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L'esempio di Carlo Urbani: Il figlio: "La sua vita per fermare la Sars. Lo rifarebbe ancora". Il Coronavirus ha dinamiche simili

29 Marzo 2020

CASTELPLANIO – Ha dato la vita per capire, per trovare la soluzione, per far sì che la Sars non diventasse una pandemia inarrestabile. “Se non riusciamo a fermare il contagio, questa nuova malattia sarà una nuova spagnola” disse a inizio 2003 Carlo Urbani, virologo in prima linea per l’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità.

Parole profetiche, perché la maledetta Sars, una polmonite atipica, portò via il dottore di Castelplanio il 29 marzo del 2003 mentre si trovava a Bangkok, lontano dalla moglie e dai tre figli, fermi ad Hanoi. Oggi nessuna celebrazione lo ricorderà, bisogna stare a casa, ma studi e parole restano. E vivono ogni giorno grazie alla moglie Giuliana Chiorrini e al figlio Tommaso.

Urbani fu una delle oltre 700 vittime della Sars, meno contagiosa del coronavirus ma più letale. “Non riuscimmo a riportarlo indietro in tempo. Oggi abbiamo visto le stesse dinamiche, anche il periodo è molto simile” raccontano.

Urbani fu il primo a capire che c’era qualcosa di strano in chi si ammalava. Il primo sospetto gli venne visitando un paziente dell'ospedale francese di Hanoi con una brutta polmonite. Capì subito che era una nuova malattia infettiva, che aveva contagiato in pochissimo tempo anche le infermiere che lo assistevano. Dal 28 febbraio cominciò un carteggio con l'Oms, lanciando l'allarme e chiedendo la chiusura di porti e frontiere per evitare la diffusione del contagio. Una decina di giorni dopo il Vietnam e altri Paesi adottarono le prime misure.

Ma Urbani non aveva fatto i coti con la natura, più forte anche della sua scienza. Mentre era in volo verso Bangkok avvertì i primi sintomi: “Appena atterrato allontanò da sé tutti i colleghi che erano andati a prenderlo e si fece portare in ospedale in isolamento”. Lo racconta come se fosse successo ieri il figlio Tommaso, presidente dell’associazione Carlo Urbani che ha nel giornalista Rai Vincenzo Varagona un perno fondamentale. Urbani è stato a lungo in prima linea in molti paesi del terzo mondo, voleva garantire il diritto alla salute di tutti, per curare le malattie dimenticate.

Da tutti però è riconosciuto che senza il suo allarme le vittime della Sars sarebbero state molte di più. oggi non c’è un Urbani, c’è una intera comunità scientifica concentrata, e tantissimi operatori che lavorano per fermare il Covid 19. “Mi addolora pensare a quelle persone che muoiono senza i loro cari vicino - osserva Giuliana Chiorrini -, io ho avuto la possibilità di stare con Carlo sin quasi all'ultimo, ovviamente con tutte le protezioni, camice, mascherina...”.

Urbani è diventato un simbolo, il ‘medico eroe’ della Sars, venerato in Oriente, onorato in Occidente. Gli sono stati dedicati premi, ospedali, scuole, come il Polo Urbani di Porto Sant’Elpidio, e libri. “Per noi è stata una perdita neppure raccontabile, ma il tempo ci ha permesso di capire l’importanza di quello che aveva fatto” ribadisce Tommaso. Una cosa è certa per la famiglia del medico: “Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe fatto le stesse cose - aggiunge - e noi saremmo comunque al suo fianco”. Lui in prima linea, noi con una sola arma: stare a casa.

@raffaelevitali

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