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Lorenzo Loris Brancaleone. Da regista del Teatro Out Off di Milano a protagonista: "Ognuno ha il suo sacro Graal, mai smettere di cercarlo" (video)

13 Agosto 2020

Lorenzo Loris è il Brancaleone scelto per questo “viaggio nel viaggio”, come lo definisce il direttore artistico Giampiero Solari che con Loris, 64 anni e non sentirli, ha condiviso i primi passi della carriera. Entrambi sono partiti dalla scuola del Piccolo Teatro a Milano con, tra i tanti, Carlo Cecchi come docente e guida per il saggio finale.

La prima compagnia, il momento del palco con ‘Il bacio della donna ragno’ insieme con Giulio Brogi, mentre ancora Lorenzo Loris frequentava l’ultimo anno al Piccolo Teatro. Una decennale carriera da attore che poi è diventata quella di regista, dove è diventato uno dei perni del Teatro Out Off di Milano, di cui è regista stabile. E ora di nuovo il palco, o meglio la piazza visto che la compagnia recita alo stesso livello del pubblico che la premia con lunghi applausi.

Lorenzo Loris, chi è Brancaleone?

“L’ho capto giorno dopo giorno, mi è entrando dentro. Sono stato catapultato in questo progetto da Solari, dalla stima che ho per lui e quella immeritata che ha nei miei confronti”.

Come si diventa attori?

“Una grande scuola, lo studio, l’incontro con grandi registi. E io ho lavorato con tanti: Cecchi, Brogi, Ronconi, Bertoldo e lo stesso Solari. Opere diverse, da Pirandello alla Dodicesima Notte di Shakespeare fino a Beckett, con in mezzo l’indimenticabile teatro di Porta Romana che oggi non c’è più”.

Come è approdato al Teatro Out Off e alla regia?

“È la mia casa. Lì ho iniziato a lavorare anche sui testi di autori contemporanei, europei, mai visti prima. In questo periodo è cresciuta la mia amicizia con Franco Quadri e così la mia carriera da regista”.

Solari l’ha voluta protagonista, che effetto fa tornare a essere il ‘front man’ sul palco?

“Per l’impostazione che abbiamo avuto io e Solari, la regia non si basa solo sulla teoria o lo stare a tavolino ma è a tutto tondo con la scena. Le indicazioni vengono date suggerendo agli attori, assumendone le funzioni. Una continua presenza. Certo, all'inizio mi è mancato il rapporto continuativo con lo spettacolo, con il pubblico. E per questo non faccio altro che studiare giorno e notte, cercando di superare il momento”.

Lei ha 64 anni, ma fino a quando il teatro sarà la sua casa?

“È la mia vita, non ho fatto altro, una volta uscito dal Piccolo, che inseguire il mio sogno. Il mio impegno nella compagnia dell’Out Off è stato anche un impegno verso il ruolo che avevo come artista dentro Milano, per far respirare l’anima teatrale”.

Come vive il ritorno nelle sue Marche?

“Sono nato a Milano, ma mia madre è marchigiana e mi portava sempre a fare le vacanze vicino a Cantiano. E ho frequentato elementari e superiori tra Chiaserna, Cantiano e Urbino. Poi di nuovo Milano, ma il legame affettivo, mia nonna viveva qui, mi unisce in modo indissolubile”.

Lorenzo Loris, torniamo a Brancaleone?

“Una sfida per me. E siccome lui è una specie di don Chisciotte, uno che parte per chissà quali sfide e poi riparte di nuovo, mi sono detto ‘posso prendere la mia vita come esempio’. Una vita fatta di imprese, che poi ti fa chiedere cosa resta sul tavolo una volta spente le luci. Mi sono identificato un po’ in Brancaleone, nell’Armata piena di propositi che magari non si realizzano, anche se il testo non lo dice, ma loro continuano a inseguire un castello d’oro, il sacro Graal”.

Un attore ha il suo sacro Graal?

“Deve averlo. È quello che lo spinge ad andare oltre il possibile ed è un po’ quello che mi ha spinto ad andare oltre la stima che ho per Giampiero e ad accettare la sfida, tornare sul palco con dei grandi compagni di viaggio”.

Mai come questa volta lo spettacolo è impegno sociale?

“Oltre al tema del terremoto, c’è questa terribile realtà legata al Coronavirus, all’epidemia. Due drammi che fanno rivivere la peste di Brancaleone e quel senso di abbandono che lui combatte. Sono certo che questa opera sarà di conforto alle persone e per qualche ora solleverà il tema che molti luoghi sono ancora disastrati, privi di ricostruzione. La forza del testo può essere questa, dare una spinta sociale, far emergere la questione, sollevando il problema anche a livello nazionale grazie alle gesta di un eroe, che per molti è antieroe.

È uno con sani sentimenti, e per questo eroe con il senso della giustizia avvolto nell’ingenuità, poi ha in sé l’anima commerciale tipica dell’uomo d’armi. Non dimentichiamo che tutto il suo viaggio è mentale, è con la forza della sua fantasia che si dà una ragione per stare al mondo. E questo è importante: nonostante intorno la vita abbia peste e terremoti, noi ci muoviamo e accendiamo un nuovo faro”.

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