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Terremoto nel Pd: Zingaretti si è dimesso. Nicolai: "Non l'ho votato, ma lo rispetto". Ricci: "Vanno respinte"

5 Marzo 2021

E alla fine anche Zingaretti si arrabbia: “Mi dimetto”. Ma come, a dieci giorni dall’assemblea del Pd? Mossa tattica di alto livello, ma anche mediatica per l’uomo che di solito sta un passo indietro alla telecamera.

Pro e contro si accendono subito come due fiammiferi, chi durerà di più? il problema è che in mezzo a rischio incendio, c’è il Paese, che ha nel Pd un punto di riferimento nel Governo di Mario Draghi.

Quello che ha stupito è il timing. Alle 15 di ieri Zingaretti ha convocato una riunione con i big del partito e l’ha chiusa come se niente fosse. Poi, l’annuncio via Facebook, come si conviene ai giovani. Ma meno a lui.

“Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni. Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd. Visto che il bersaglio sono io, per amore dell'Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora – ha scritto il segretario - tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità.

Reazioni a parte, in molti pensano che sia una mossa per farsi impalmare tra pochi giorni in assemblea.

“I numeri in assemblea - spiega un dirigente Dem - sono schiaccianti a suo favore, le dimissioni sarebbero respinte e a quel punto con la rilegittimazione sarebbe azzerato il fisiologico confronto interno”. In base all'ultimo congresso, infatti, Zingaretti ha circa il 66% dei delegati, pari a 653 su circa mille.

Una buona mossa di poker, per molti del partito perché in caso di riconferma in assemblea la combattiva minoranza dovrebbe capitolare. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e neo coordinatore dei primi cittadini Dem, sta con Zingaretti: "Comprensibile e condivisibile lo sfogo, ma Nicola deve rimanere e continuare il suo mandato con la rinnovata spinta dell'Assemblea”

 Ma il presidente di Ali non si ferma qui: “Non si può delegittimare ogni volta il leader di turno, men che meno in questa fase di crisi sanitaria ed economica. Le beghe interne avrebbero dovuto essere relegate sullo sfondo, invece hanno prevalso sui temi e sulle scelte strategiche, sulle grandi sfide del futuro. Il Pd - conclude - parli al Paese discutendo profilo, identità e missione nel nuovo governo Draghi". 

Stesso pensiero per Paolo Nicolai, volto di punta del Pd fermano: “Non ho votato Zingaretti e riflessioni sul partito vanno fatte, ma questo è il momento di costruire, i contagi sono aumentati, l’Italia è in guerra contro il virus. Zingaretti deve rimanere e va fatto lavorare, ma anche lui deve ridurre gli irrigidimenti. Noi tesserati dovremmo ricordare che il segretario è il segretario e dovremo iniziare a rispettarli per poi giudicarli a fine corsa”.

Tra pochi giorni si capirà il futuro del Pd, che è il secondo partito del Paese. Walter Veltroni anni fa parlò di sindrome di Tafazzi che ciclicamente colpisce il partito. Le dimissioni del Capo, da Bersani a Renzi, sono un refrain in un partito in cui, usando una nota espressione di Massimo D'Alema, l'amalgama non è mai riuscito.

Ma mai l'effetto era stato più dirompente vista la situazione difficile del paese nel mezzo di una pandemia e con un governo Draghi alle prime mosse dentro una maggioranza variegatissima.

“Non è questo il momento di aprire una crisi interna e, anzi, l’intero partito, a partire dal gruppo dirigente nazionale, ha il dovere di far sentire forte il proprio sostegno al segretario, relegando in secondo piano ambizioni e aspettative personali” conclude Maurizio Mangialardi, capogruppo Dem in regione Marche ribadendo il suo appoggio al segretario.

Raffaele Vitali

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