rischia di portarci di nuovo in una fase buia della storia, per questo ricordo Rocco nel 1925: ’Esigiamo che la Magistratura non faccia politica antifascista’. Togliere l’autonomia alla Magistratura significa andare verso l’Ungheria di Orban”.
Riforma della corte dei conti, l’abuso d’ufficio, la limitazione delle intercettazioni, il divieto delle pubblicazioni delle ordinanze di custodia cautelare: le riforme vanno guardate nel loro insieme” ricorda Di Matteo nel suo video messaggio. “Non si può dimenticare il contesto” ribadisce Pompei.
È il momento di Dicuonzo. “Le prime voci di dissenso arrivano proprio dai magistrati. Il comitato del NO nasce in seno all’Anm, ma non si identifica con l’associazione. Ci sono anche quelli a favore. A non convincerci è il fatto che non parliamo di riforma della giustizia intesa come funzionamento del sistema. I problemi sono altri, la riforma non va verso il giusto processo. Ci sono 12mila precari della giustizia, persone pagate coni fondi del Pnrr, che fine faranno?”.
Secondo dissenso è legato al metodo. “Un iter accelerato che non ha consentito al Parlamento di esplicare le sue funzioni. È stato esautorato. Sono convito che il sistema attuale sia migliorabile. Abbiamo discusso per anni del sorteggio, si era trovata una mediazione. Invece arriva il Governo e sceglie una procedura in cui nessuno può apportare modifiche. Un metodo senza precedenti. Il Parlamento ha abdicato alla sua funzione” prosegue il procuratore.


La terza ragione è terminologica. “Si sta riformando l’ordinamento giudiziario, non la giustizia. E non ne sentivamo bisogno. Soprattutto perché vent’anni fa già c’era stata la riforma Mastella che ha stravolto l’assetto, iniziando la netta separazione tra le funzioni. Quindi Nordio entra in un terreno già disciplinato”. Seguono tante citazioni sul passato, sulle conquiste sociali. Si perde un po’ il focus sul tema, anche se ascoltare Dicuonzo è per i presenti piacevole
“La riforma è una cambiale in bianco. Otto norme che stabiliscono dei principi che poi verranno riempiti. Ma come? Non dicono come si accederà alla carriera: due concorsi, chi partecipa, primo grado o secondo grado, potrà accedere il semplice laureato o si attingerà ai funzionari dello Stato come in UK. Son queste alcune delel domande senza risposta” chiarisce Dicuonzo.
Che alla fine tocca la separazione delle carriere, aspetto che conosce bene essendo un magistrato che ha scelto di diventare procuratore, cambiando regione: “Si vuole togliere unità alla giurisdizione. Pm e giudici, oltre ad avere la stessa formazione, sono accomunati dall’obiettivo dell’accertamento della verità. Il PM non è l’avvocato dell’accusa, non ha l’obiettivo della condanna a ogni costo. La condanna è un esito, l’obiettivo è accertare la verità. E questo fa il giudice. E io mi sento un giudice: sapete che il 40% dei procedimenti che vengono aperti non vengono neppure conosciuti dall’indagato? Per questo mi ripugna l’idea di essere l’avvocato dell’accusa. Giudice e Pm devono avere la stessa formazione. In Italia non c’è la cultura dell’inquisitore. Noi esercitiamo un controllo di rispondenza e legittimità delle prove. Se passa la figura del PM avvocato dell’accusa, non avremo più le garanzie per i cittadini”.
Per questo il comitato chiede di mobilitarsi, di partecipare e informarsi in vista del voto del 22 e 23 marzo, quello che Di Matteo definisce “un voto fondamentale perché tocca la costituzione e non certo la giustizia.
