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Scarpe made in Italy, appello di Gallucci alla politica: non basta la qualità, va abbassato il costo del lavoro

21 Gennaio 2026

FERMO - Gianni Gallucci non è solo il volto giovane di una storica azienda di calzature, capace di guardare al mondo senza tremare, ma anche il presidente dei Giovani di Confindustria Fermo. E da qualche mese anche rappresentante a livello europeo.

Tradizione e innovazione si incrociano nelle azienda che da quasi cento anni porta il nome Gallucci. Grazie a questo rapporto tra manifattura e tecnologia, le scarpe prodotte nel Fermano sono state scelte e indossate da personaggi famosi come Madonna e Jennifer Lopez, la famiglia Trump e Stephen Curry”.

Gallucci, partiamo dal tema attuale, la filiera. Cosa pensa del caso Tod’s?

“Le riflessioni di Della Valle non sono una semplice difesa di categoria, ma un richiamo a una responsabilità condivisa tra imprese e istituzioni. In un momento di forte attenzione giudiziaria sul settore moda, è giusto che lo Stato controlli e vigili, ma è altrettanto necessario che tuteli il sistema produttivo. Imprenditori e dipendenti non possono essere messi in difficoltà”.

Le Pmi sono in grado di gestire la filiera??

“Non va mai dimenticato che il sistema della moda italiana è formato da piccole, micro e qualche media azienda. Soon lor a creare distretti che il mondo prende a riferimento. Imprese spesso familiari, che non possono sostenere controlli complessi e assumere responsabilità estese lungo tutta la filiera, senza un adeguato supporto istituzionale. Altrimenti rischiamo di far saltare il sistema. Quello che chiediamo alle istituzioni è di prevenire, rendere sostenibile la legalità e non limitarsi a reprimere”.

Converrà che però il lavoro va tutelato.

“Senza dubbio, sicurezza, trasparenza e dignità non sono parole, ma il pilastro del Made in Italy. C’è però un ma…".

Cosa intende?

“Il mercato globale è sbilanciato. Il nostro costo del lavoro resta tra i più alti d’Europa e la pressione fiscale continua a gravare in modo sproporzionato sulle imprese regolari. Bisogna ridurre il gap di prezzo attraverso una detassazione del lavoro, altrimenti le imprese si troveranno schiacciate tra l'impossibilità di abbassare i prezzi per competere con l'Asia e l'insostenibilità dei costi fissi europei”.

Cosa può fare lo Stato?

“La competitività non è più legata al prodotto, serve lo Stato che renda economicamente sostenibile l'etica produttiva. Se produrre in Italia diventa insostenibile, il rischio concreto è la perdita di competenze secolari e la creazione di 'crateri' industriali, con la scomparsa improvvisa di interi distretti. Sarebbe un disastro sociale".

Soluzione rapida?

“Intanto ragionare su un fatto: abbassare il costo del lavoro non significa rinunciare ai diritti ma metterli in sicurezza nel lungo periodo e ridurre persino l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. È fondamentale definire misure concrete che favoriscano la detassazione del lavoro e la difesa della competitività internazionale. O rendiamo le imprese competitive, o il mondo cci volterà le spalle, nonostante la qualità”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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