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L'ultima sera con birra a un euro, ora il delivery. I giovani di Underground ci credono: "Ho 10 dipendenti, ancora aspettano la cassa integrazione di maggio"

27 Ottobre 2020

di Francesca Pasquali

PORTO SAN GIORGIO - Birre a un euro per salutare i clienti. Domenica, per l’ultimo giorno di apertura, attorno ai tavolini di Underground, si sono seduti soprattutto i volti storici. Quelli che, nel pub del lungomare centro di Porto San Giorgio, hanno trascorso un sacco di serate.

L’idea di vendere la birra a uno o due euro è stata del titolare, Michele Papa.  Una trovata originale. «C’è stata una bella risposta. Molta affluenza, sempre nel rispetto del distanziamento. L’idea mi è venuta perché, a marzo, ci hanno fatto chiudere senza il tempo di organizzarci. Abbiamo dovuto buttare litri e litri di birra. Così, ho pensato di svenderla. I clienti hanno apprezzato, ma c’era parecchia amarezza per la chiusura». 

Ve l’aspettavate?

«Questo sacrificio delle partite Iva non ha senso. Non risolverà niente. Il 24 novembre ci ritroveremo con gli stessi numeri, se non peggio. Penalizzare il nostro settore non è la soluzione. Non è che il contagio si evita uscendo di casa solo di giorno. E poi è inutile chiudere senza aver fatto prima i controlli sulla clientela». 

La vostra come si è comportata in questi mesi?

«Abbiamo fatto tanti sforzi per educarla a rispettare le regole. C’è chi ha digerito i cambiamenti con più celerità e chi meno. Ma il problema non sono i ristoratori, ma l’educazione dei clienti». 

Si dà la colpa all’estate. Alle briglie sciolte troppo presto.

«Tutte le attività si sono adeguate alle regole imposte. Abbiamo operato per facilitare il ritorno alla vita normale ma, dopo sette mesi di sforzi, ci troviamo di nuovo chiusi. La ristorazione non è solo movida. È un mondo e generalizzare è stato un grave errore». 

Si poteva evitare di chiudere?

«Doveva essere fatto un discorso territoriale. Applicare a tutti le stesse regole è sbagliato. A differenza di marzo, adesso sappiamo a quello che andiamo incontro. Noi siamo i primi a chiedere che la salute venga tutelata, ma nelle giuste condizioni». 

Locale chiuso. E adesso?

«Andremo avanti con l’asporto e il domicilio. Da un paio d’anni siamo attivi su più piattaforme con il delivery. Con il primo lockdown, il servizio si è rafforzato. Quest’estate non si è mai interrotto. Adesso, ci ritroviamo con uno strumento rodato per tamponare questo mese». 

Basterà?

«No, ma ci darà la possibilità di limitare i danni, oltre a mantenere il rapporto con i clienti». 

Il Governo sta varando gli aiuti. La Regione stanzierà 1,3 milioni. Qualcosa si muove.

«Siamo molti sfiduciati. Ho dieci dipendenti che devono ancora percepire la cassa integrazione di maggio, giugno e luglio, figuriamoci adesso. Per non parlare del ‘bonus elemosina’».

Domani i ristoratori e le altre categorie penalizzate dal decreto manifesteranno ad Ancona. Venerdì a Civitanova. Ci sarete?

«Andremo a Civitanova, per chiedere che i nostri diritti vengano rispettati. L’Italia vive di commercio e turismo. Se blocchi un settore come questo, a cascata, blocchi tutti».

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