
di Raffaele Vitali
FERMO - C’è un filo invisibile che lega Londra al centro storico di Fermo. Un filo fatto di esperienza, memoria e ritorno. È la storia di Marco Ricci, imprenditore della ristorazione che, dopo dieci anni all’estero, ha deciso di riportare a casa ciò che aveva imparato, trasformandolo in un progetto che parla profondamente di territorio.
È nato così Populum, il locale a due passi dalla biblioteca della città che va ad arricchire l’offerta di una piazza sempre più vocata al food. Un regalo di fine anno per Fermo che ha bisogno di sperare nel futuro.
“Nel 2012 ho aperto il mio primo locale, insieme con altri soci, a Fermo: il Soul Kitchen. Che posso dire senza smentita essere il più bello della città. Ma nel 2016 – racconta – ho sentito il bisogno di cambiare”.
Non si è limitato però ad andare a Porto San Giorgio, si è rimesso completamente in gioco: Londra. “Dieci anni nella ristorazione inglese, partendo da zero, senza conoscere la lingua, lavando bicchieri e facendo i lavori più umili, fino a diventare manager di diversi ristoranti. Perché a Londra se meriti cresci rapidamente. Un percorso duro ma formativo, che mi ha fatto capire il significato della parola organizzazione, della precisione nel lavoro” prosegue.
Sembrava tutto perfetto, poi è arrivato il Covid. “Un anno fermo, il tempo per riflettere”. È in quel momento che nasce l’idea del ritorno a Fermo. “Lo smart working mi ha fatto ricordare la bellezza della mia casa e ha reso possibile il ritorno”.
Serviva però l’occasione giusta: “Avevo da tempo messo gli occhi su questo locale, mi piaceva proprio. Volevo la piazza, luogo della mia giovinezza, del tempo in biblioteca e dell’incontro con gli amici”. Pochi mesi di riflessione, a settembre la firma e l’accelerazione per creare quello che è oggi Populum, sorto sulle ceneri di Artasylum con l’obiettivo di essere l’araba fenice di piazza del Popolo.
“Non è solo un bar o solo un luogo di ristorazione: è uno spazio che racconta storie. A partire dall’arredo, interamente recuperato” racconta con soddisfazione muovendosi dentro il locale. Il bancone principale proviene dalla storica Ferramenta Agostini; un altro bancone dalla vecchia ferramenta Fogliani. Due pezzi unici che da soli colpiscono gli occhi. Ma non basta. “Il legno del banco più grande è addirittura quello originale dei palchetti del Teatro dell’Aquila, di fine Ottocento, recuperato durante i restauri degli anni ’90 e rimasto per decenni in un magazzino” prosegue.
Nulla è stato snaturato, solo trattamenti conservativi, nessuna tinteggiatura. “Ogni segno del tempo è rimasto lì, a testimoniare una continuità tra passato e presente”. La stessa filosofia guida il menu. Il locale propone una selezione di prodotti esclusivamente marchigiani, con una scelta precisa: raccontare chi c’è dietro ogni ingrediente.
“Sul menu compaiono i nomi delle piccole aziende locali che forniscono salumi, formaggi e dolci. Anche la proposta drink segue questa linea, con cinque cocktail realizzati utilizzando distillati e ingredienti regionali: gin marchigiano, mela rosa dei Sibillini, aperitivi artigianali ascolani, salumi autoctoni. “Ogni cocktail ha un nome che richiama la storia e il territorio, come “Nerone”, omaggio al passato romano della zona”. Si può fare un aperitivo o cenare, “perché vi assicuro che le focacce che creo sono ricche”.





Il progetto è stato interamente finanziato da un investimento personale. "Ho avuto fiducia dalle banche, un segnale importante che ha confermato la solidità del progetto”. Il locale non è grande, e durante i primi giorni ha dovuto dire molti no, ma anche questa è una scelta: “Privilegiare la qualità, l’esperienza e l’atmosfera. Consapevoli che poi d’estate i posti aumentano grazie all’esterno, alla nostra piazza”.
Si guarda attorno, respira casa e qualità. “A Londra, nei ristoranti che seguivo, molti prodotti erano marchigiani, praticamente tutti italiani. E allora, perché non valorizzarli direttamente dove vengono prodotti? Con questo spirto sono tornato dopo tanti anni. All’estero ci invidiano cultura, tradizioni e identità locali. Spesso ce ne accorgiamo solo quando ce ne allontaniamo. È tempo di raccontarli con passione e amore” conclude Ricci.
