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L'Oscar del design al 25enne Brasili: la 'nuvola di mare' raccoglie plastica mentre la barca naviga. L'elpidiense: "Dal Montani a Milano, sognando la California"

30 Settembre 2020

MILANO/PORTO SANT'ELPIDIO - Dai banchi del “Montani” al James Dyson Award 2020. Ne ha fatta di strada Matteo Brasili, 25enne di Porto Sant’Elpidio, che, con la sua “Nuvola di mare”, s’è aggiudicato la versione italiana del prestigioso premio dedicato agli studenti di design. 

Brasili, cos’è “Nuvola di mare”?

«È un parabordo da imbarcazione che permette di raccogliere le microplastiche presenti in mare e negli altri corsi d’acqua». 

Come funziona?

«È composto da tre parti: le due esterne fungono da aggancio per fermare lo strumento all’imbarcazione, la centrale è dotata di un filtro rotante e di fori rastremati verso l’interno, che permettono l’ingresso, ma non l’uscita, delle microplastiche. È realizzato con plastica riciclata, ricavata dal mais e riprodotta con la stampante 3d. L’idea è di usarlo entro le tre miglia marittime. Lo agganci, lo getti in mare quando esci e, quando torni in porto, lo tiri su per vedere se è pieno e, nel caso, svuotarlo». 

Com’è nata l’idea?

«Dalla mia tesi di laurea. Ho studiato i porti marchigiani e intervistato tanti marinai. Mi hanno raccontato che, in mare, vedono e trovano di tutto. La pesca a strascico ha inquinato moltissimo. Ho pensato che ognuno di noi dovrebbe fare la sua parte per tenere il mare pulito e mi sono messo al lavoro. Tra errori e miglioramenti, è nata “Nuvola di mare”». 

Che, per adesso, è un prototipo.

«Il prossimo passo è trovare un ente che mi aiuti nella produzione e nella prototipazione, per migliorare il più possibile il prodotto nella parte meccanica e in quella tecnica. Ma non penso a una vendita al dettaglio». 

Cioè?

 «L’idea è di venderlo ai porti. Poi, saranno i naviganti a decidere se usarlo o meno. Vorrei inserire il prodotto all’interno di un sistema e dare la possibilità a tutti i possessori di barche di prendersi cura del mare. In futuro, sono sicuro che, sistemi di questo tipo, diventeranno parte delle imbarcazioni stesse».

Le mancano le Marche?

 «Torno poco. Milano mi serve. La mia vita, adesso, è qui». 

Che rapporto ha con la sua terra d’origine?

«Sono nato sulla costa e la conosco bene. Meno l’entroterra, che vorrei scoprire». 

Si considera un cervello in fuga?

 «In un certo senso sì. Dopo il diploma di perito elettrotecnico, ho iniziato a lavorare con mio padre. Ma ho capito che non era quella la mia strada. Mi sono trasferito a Milano e ho frequentato la Naba (Nuova accademia di belle arti). Quando torno e dico che faccio il designer, spesso mi chiedono che significa. Pensano sia una specie di modellista». 

Congratulazioni dal Fermano le sono arrivate?

 «Veramente no. Dopo l’articolo del Corriere della Sera e il servizio del Tg1, mi hanno contattato i giornali locali. Tutto qui». 

Come andava a scuola?

«Non ero molto bravo, diciamo sufficiente. Una cosa il “Montani” me l’ha insegnata: a ragionare, a trovare una soluzione non passando, per forza, per i libri. Per me, è stato fondamentale». 

E il futuro?

«Conto di restare a Milano per altri tre anni, per ampliare e migliorare le mie competenze. Poi, mi piacerebbe lavorare sulla costa ovest degli Stati Uniti. Non mi pongo limiti, né confini».

Francesca Pasquali

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