
FERMO - Gianni Gallucci non è solo il volto giovane di una storica azienda di calzature, capace di guardare al mondo senza tremare, ma anche il presidente dei Giovani di Confindustria Fermo. E da qualche mese anche rappresentante a livello europeo.
Tradizione e innovazione si incrociano nelle azienda che da quasi cento anni porta il nome Gallucci. Grazie a questo rapporto tra manifattura e tecnologia, le scarpe prodotte nel Fermano sono state scelte e indossate da personaggi famosi come Madonna e Jennifer Lopez, la famiglia Trump e Stephen Curry”.
Gallucci, partiamo dal tema attuale, la filiera. Cosa pensa del caso Tod’s?
“Le riflessioni di Della Valle non sono una semplice difesa di categoria, ma un richiamo a una responsabilità condivisa tra imprese e istituzioni. In un momento di forte attenzione giudiziaria sul settore moda, è giusto che lo Stato controlli e vigili, ma è altrettanto necessario che tuteli il sistema produttivo. Imprenditori e dipendenti non possono essere messi in difficoltà”.
Le Pmi sono in grado di gestire la filiera??
“Non va mai dimenticato che il sistema della moda italiana è formato da piccole, micro e qualche media azienda. Soon lor a creare distretti che il mondo prende a riferimento. Imprese spesso familiari, che non possono sostenere controlli complessi e assumere responsabilità estese lungo tutta la filiera, senza un adeguato supporto istituzionale. Altrimenti rischiamo di far saltare il sistema. Quello che chiediamo alle istituzioni è di prevenire, rendere sostenibile la legalità e non limitarsi a reprimere”.
Converrà che però il lavoro va tutelato.
“Senza dubbio, sicurezza, trasparenza e dignità non sono parole, ma il pilastro del Made in Italy. C’è però un ma…".
Cosa intende?
“Il mercato globale è sbilanciato. Il nostro costo del lavoro resta tra i più alti d’Europa e la pressione fiscale continua a gravare in modo sproporzionato sulle imprese regolari. Bisogna ridurre il gap di prezzo attraverso una detassazione del lavoro, altrimenti le imprese si troveranno schiacciate tra l'impossibilità di abbassare i prezzi per competere con l'Asia e l'insostenibilità dei costi fissi europei”.
Cosa può fare lo Stato?
“La competitività non è più legata al prodotto, serve lo Stato che renda economicamente sostenibile l'etica produttiva. Se produrre in Italia diventa insostenibile, il rischio concreto è la perdita di competenze secolari e la creazione di 'crateri' industriali, con la scomparsa improvvisa di interi distretti. Sarebbe un disastro sociale".
Soluzione rapida?
“Intanto ragionare su un fatto: abbassare il costo del lavoro non significa rinunciare ai diritti ma metterli in sicurezza nel lungo periodo e ridurre persino l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. È fondamentale definire misure concrete che favoriscano la detassazione del lavoro e la difesa della competitività internazionale. O rendiamo le imprese competitive, o il mondo cci volterà le spalle, nonostante la qualità”.
